12 luglio 2017
#VD3

Donne delle caverne, piccoli patriarchi e compagnia bella – Cristina Gramolini risponde a #VD3

 

I conflitti fanno paura ma sono occasioni. Parliamo della GPA o gravidanza per altri, detta anche surrogacy, una forma di gravidanza mercenaria o alienata, accettata in certi paesi, non in Italia. Il giudizio etico e politico su questa pratica sta lacerando il movimento che si è formato con l’alleanza tra lesbiche e gay, oltre a dividere il femminismo internazionale.

La questione riguarda strettamente Via Dogana 3, poiché si tratta, in definitiva, dei rapporti tra donne e donne, tra donne e uomini nel mondo di oggi, mondo che non serve descrivere, perché domani sarà già cambiato, ma serve conoscerlo.

L’aperto conflitto tra persone a noi vicine è un’occasione per mettere fine a tanti evitamenti di comodo e per porci domande che, in parte, erano già in fila per avere la nostra attenzione. Per esempio, detto alla rinfusa: che cosa c’è dietro alle troppo insistenti accuse di omofobia? forse un bisogno di approvazione femminile? Come hanno risposto le simpatizzanti di Vendola al suo disinvolto ricorso alla GPA? Perché i gay aspirano a traguardi che fanno rivoltare nella tomba i loro antenati più illustri, come Mario Mieli? Perché il mondo lesbico non è in un rapporto di continuità con quello femminista? Quanto pesa l’attaccamento identitario al proprio gruppo? Che cosa pensano, che cosa sanno, della loro eterosessualità le femministe che la praticano come cosa ovvia?

 

Cristina Gramolini risponde a #VD3

 

Domanda: Noi abbiamo ereditato dal patriarcato il matrimonio, che nel corso dei secoli ha conosciuto qualche miglioria, ma che continua a portarsi dietro una storia di sofferenze (e di insofferenze). D’altra parte, le creature piccole hanno bisogno di una famiglia per venire al mondo e imparare a starci. In questa direzione, la formula “unione libera riconosciuta dalla legge” mi pareva un buon punto di avvistamento (come sottolinea la nostra amica Bonnet). Perché dunque il movimento omosessuale – o meglio: una parte di esso, quella che sembra più rappresentativa – si è orientato verso il matrimonio?

 

Risposta: Nel movimento di oggi c’è una volontà irresistibile di essere riconosciuti dalla legge come uguali agli eterosessuali, nessun pensiero di critica culturale circola agevolmente se ostacola l’aspirazione alla parità, è un bisogno di normalità come risposta alla sofferenza vissuta perché diversi/e ma è anche un’ubriacatura figlia del tempo senza speranza di un mondo diverso: lo slancio è di partecipare alle opportunità competitive. Osservo che nelle polemiche sulla gpa vengono ingaggiate discussioni senza traccia dell’ironia che caratterizzava e rendeva riconoscibile il discorso politico gay (gaio): anche nello stile ha prevalso l’uguaglianza con la virilità etero.

 

D. Ammettiamo che il matrimonio, in mancanza di meglio, abbia ancora qualche buona ragione di essere. Una ragione del vincolo matrimoniale eterosessuale, ai nostri giorni, sarebbe di far incontrare l’altro che ci portiamo dentro, di farcelo incontrare incarnato da un individuo dell’altro sesso, in una specie di esteriore e duratura intimità. Secondo te, che senso ha un matrimonio tra persone dello stesso sesso?

 

R. Alcune persone incontrano l’altro incarnato in una persona dello stesso sesso, questa è la ragione dell’amore e non del matrimonio, penso che l’amore si basi sulla differenza ma non necessariamente quella del sesso anatomico, la differenza può essere emotiva, intellettuale, fisica, energetica, culturale. Il matrimonio invece ha la finalità di stabilire parentela legittima, asse ereditario e materie legate ai rapporti con lo stato, come la fiscalità. Ricordo che Rosanna Fiocchetto, una lesbica femminista che è stata importante per la mia presa di coscienza, benché del tutto contraria all’omologazione della politica dei diritti, alcuni anni fa disse che creare un asse ereditario di donne sconvolge la trasmissione patrilineare della ricchezza, fondamento della società a dominio maschile, e ovviamente il matrimonio tra uomini non lo fa. A parte questa osservazione, al matrimonio civile io preferisco un istituto equivalente con un nome differente perché si riferisce a contraenti differenti dalla coppia uomo-donna; l’istituto in questione può servire per disporre dei propri beni e per accordare la precedenza a una persona non consanguinea nel caso di impossibilità a prendere decisioni.

