29 dicembre 2017

Amore: lievito del femminismo

di Sara Gandini

 

(in fondo intervento di Silvia Niccolai)

 

 

Quando vedo una madre alle prese con la ricerca di libertà della figlia, insisto perché si riconoscano le capacità e le qualità che si intravvedono nella figlia, perché la si sostenga, anche se imperfetta, anche su aspetti che, in una società come la nostra a misura maschile, potrebbero sembrare difetti o potrebbero portare ad essere persone non di successo. Io sono figlia di una femminista che ha lottato per la sua libertà e si inorgogliva anche a veder crescere la mia. Ho acquisito col tempo la consapevolezza della forza interiore che quella certezza mi dava e che mi permetteva di dire: il mondo è migliore se ci provo pure io, e i progetti che metto in piedi riescono a farcela anche quando io non potrò esserci, se do fiducia alle donne che se ne faranno carico.
Perché dico questo?

Perché le donne della mia generazione raramente si alzano in piedi per far sentire la loro voce. C’è ancora un diffuso senso di inadeguatezza femminile che non credo si possa più attribuire solo alla storia patriarcale. Le donne della mia generazione che vogliono fare politica spesso si riparano all’ombra delle madri, delle donne che hanno fatto il femminismo.

Eppure grazie al femminismo il mondo è cambiato. Le eccellenze femminili non fanno più notizia, ci sono grandi donne in ogni ambito, dall’economia alla scienza, spiccano e sanno esserci con intelligenza. Le donne hanno imparato a lottare per sé, per poter emergere e arrivare a posizioni di potere, e hanno imparato a lottare per poter vedere riconosciuta la propria personale autorità. Questo non è poco, ma non basta.

In generale le figlie e i figli degli anni ’70 non hanno fiducia nella possibilità di poter incidere, di poter contare qualcosa, di poter far accadere eventi importanti nel mondo: hanno scarsa fiducia nelle proprie potenzialità politiche. Rispetto alla generazione precedente, che a 20 anni pensava di poter cambiare il mondo, soprattutto le donne non si sentono mai abbastanza preparate, e le ragioni sono varie. Due sono quelle cruciali.
Innanzitutto le vite delle 40-50enni sono senza spazi. Nella mia esperienza, dalla impiegata nel settore pubblico, alla dirigente universitaria, alla ricercatrice in settore privato, alla negoziante creativa, le figlie degli anni 70 sono alla sopravvivenza, anche se non mollano. Arrancano nel lavoro, per reagire al costante mobbing e alla retorica della crisi che rende le loro vite ricattabili. Strappano il tempo con le unghie dalle proprie vite, per non ridursi ad esser solo casa e famiglia. Resistono perché nel mondo ci sia libertà e intelligenza femminile ed essere fiere delle loro vite. Eroine le chiamo. Sono donne che lottano lontano dai riflettori, perché qualcosa di nuovo possa accadere, non solo per se stesse.

L’altro motivo è che l’autorità femminile fatica a circolare. Raramente si vede un genuino riconoscimento del valore dell’altra da parte di chi ha acquisito autorità. Credo che si tratti di un difetto di attenzione, di amore, di sogno da parte delle madri biologiche o simboliche verso le donne che vengono dopo. D’altra parte le donne della generazione di mia madre hanno dovuto lottare con se stesse, prima di tutto, per non ricalcare il modello materno della madre sacrificale e oblativa. E’ stata una conquista interiore essenziale quella di mettere al centro il proprio desiderio, le proprie personali ambizioni, il proprio protagonismo.
Ma per creare società femminile ci vuole un altro ingrediente. Per far circolare autorità tra donne ci vuole il lievito dell’amore per l’altra. Come madre, non solo biologica, penso sia fondamentale assumersi questa responsabilità: restituire alle donne venute dopo di me uno sguardo che renda loro giustizia sulle capacità di poter agire con intelligenza sul mondo, perché sono convinta che questo inneschi un circolo virtuoso unico.
La madre (o chi per essa), che sa vedere la bellezza di sé nella figlia, che è fiera della libertà che ha saputo mettere al mondo, invita ad andare nel mondo senza paura e il mondo cambia di conseguenza. Faccio riferimento a quel circolo virtuoso di piacere dello scambio-amore-autorità circolante delle relazioni genealogiche tra donne prima di tutto, perché sono convinta si apra a spirale per arrivare anche agli uomini e alla società tutta.

