11 luglio 2017
Il Quotidiano del Sud

«Aiutiamoli a casa loro» sa di vetero-colonialismo

di Franca Fortunato

Come è potuto accadere che una frase delle destre xenofobe e razziste, italiane ed europee, come “Aiutiamoli a casa loro” è divenuta senso comune? Che sia così lo dimostra il segretario del Pd, Matteo Renzi, che, forse fiutando l’aria che tira, l’ha fatta sua nel suo libro “Avanti” e anticipata con un post dal suo partito, salvo rimuoverla frettolosamente, dopo le proteste suscitate sui social. Che cosa c’è dietro a quella frase? Xenofobia e razzismo? Ricerca del consenso da parte di chi è ossessionato dal voler tornare al governo? Fastidio, paura, insofferenza, ignoranza, impotenza, panico nel constatare che tutte le iniziative volte a fermare, bloccare, impedire le partenze di migliaia di esseri umani sono fallite e falliranno nel disonore, visto che l’unico risultato è stato l’aumento dei morti e dei dispersi nel deserto, come nel Mediterraneo (13mila negli ultimi tre anni e 1.851 nei primi mesi di quest’anno)?

C’è tutto questo, ma anche altro. In quella frase è riconoscibile lo sguardo dei colonizzatori con cui gli europei e l’occidente continuano a guardare l’Africa, da dove scappa la maggior parte di coloro che tenta di arrivare in Europa, attraverso l’Italia e la Grecia, dopo la chiusura vergognosa della rotta balcanica e l’accordo non meno vergognoso con la Turchia di Erdogan. La conferma di ciò viene dal cosiddetto “Compact of Africa” proposto dalla Merkel al G20 di Amburgo, con cui si assicurano capitali privati, investimenti massicci delle multinazionali straniere e finanziamenti tramite organismi finanziari internazionali, come il Fondo monetario internazionale, in cambio di ulteriori privatizzazioni di servizi e di beni, di rinnovo delle concessioni di sfruttamento delle miniere alle multinazionali, di commerci di nuove armi che inaspriranno i conflitti. Insomma si garantisce continuità a chi, da settant’anni a questa parte, depreda, devasta e desertifica il territorio, avvelena l’aria e l’acqua, causando abbandoni di territori e villaggi ed emigrazioni di massa. In Somalia, Sudan, Nigeria, Niger, Ciad, Camerun, Yemen – secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) – sono 27 milioni le persone minacciate da siccità e carestia, a causa dei cambiamenti climatici, e dalle guerre civili, che l’occidente sostiene con la vendita di armi a regimi repressivi. In Congo le miniere di coltan, utilizzato per fabbricare i pc e soprattutto smartphone, oltre che di uranio e plutonio utilizzati nelle bombe atomiche, sono in mano a multinazionali straniere, che sfruttano il lavoro anche di bambini. Le multinazionali del petrolio hanno ridotto il Niger – da cui proviene la maggior parte dei migranti – a un pantano immenso di bitume e scarti del grezzo di prima estrazione, che ha compromesso le falde acquifere costringendo alla fuga centinaia di migliaia di contadini nigeriani. Il Niger è il quarto produttore di uranio e questo – come scrive sul Manifesto del 07.07.2017 il vice direttore Tommaso Di Francesco – non ha arricchito la popolazione ma ha fatto della compagnia Areva – per l’87% di proprietà dello Stato francese – uno dei maggiori colossi di energia atomica. Il prezzo per le comunità e l’ambiente è elevatissimo. Il livello di radioattività nell’acqua (distribuita alla popolazione) supera i limiti ammessi dall’Organizzazione mondiale della sanità. La Francia di Macron – come l’Europa e lo stesso ministro Minniti, che lavora con i suoi pari per trasformare l’Africa in un campo di concentramento e la solidarietà in reato – non vuole i “migranti economici”, ma le loro ricchezze. Si continua, così, sulla vecchia strada coloniale anziché offrire cooperazione e sostegno ad attività economiche autonome e lasciare che siano le africane e gli africani a decidere come vivere, quale modello economico avere, come utilizzare le loro immense ricchezze, insomma come essere padroni/e in casa propria. Ma questo le forze economiche finanziarie della globalizzazione e coloro che la sostengono – compresi quelli che ripetono come un mantra “aiutiamoli a casa loro” – non lo permetteranno mai. Alcuni anni fa a Verona, in un convegno dal titolo La vita alla radice dell’economia, promosso dalla rete delle Città Vicine, dalla Mag di Verona e dalle Libere Università del Bene Comune e dell’Incontro, mi è capitato di ascoltare Babacar Mbow, guida spirituale e sociale in Senegal, che ha raccontato di come, tornato nel suo villaggio natale Sahel dopo essere stato in Francia per dieci anni per motivi di studio, è riuscito insieme alla moglie e alle donne e agli uomini del luogo, più donne che uomini, a risolvere i problemi di vivibilità del suo villaggio e di altri 15 per 8.000 persone, condannati all’abbandono a causa della siccità, della carestia per i cambiamenti climatici e della mancanza di servizi (scuole, ospedali, energia, acqua potabile). Molta dell’immigrazione verso l’Europa viene dalle regioni del Senegal. Dal suo racconto ho capito la forza delle relazioni tra le donne africane, che è parte della loro cultura, la dignità e la fierezza con cui donne e uomini chiedono agli occidentali di non essere aiutati = sfruttati = depredati, ma sostenuti nei loro progetti, nel loro desiderio di restare padroni della loro terra e delle sue ricchezze naturali e minerarie e di vivere in un’Africa decisa, progettata e costruita da loro e non dagli stranieri con la complicità di governanti corrotti. Col tempo, nel racconto di Babacar ho trovato una delle risposte possibili al perché sulle nostre coste arrivino per lo più uomini neri, anziché donne. Le donne sono quelle che più degli uomini danno credito alla possibilità di cambiare la propria vita, il proprio villaggio insieme alle altre, come dimostrano i dati sul microcredito a cui ricorrono e che riescono sempre a restituire, conquistando fiducia e affidabilità più degli uomini. Chi fugge lo fa perché costretto/a dalle circostanze. L’occidente e l’Europa sono in debito con l’Africa. Accogliere tutti quelli che scappano, prima che un dovere, è un atto di riparazione dell’in-civiltà e della violenza, con cui si continua a entrare, occupare e distruggere – anche militarmente – la loro casa. L’Africa.

(Il Quotidiano del Sud, 11 luglio 2017)

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