 

D. Per motivi sui quali sorvolo, la modernità spinge le donne, entro certi limiti, a imitare gli uomini. Imitare, che non vuol dire travestirsi per essere se stesse, ma tradire qualcosa di sé per rendersi accettabili. Ci sono psicanaliste che parlano in questo senso di un vero e proprio imitazionismo. Si manifesta questa tendenza nella comunità lesbica?

R. Certamente si manifesta, come persistente bisogno della loro approvazione nonostante non siano idealizzati come potenziali partner amorosi; è il fallimento dell’indipendenza dagli uomini, un crollo dopo che il più è stato fatto e per me il più è violare la proibizione di amare una donna, è saper assegnare un senso a sé nonostante la minaccia di esserne spogliate. Ebbene dopo aver saputo sostenere una scelta che ha richiesto forza d’animo, ci si aspetta di essere capaci di non imitare gli uomini invece, come esauste per la troppa fatica fatta, li imitiamo nella logica, stabiliamo con loro equivalenze inesistenti, forse per essere meno sole, per sentirci meno fragili o sbagliate. A meno di avere riferimenti femminili che permettono di dismettere le imitazioni.

 

D. Le lesbiche che desiderano diventare madri e chiedono la pma (procreazione medicalmente assistita) si rendono conto che la solidarietà con i gay favorevoli alla maternità (o gestazione) surrogata, non è nei loro interessi, anzi? Esistono, a tua conoscenza, lesbiche che, per diventare madri, alla pma preferiscono stabilire un rapporto eterosessuale?

 

R. Le lesbiche vogliono figli/e ma non vogliono il padre, pur di avere questo accettano che i gay abbiano figli/e senza avere la madre, e si mettono a posto la coscienza pensando che le donne che daranno figli/e ai gay lo faranno volontariamente. Alcune si sentono in colpa per avere più facilità dei gay a generare, si dispiacciono di avere un vantaggio e sono pronte a elargire la parità ai gay, purché a coronare la parità siano altre donne s’intende, di chissà dove. È un modo distorto di rifiutare i privilegi, memori di quanto è brutto essere discriminate, senza capire che la maternità non è un privilegio ma una differenza, in nome della quale siamo state schiavizzate e che ora si vuole mettere sul mercato perché gli uomini non siano penalizzati. Non conosco lesbiche che per diventare madri abbiano scelto un rapporto eterosessuale, ne conosco invece che lo sono diventate con l’autoinseminazione con un amico che poi è stato presente nella vita del figlio e della figlia.

 

D. Tra gli/le omosessuali (così come tra le femministe, uomini compresi) la pratica di separare gestazione e maternità, pratica in molti paesi vietata, in altri paesi consentita, in altri in bilico tra accettazioni e rigetto, ha suscitato dei conflitti. Tu sei tra persone che si sono più vivamente coinvolte. Hai qualcosa da ridire sul tuo comportamento? Ci sono stati conflitti più o meno gravi di questo (che è grave) tra voi? A tuo giudizio, in questo o in altri hai visto entrare in gioco qualcosa come la differenza sessuale?

 

R. Il mio comportamento è stato improntato alla prudenza e all’attesa finché la gpa non è entrata nella lista degli obiettivi del movimento lgbt. In ogni modo nel periodo della prudenza e dell’attesa, gli interlocutori e le interlocutrici favorevoli alla gpa non hanno operato per il confronto da noi richiesto, anzi hanno progressivamente agito per escludere le critiche alla gpa. Ora dicono da più parti che quanto in passato era considerato abominio, la gpa, pian piano sta entrando nel campo di possibilità di tante persone e che ci sarà un cambio culturale. È proprio così, un abominio sta diventando normale. Spero che si riesca ad evitare.

In passato ho vissuto altri conflitti legati alla differenza sessuale, ad esempio per la mancata accettazione di un’organizzazione indipendente delle lesbiche: i gay che guidano il movimento lgbt hanno rispettato maggiormente l’autorganizzazione delle persone trans, e poi di altre soggettività come le persone intersessuali o asessuali, ma hanno sempre mal sopportato che le lesbiche si autorappresentassero. Ora che lo facciamo in contrasto con le aspettative genitoriali degli uomini la polemica è diventata virulenta.

(intervista a cura di Luisa Muraro)

(Via Dogana 3, 12 luglio 2017)

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