 

 

PS Qualche giorno dopo avere pubblicato questo mio intervento ho incontrato il commento di Silvia Niccolai pubblicato nel libro Gestazione per altri. Pensieri che aiutano a trovare il proprio pensiero. Lo riporto di seguito perché penso illumini il mio testo e al tempo stesso allarghi lo sguardo politicamente:

 

 

Il problema di fondo – mi sono interrogata su questo – è mancanza di amore tra donne, questo è il punto, che è un punto di politica delle donne. Mi viene da dirla così: c’è troppo poca omosessualità femminile, omofilia femminile potrei dire. Quando ero giovane e iniziavo a conoscere il pensiero della differenza, facevo l’assistente universitaria, quindi seguivo questi tutti maschi in fila dietro il professore, e una mia amica mi fece notare: “Ma lo vedi i maschi come si piacciono fra di loro”, non per forza sono omosessuali sessualmente o affettivamente, ma c’è un forte senso di solidarietà, ammirazione, sostegno, emulazione. Non è per dire male degli uomini, al contrario, è per dire che questo senso di amore per il proprio sesso mi piacerebbe vederlo circolare di più, più fiducioso, tra le donne. Penso che invece sia sempre all’opera, nelle donne, l’idea che le donne in fondo siano degli interlocutori deboli, anche politicamente, rispetto agli uomini, e quindi ci si appoggia a un interlocutore che si ritiene più forte. Che ci sia anche un po’ di docilità femminile in gioco? In ogni caso è un conto pesante da fare, è un bilancio un po’ pesante, poco amore delle donne per le altre donne, l’amore che può spingerti ad avere cura di cercare le soluzioni, usare le parole che valorizzano le donne, e non il contrario.

Io non faccio il giudice, ma penso per esempio che se mi fossero capitate cause come quelle con le coppie lesbiche che vogliono adottare avrei cercato, proprio per amore delle donne e del mio essere donna, di differenziare, di far presente che si stava parlando di coppie di donne, di argomentare il meno possibile in termini neutri e antidiscriminatori, di evitare trappole linguistiche come “genitorialità” o “progetto di genitorialità”, che annullano l’esperienza e la differenza femminile. Avrei cercato di valorizzare la presenza della madre, il suo consenso. Lì c’era una mamma che dava il suo consenso all’adozione dei figli da parte della partner, e quello andava valorizzato, se la madre dà il consenso l’interesse del bambino deve essere considerato sussistente per definizione, tranne evidenze contrarie. È diverso dire che a quella certa creatura fa bene stare con la mamma che sua madre ha scelto, e dire che per ogni bambino sono sempre preferibili “rapporti di genitorialità più compiuti e completi” dell’avere la madre sola. Si può fare tanto se si punta a valorizzare l’esperienza femminile come tale, nominandola come tale. Non è che nel diritto manchino i modi per trovare le argomentazioni che direttamente o indirettamente valorizzano le donne, il problema è che spesso c’è una sorta di solidarietà a riconoscere, ancora oggi, più potere ai maschi e a prescegliere sistematicamente parole e argomenti che non valorizzano le donne.

(Intervento di Silvia Niccolai alla discussione del V Incontro sulla gestazione per altri al Circolo della rosa di Verona, 25 novembre 2016, pubblicato in Aa Vv, Gestazione per altri. Pensieri che aiutano a trovare il proprio pensiero, a cura di Morena Piccoli, VandAePublishing, Milano 2017, pp. 208-210.)

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