23 Settembre 2001
 

La provinciale con il demone della poesia
Renzo S. Crivelli


Che cosa abita nei sobborghi di un segreto? Un segreto così profondo che è possibile soltanto lambirne i confini, giacché talvolta tra il testo poetico e la vita quotidiana dell’artista c’è «un abisso che non può avere biografi»? Ecco il punto più controverso di una tra la maggiori scrittrici dell’Ottocento, Emily Dickinson, la cui esistenza fievole e impercettibile, tra il 1830 e il 1886, è stata caratterizzata quasi totalmente da un volontario isolamento nella casa paterna di Amherst, nel Massachusetts.

Raramente, nel riscontro tra arte e vita, è emerso un simile divario (un «abisso», come lei stessa lo chiama in una lettera) in cui coesistono violentemente una perfetta e concentrica armonia minimalista (con il ricorso a una rete di riferimenti ai piccoli luoghi della quotidianità provinciale: il salotto, il giardino, gli oggetti più umili, le care amicizie, la dimensione epistolare con la sua riservatezza da boudoir avviluppata di reticenze, di sottintesi, di impervietà) e la poderosa forza travolgente della poesia, capace di tramutarsi nella metafora dell’universo con una forza liberatoria che fa quasi esplodere di significati le cose più innocue: dalla crinolina di un divano al ricamo di un piccolo grembiule accostato alla porta della cucina. Ecco i due poli che ci affascinano in Emily Dickinson (e il loro fascino è talvolta accecante): la presenza o l’assenza (solo inscenata) del demone della poesia. Da un lato la semplicità quasi ingenua d’una ragazza di provincia di stampo vittoriano cresciuta, almeno apparentemente, tra piccoli sogni e modeste aspirazioni, che in vita non volle pubblicare quasi nulla (e il cui oblio si spezza prepotentemente soltanto a cominciare dalle grandi biografie del 1938 e del 1974, cui fecero seguito decine e decine di studi specie nell’area femminista); dall’altro lato la «sfrontatezza» d’una grande artista consapevole di esserlo, in grado di controllare perfettamente la forza dirompente dell’arte, capace quindi di guardare al mondo, al «futuro della comunicazione» come a un antagonista da sconcertare, forse addirittura beffare in un gioco di occultamenti e di disvelamenti di cui lei, Emily, la fragile «insulsa» Emily, è la più abile regista.

È questo il tipo di approccio, dopo tante biografie dickinsoniane (molte anche in Italia) in cui forse a prevalere era una fascinazione senza riserve, che Marisa Bulgheroni — cui si deve, tra l’altro l’impeccabile cura del Meridiano di Mondadori dedicato alla grande poetessa americana — ha voluto dare a Nei sobborghi di un segreto. L’assunto principale di questa sua bella ricostruzione della vita di Emily Dickinson sta, infatti, nell’ipotesi che sia una sorta di regista della propria immagine, sempre consapevole, anche nelle azioni più banali o secondarie, di quel che sta lasciandosi alle spalle perché sia letto, comunicato, capito, decifrato. È dunque Emily che dirige il biografo, a volte giocando con lui, a volte fornendogli con insolita generosità gli strumenti adatti a capirne i travestimenti senza mai attenuare la forza degli indizi, indizi che, ovviamente, vanno inseriti nel contesto vittoriano e nella mentalità de lla Amherst di metà Ottocento.

La funzione del biografo, quindi, in questo libro che ha angoli di rara delicatezza, consiste proprio nell’avvicinarsi il più possibile a quel «segreto» (in cui sono racchiusi con commistione bizzarra la devastazione poetica e il disarmante chiacchiericcio della quotidianità) sino a darne, se non certo la cifra assoluta, i contorni, le sfumature collaterali, le similitudini più rivelatrici. E per raggiungere questo obiettivo, come suggerisce l’autrice, occorre riaccostarsi con umiltà, ma anche disincanto, alle lettere, ai documenti, alle piccole testimonianze, alle immagini e alle descrizioni ambientali dickinsoniane, specie a quelle dell’infanzia e dell’adolescenza (non tralasciando neppure l’epistolario tra i genitori della poetessa, cui si aggiunge un minuzioso approfondimento del rapporto paterno). E in quest’ultimo caso basterà ricordare l’insistenza sugli anni trascorsi al Mount Holyhoke Seminary (si pensi solo al trepidante arrivo di Emily al Collegio, in cui sembra trasparire una delle sue tante «regie»: quella del passaggio dall’infanzia all’adolescenza).

I rapporti col fratello Austin, con la moglie di lui Susan, con la sorella Lavinia e con l’ambigua Kate Scott, con gli amici letterari come Higginson riemergono nei Sobborghi di un segreto come tasselli emotivi in grado di dare ampio contorno alla poetessa, così come i personaggi-chiave, da Emmons a Otis Lord, che interferirono concretamente con la sua sfera emotiva. E dunque il risultato appare raggiunto per ampi flash rievocativi cui Marisa Bulgheroni non manca di consegnare forti valenze simboliche che gettano luce anche sull’opera della «reclusa di Amherst». Un esempio per tutti: le motivazioni della scelta di «vestire di bianco» dopo il 1866 («Solenne cosa — io dissi / essere donna in bianco / e indossare — se Dio me ne fa degna — / il suo immacolato mistero»), in cui l’autrice adombra la presenza di una nuova «regia» dickinsoniana, consapevole qui di confrontarsi con l’incommensurabile enigma del bianco melvilliano.

Marisa Bulgheroni, «Nei sobborghi di un segreto: vita di Emily Dickinson», Mondadori, Milano 2001, pagg. 352, L. 42.000.