23 Ottobre 2001
 
"A Kabul sotto le bombe lotto per il pane e i figli"
LA TESTIMONIANZA. Il racconto di Zeba, una donna di 31 anni che vive al centro della capitale afgana
STEFANIA DI LELLIS

Questa è la giornata di Zeba, una donna di 31 anni che vive al centro di Kabul. E' in stretto contatto clandestino con le militanti della Rawa, l'Associazione rivoluzionaria delle donne afgane, che lavorano tra Islamabad e l'Afghanistan. E' stata proprio una di queste ragazze a raccontare la vita di Zeba e della sua famiglia sotto le bombe.

"CINQUE del mattino, il cielo è ancora scuro a Kabul. E ancora più buia è la mia stanza, le finestre pitturate di blu che i Taliban ci hanno imposto mi rubano la luce dell'alba. Mi alzo, ma faccio piano, le mie bambine Nahid e Fatima dormono proprio qui accanto. Chissà come fanno a stare così tranquille, a me stanotte sembrava che le bombe cadessero sulla testa. Ieri Mareena, la vicina, mi ha detto che tre case in fondo alla strada sono state distrutte. Non so chi ci fosse là dentro. Dio mio, fa che non tocchi anche a noi, Dio salva la mia famiglia.

Sveglio Rahimullah, mio marito. Deve aiutare i suoi genitori nella stanza accanto a vestirsi, io non ce la faccio a sollevare suo padre: da quando i mujahiddin gli hanno fatto fuori tutte e due le gambe non si muove più da solo e anche sua moglie è troppo debole per sostenerlo. Beviamo insieme una tazza di tè. Niente zucchero, ieri sono riuscita a procurarmene due cucchiai, ma lo tengo per le bambine, per loro è una festa succhiarselo lentamente.

Spazzo la casa, accendo il forno, ma non so se oggi Rahimullah riuscirà a trovare qualcosa da cuocerci dentro. Sono due settimane ormai che il carretto con cui va a vendere le verdure al mercato è vuoto. Le strade sono bloccate, la frontiera con il Pakistan pure e le merci non arrivano. Ogni volta che lui esce io ho paura che non torni, che i Taliban lo arrestino per mandarlo a combattere. Lui dice che è peggio quando va a nord, perché quelli dell'Alleanza ammazzano tutti gli uomini che arrivano da Kabul.

Si sono fatte le sette e devo andare a prendere l'acqua. Ormai ce n'è solo alla fontana della moschea a quattro chilometri da qui, e tra due ore il figlio di Mareena viene a ritirare il burqa per la madre. Da quando il suo si è consumato usiamo a turno il mio, comprarne uno nuovo costa troppo. In cambio del prestito lei mi dà un po' di carbone. In realtà non è che poi lo usi tanto il burqa io, dall'inizio dei raid i Taliban hanno proibito alle donne di uscire anche accompagnate dagli uomini. Per andare ad attingere l'acqua, però, rischio. Due giorni fa una guardia vicino alla moschea mi ha picchiata con un bastone, Nahid, la bambina più grande che era con me si è messa a piangere. Come farà a crescere così, povera creatura mia.

Torno, oggi è andata bene. Nahid e Fatima sono sveglie, Rahimullah è uscito, ma ha lasciato un sacchetto di farina, chissà come se l'è procurata. Le bambine sperano in una focaccia, e invece questa farina serve per preparare il pane da vendere. Più tardi verranno i figli dei vicini a comprarlo qui da me. Mi dispiace prendere soldi da loro, ma le guerre ti rubano anche la libertà di essere generoso.

Riesco però ancora a fare qualcosa gratis per gli altri: insegno ai figli dei vicini. Io so leggere e scrivere (anche a macchina), prima che i Taliban proibissero alle donne di lavorare ero dattilografa. Niente burqa, solo un foulard leggero, usciva sempre una ciocca di capelli sul davanti. I bambini vengono qui di nascosto, le ragazze dell'Associazione Rawa mi hanno dato un po' di quaderni e una lavagnetta. Prima venivano solo le femmine, adesso anche qualche maschietto, visto che ormai se vanno a scuola li arruolano per la "guerra santa". Sono bravi i miei allievi, sanno che se bussa qualcuno alla porta devono far finta di essere riuniti per pregare. Se scoprono che insegno a scrivere alle bambine mi arrestano.

Si è fatto buio, ancora più pesto dentro casa. La candela la accendo solo in casi di emergenza. Ecco si risentono le bombe, sono vicine. Rahimullah torna a casa, Dio sia ringraziato. Anche oggi siamo riusciti a far mangiare le bambine, almeno abbastanza perché prendano sonno. Rahimullah ed io ci rannicchiamo in un angolo della stanza. Tiriamo fuori la radio. E' il nostro segreto, durante il giorno la teniamo nascosta in un buco nel pavimento. Nella notte, la Bbc e Voice of America ci raccontano il mondo lontano, mentre sul nostro cadono i missili. Prego con tutte le mie forze perché almeno dopo questa guerra ci sia un mondo migliore anche qui".