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Care amiche, (che avete risposto alla mia lettera aperta e anche a quelle che non hanno risposto, le donne ho scoperto da poco: non amano molto scrivere preferiscono parlare)
Voglio scrivere come se stessi parlando con voi, ed è stato un grande piacere avervi sentito.
Riprendo alcune frasi che mi hanno più colpito delle altre certo prese dal contesto delle vostre interessantissime lettere.
Parto da Fiorella che dice:

"Anche noi dobbiamo a volte fare uno sforzo - un'applicazione industriosa di pratica politica - per valorizzare quello che va stimato di più, nell'arte, nella letteratura, nel cinema: il racconto delle donne.
Gli uomini hanno davvero possenti mezzi di comunicazione per far conoscere e mettere in risalto le proprie capacità, inclusa l'abilità di comprendere e riproporre temi e spunti propri del pensiero e della pratica politica delle donne.
Non c'è necessità di prendere suggerimenti dai film degli uomini, (o dai libri, o dalle opere d'arte): certo, può accadere - ma soltanto quando e laddove non ci sia una voce femminile. E siccome una voce femminile c'è sempre, noi concordiamo con Donatella: anche nel cinema, non dobbiamo aver paura di avvalerci del sapere delle donne."

E' incisiva la tua risposta. Metti al centro della nostra pratica il racconto delle donne. Mi piace mi interessa è una sfida. Ho abbandonato il mio interesse per la filosofia per accostarmi al racconto delle donne e concentrarmi su questo. Ti rilancio la domanda ma come trarne insegnamento, come stabilire fili comuni senza forzare, come fare spezzoni di racconti che si intreccino in una estetica che non sia un esercizio filosofico ma appunto un'acting out che cambi mondo quando succede fra gli uomini e (fra) le donne ? Con il festival è vero tentiamo qualcosa di assolutamente nuovo per noi e ci spero molto.

Dice Nadia:
<<"E' invece più facile che il film di una donna mi proponga una me stessa, vera o anche immaginaria, sempre da verificare, ma con le incertezze, i chiaro-scuri, i limiti e le finalità non sempre ideali che io sperimento nel quotidiano. E' un partire da me che prende vita, pulsione e desiderio attraverso le immagini di chi condivide con me una non ignorabile differenza che anziché essere sepolta assume luce per meglio definirsi.>>

E' una bella definizione, Nadia, attraverso le immagini prende luce la differenza e allora dici: condivido, mi identifico. E' straordinaria questa cosa forse dovresti sottolinearla di più, dire quando la vedi, in quel film quella sono io perché etc. Può darsi che utilizzeresti il tuo intuito artistico per capire e ne uscirebbe un' interpretazione. Perché è l'arte che sollecita intuizione che ti fa vedere in un'opera d'arte un riflesso della tua vita, magari un'emozione, più facilmente un'apprensione, un riconoscimento immediato di qualcosa che ci appartiene, forse più al genere femminile che a noi stesse, singolari entità.
La domanda è quale tipo di identificazione suscitano le immagini cinematografiche? Se faccio parlare la mia coscienza vado a parare sulle immagini dei film lesbici. C'è sicuramente identificazione se guardo un film di una donna ma anche non c'è, se c'è è letterale, tocca la vita che faccio qui e ora. L'immagine cinematografica (femminile) non mi riporta quasi mai al passato, e se lo fa è per passaggi molto inconsci quindi interpretati. Vedo invece nei film delle donne appunto la specularità dei miei limiti e dei miei desideri spesso frustrati e sono film lesbici, allora. Viceversa dove non c'è specchio perché l'altra non sono io allora vivo più forte il desiderio di interpretare, capire, entrare dentro all'opera a quello che la regista secondo me intende esprimere. E c'è il mio lavoro per la recensione dei film. Allora scrivo, se non mi identifico. Però perché non parlare invece di quello che vedi tu, l'identificazione ?

Dice Nuccia
<<da oggi in poi guarderò i film con occhi diversi>>
Ecco uno spunto di lettura: guardare per indagare dove c'è esperienza femminile e come le donne la esprimono, le registe, le attrici, ma anche il pubblico, le donne che guardano, recepiscono, discutono, scrivono. Ecco perché io parlo di film delle donne, non solo delle registe.

