Daniela Padoan
Melania Mazzucco, VITA
Rizzoli 2003
Vita narra le peripezie della famiglia
Mazzucco, emigrata negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso; è
dunque un romanzo biografico e in qualche modo autobiografico, sostanziato
da accadimenti reali cercati in archivi, in documenti e vecchie lettere,
in brandelli di memoria, aneddoti e leggende familiari che poco per
volta la scrittrice trasforma in un'interrogazione postuma, in un dialogo
silenzioso con il padre Roberto - a cui è dedicato il libro -
che "amava raccontare e sapeva che solo ciò che viene raccontato
è vero". Chi era Diamante - padre di Roberto e nonno dell'autrice?
Chi era Vita? Cosa resta di quelle due figure leggendarie che, undici
anni lui, nove anni lei, partiti da Minturno di Tufo, approdarono a
Ellis Island, sottolo sguardo di pietra della favolosa Statua della
Libertà? Benché i fatti siano ricostruiti con l'accanimento
di un archivista, il romanzo resta pervaso da un'atmosfera chagalliana,
incantata e sospesa. Il "materiale" umano che Melania Mazzucco
riesce a far levitare, a rendere fiabesco, ironico e commovente, è
la brutalità, la miseria, l'assenza di grazia di un gruppo di
italiani arrivati a New York nei primi anni del secolo scorso, tra negozi
dati alle fiamme e agenzie di pompe funebri che fungono da copertura
a una mafia pericolosa e sgangherata. Fili narrativi fatti di dettagli
minuti dipanano storie di emigrati che potrebbero valere anche oggi,
anche qui, senza che mai vengano nominate le parole mafia, povertà,
razzismo, dolore, sradicamento. I reperti dell'esistenza - i barattoli
di latta usati come piatti, il Vangelo stinto e macchiato di sugo, metà
delle pagine mancanti perché in casa non ci sono libri e capita
che i bordanti debbano correre d'urgenza in gabinetto e non trovino
di meglio per asciugarsi - si dispongono quasi da soli a formare accidentati
paesaggi interiori.
Tuttavia è la parola il cuore pulsante di questo libro, la parola
cercata,
voluta, amata come cifra dell'umano, indagata nello scacco di chi, in
un paese straniero, si ritrova nell'impotenza dei bambini prima di imparare
il nome delle cose, che piangono senza poter dire di cosa hanno paura
o cosa li fa soffrire. Per Diamante la parola è una ricerca affannosa;
per Vita è un talento, insieme a quella che si potrebbe maldestramente
chiamare disobbedienza, ma che invece è obbedienza a una regola
interiore, come la necessità del canto per un uccello.
L'America di Vita è una sospensione, un viaggio iniziatico, un
miraggio, e non a caso l'autrice mette a esergo del libro una citazione
di Alain Resnais tratta da Mon oncle d'Amerique: "L'America non
esiste. Io lo so perché ci sono stato". L'America è
fatta di strade numerate, e non l'alfabeto ma l'abaco è la chiave
di New York. Più i numeri delle strade scendono, meno contano,
e chi abita nelle strade coi numeri bassi vale zero. L'America è
un vuoto dove tutto può accadere. Durante una prima irruzione,
mai più ripetuta, nel cuore della città, Vita e Diamante
vedono il volto gigantesco di una donna stampato su un cartellone che,
dalla parete di un edificio, sembra guardarli. Sfoggia un sorriso rosso
e denti perfetti, bianchissimi. "Cos'è? Che dice?"
chiede Vita, che non sa leggere. "Dice LET'S SMILE, WOMEN, BUY
LIPSTICK KISSPROOF 1.99". Diamante, al quale il senso della scritta
resta inaccessibile, spara l'ennesima bugia. C'è un cavadenti
dietro il cartellone. E' bravo e non fa male con le pinze, per quello
la donna sorride. Vita scrolla le spalle, delusa, eppure quel sorriso
la cattura. Le donne di Tufo non avevano tutti quei denti, spesso gliene
mancava uno, o più d'uno, o anche tutti, e forse per questo non
sorridevano mai. Ma in America le donne sono tutte alte, e bionde, sorridono
felici. Forse, pensa, sotto il sole americano da grande diventerò
anch'io come loro.
Nonostante il racconto di sopraffazioni, di umiliazioni e di patimenti,
ci si ritrova spesso, nella lettura del libro, con un sorriso aleggiante
sul volto, perché Vita fa sorridere come fa sorridere la vita
quando è afferrata per un lembo, quando per un istante viene
mostrata nella sua meravigliosa, miserevole necessità di essere,
in bilico tra le bassezze della sopravvivenza e lo slancio del sogno.
Mazzucco accosta la figura del nonno al Chaplin di Charlot emigrante,
distribuito in Italia nel 1917. "Quella storia lo faceva ridere
e lo commuoveva. Non so se rivedeva in quell'omino se stesso - e se
quella storia, che in fondo per Chaplin era autobiografica, gli sembrava
anche la sua. Comunque, varie volte, negli anni Trenta, portò
suo figlio Roberto a vederla - e anche mio padre, come poi avrei fatto
io, non gli chiese mai perché. Ma Roberto non aveva capito perché
mai, mentre la platea sussultava, squassata dalle risa, suo padre restava
immobile, pietrificato nell'oscurità, lo sguardo fisso sullo
schermo".