5 gennaio 2018

Allah è grande e la donna pure. Un commento

di Luisa Muraro

 

Bellissimo il titolo dell’articolo di Nadia Lamlili su “Jeune Afrique”, e coraggioso. La nostra cultura viene da una religione del dio incarnato per cui a noi sfugge l’audacia di accostare la grandezza divina e quella umana, per l’islam incommensurabili. Ed è così che sentiamo che la donna fa una differenza: lei può… Buono anche il testo, nella sua semplicità senza pretese. Secondo me, c’è da imparare sia dalla sua scrittura sia dalla lettura che ci dà della realtà.

Per cominciare, ci insegna che, se vogliamo scrivere, meglio avere qualcosa da dire. E dirla!  Senza perderla di vista e senza ripeterla piattamente. Il titolo, quando è buono, la farà risuonare. Nei testi brevi, meglio non perdere tempo con tanti giri di parole, e Lamlili non lo perde. Il suo incipit è una costatazione generale d’impatto forte (nei paesi arabi le cose cambiano favorevolmente per le donne), non messa lì tanto per cominciare; segue un ma ed ecco l’annuncio di quello che ha da dire, richiamato nel finale. Di mezzo, viene tutto quello che serve a sostanziare, documentare e, in caso, chiarire.

Quanto alla lettura della realtà, la giornalista parla chiaro: le buone leggi non sono sufficienti, deve cambiare anche una certa cultura maschile dominante nelle classi popolari e per cambiarla ci vuole anche l’azione convergente di quelli che hanno responsabilità educative.

Senza riscrivere l’articolo, che parla da solo, attiro l’attenzione sullo snodo principale del ragionamento. Nadia Lamlili è consapevole che l’accettazione di sé, passaggio fondamentale nella lotta delle donne, trova aiuto in un’immagine sociale di valore, che va promossa da persone in posizione di farlo. Cosa che, nei paesi dei quali sta parlando, in particolare nel suo che è il Marocco, chiama in causa anche l’autorità religiosa.

Qui la nostra lettura rischia di sbandare. Improvvisamente sentiamo l’esigenza di darle ragione o torto. Sentiamo il brutto richiamo dello schieramento. Nella cultura di sinistra il valore delle differenze e della pluralità, è moneta corrente a parole, ma in pratica?

Anni fa, prima che si costituisse l’Isis, in Emilia (se ben ricordo), durante una manifestazione di lavoratori alcuni partecipanti scandirono slogan con  il nome di Allah. Il giornalista del manifesto trovò da ridire e Valentino Parlato intervenne a difendere quei manifestanti spiegando che la laicità non è un credo e non va imposta come se lo fosse. Giusto, ma la saggia posizione di Valentino Parlato poteva bastare a valorizzare l’uomo che, nella difficile condizione d’immigrato straniero e sfruttato, cercava dignità e forza invocando il suo dio? I fatti succeduti in seguito, suggeriscono che no, non bastava.

La nostra lettura rischia di sbandare, secondo me, a causa di opposti pregiudizi che abbiamo noi. Avrete notato anche voi che la denuncia femminista degli stereotipi che ingabbiano l’immagine sociale delle donne, porta degli esempi che sono… sempre più stereotipati! È evidente che la denuncia riguarda i presunti stereotipi degli altri nella perfetta ignoranza dei propri.

Nadia Lamlili assegna all’autorità religiosa un compito notevole nell’educazione del popolo. Vuol dire che si tratta di paesi arretrati? Ma lei, di fatto, respinge una proposta di cultura laica che viene propagandata da paesi ex coloniali, nel suo caso la Francia. Vuol dire allora che dobbiamo darle ragione? No, né l’una né l’altra cosa: il dilemma rispecchia i nostri pregiudizi. Infatti, la giornalista di Jeune Afrique in questo passaggio del suo discorso non fa ragionamenti sociologici o storici; lei sostiene semplicemente che bisogna tenere in conto tutto quello che può favorire la libertà femminile. Punto.

La politica delle donne domanda una spregiudicatezza sui generis, speciale e intuitiva al tempo stesso. Questo articolo ne è un esempio.

Nel Piano delle femministe che hanno un piano contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, si nota una costante preoccupazione di laicità obbligatoria in tutte le proposte che vengono avanzate. Mi domando: è realistico in un paese in parte cattolico, che ospita molte comunità mussulmane destinate a diventare italiane? Ed è necessario? A me pare che sia un caricarsi di pre-giudizi che hanno una loro storia e un loro senso, ma che vanno lasciati indietro, nella convinzione che, senza, la libertà delle donne camminerà più veloce. Una volta ho coniato questo titolo: Partire da sé e non farsi trovare. Ora aggiungo: neanche dai propri pregiudizi, e vi chiedo: è possibile?

 

(www.libreriadelledonne.it, 5 gennaio 2018)

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