Passo a quello che dice allora Maria Luisa , la sua lettera è molto complessa. Ha scritto che una strada che il patriarcato indicava alle donne:
<< continuare a coccolarli, proteggerli, sostenerli con la loro "generosità materna">>
Uso la frase e la importo nel mio contesto; quello che non voglio è proprio coccolare con generosità materna i film delle donne. Non intendo supportare i diritti indifesi di donne che protestano la debolezza della presenza femminile in un contesto molto maschile. Non è quella secondo me la nostra politica sull'immaginario. Se le registe 'vogliono fare parte della band" si accomodino, io non le vado a applaudire. Altro discorso è il film delle donne, film amati dalle donne, fatti per esprimere un punto di vista sulle donne, culmine di un lavoro di ricerca di scuola anche, di regia fatto per parlare alle donne soprattutto e coinvolgere gli uomini nel discorso proprio e non per essere accolte fra gli uomini come un grazioso dono della differenza.
E' vero che nell'arte l'inconscio parla e le donne esprimono la differenza anche proprio quando non lo vorrebbero, citiamo la pur brava Bigelow; c'è però a volte un appiattimento, un'ubbidienza nei film delle donne (e anche degli uomini ovvio), uno stare ai criteri del giudizio medio che non può non essere il principio base del film, visti i risultati. Ecco che allora io preferisco film di donne meno vincenti dove c'è sforzo di fare parlare se stesse, di raccontare il proprio punto di vista. E qui bisognerebbe che distinguessimo fra alcuni film e altri invece di metterli tutti insieme. Bene allora il Festival sulla cinematografia indipendente di cui ha parlato Fiorella che girerà nei luoghi delle donne nel 2008.
Continua Maria Luisa dicendo che c'è:
<<la responsabilità della libertà femminile mal utilizzata; a volte utilizzata contro tutte e tutti (e sé stesse).
(…) la libertà femminile c'è sempre stata e se il patriarcato ha prevalso e condotto verso la possibile fine della specie - nostra e non solo - la responsabilità non è solo maschile ma anche della complicità femminile da millenni a questa parte.
Solo che, secondo me, adesso la nostra responsabilità - delle donne, e finalmente pare anche di uomini che vogliono assumersela - è più grande.>>

E' interessante questo aspetto della responsabilità verso la libertà femminile. Apre lo scenario della fine del patriarcato. Sono parole che mi piacerebbe sentire in bocca a una donna che crea cinema. Non è facile; eppure anche noi potremmo andare di più verso le donne che fanno cinema per sollecitare la loro parola. Quando una crea immagini ha già detto la sua con quelle e non lavora prima su quanto vuole esprimere, non so quanto vada a intervistare la sua coscienza del mondo prima di fermare in immagini il suo racconto, al massimo interroga il suo super-io per non essere amorale. Allora che dire: discutiamo di più di questi film, guardiamoli e facciamoci sapere che cosa ne pensiamo. E' un esercizio di mestiere ma è anche una libera espressione di sé con quello che si vede, si sente, si conosce mescolando i tanti saperi che abbiamo. A me va bene tutto poi magari ci intendiamo meglio sui punti di vista da cui partiamo, perché la pittura ha le sue modalità artigianali, il cinema ha la sua recezione immediata (e un'alta tecnologia di solito), la pubblicità ha i suoi fantasmi da combattere che non sono esattamente quelli di un'opera filmica, la scrittura ha solo bisogno di sapere che cosa dire e richiede e contiene una gratuità in tutti i sensi che non è quella di un film. Però vanno bene tutti i punti di partenza magari conoscendoli.

Scrive Gabriella (che è regista e giornalista di passione e di professione) mi piace quello che dice e prendo solo questa frase:
<<Dunque, ecco, questa è la mia prima riflessione a caldo su quanto scrivi: essendomi formata sugli spaghetti western più maschilisti possibile, avendo amato Fellini, Antonioni, Wajda, Bergman, Herzog, Wenders e molti altri ancora, mi chiedo: avessi potuto vedere Chantal Ackermann a 20 anni, cosa sarebbe successo? O la mia amatissima Agnes Varda? Perché bisogna aspettare l'età adulta per poter assaporare certi capolavori?
La prossima puntata seguirà …>>

Tu che conosci così approfonditamente il mondo anglosassone lo sai meglio di me.
In Inghilterra per esempio nelle università dove attraverso gli studi di genere studiano i vari aspetti della critica cinematografica, della lettura del linguaggio filmico, della storia del cinema le studiose usano molti film di donne per i loro seminari, posso citare libri e saggi che ho letto provenienti da quell'area, non pubblicati in Italia. Ne possiamo riparlare. Però là fanno questa educazione ai film delle donne. Non mi pare avvenga in Italia dove la formazione al linguaggio cinematografico ho constatato nei corsi che io stessa ho seguito all'Università e in altri centri è tutta svolta sui film degli uomini, con in alcuni casi un grande riconoscimento al lavoro delle donne, le grandi montatrici come Thelma Schumacker che ha montato tutti i film di Scorsese.
Ci sono invece grandissime registe come Agnes Varda, e condivido con te la passione per la sua raffinata e onestissima opera di documentarista e autrice indipendente che meriterebbero un corso di laurea !!!

Adesso ho scritto troppo, volevo parlare e basta.
Un abbraccio Donatella