23 febbraio 2018

Anch’io

di Sara Gandini

 

«Responsabilità genitoriale» era il titolo dell’incontro organizzato da Differenza Donna, una ONG amministrata da figlie del movimento femminista, che a Roma gestisce alcuni Centri antiviolenza. Differenza Donna ha invitato ad uno stesso tavolo operatrici, educatrici, assistenti sociali, donne che hanno subito violenza, insieme a donne e qualche uomo che stanno riflettendo sulla differenza sessuale, non solo a livello professionale ma come passione politica. L’incontro a cui ho partecipato il 16 febbraio 2018 rientrava nel progetto Per un buon uso delle parole. Significare luoghi, attori, contesti della violenza maschile contro le donne e i minori.

Ho accettato di introdurre la discussione prima di tutto perché Claudio Vedovati mi ha invitato a farlo con lui, per la relazione che ho con lui, senza pensare molto al titolo dell’incontro. Spesso le donne si muovono in questo modo, per l’interesse nella relazione. Quando però ho cominciato a riflettere sul taglio da dare al mio intervento sono andata in crisi.

Fermatami ad interrogare il mio impasse, mi sono resa conto che il primo problema era legato al linguaggio: usare la parola “genitorialità” mi metteva in difficoltà perché so che comporta il rischio di mascherare una differenza fondamentale, soprattutto se si parla di violenza, quella tra madre e padre.

L’altra questione riguardava la mia postura di fronte alla violenza in famiglia. Mio era padre era depresso e alcolista e spesso paralizzava la famiglia con i suoi attacchi di ira. Tanto che ha fatto scappare di casa prima mia madre e poi anche me. Ma io sono tornata, cercando di tenere insieme conflitti e amore, e l’ho accudito fino a quando non è riuscito ad uccidersi. So quindi quanto le parole delle figlie siano avviluppate in un amore che temiamo, che può far da velo alla realtà, che non aiuta a trovare le parole per dire, per dare valore alla nostra importante verità soggettiva.

Mi ha quindi colpito un racconto di Flannery O’Connor dal titolo «Un brav’uomo è difficile da trovare» (1959), ripreso da Annarosa Buttarelli sulla rivista di Diotima, «Per amore del mondo». In questo racconto tre criminali incontrano una famigliola in viaggio con la nonna. Il Balordo, il capo della banda, dà ordine di ammazzare uno per uno i componenti della famiglia. La nonna comincia uno scambio con il Balordo e cerca di convincerlo che lui è un uomo buono e bravo. Lei non vuole credere che lui sia così cattivo come è evidente dai fatti; cerca continuamente di fare minuscoli ragionamenti in cui cerca di portare l’uomo a considerare che in fondo a se stesso un po’ di bontà potrebbe averla ma lui le risponde chiudendole la bocca così: «Non c’è piacere al di fuori della cattiveria». Alla fine la nonna capisce che non si può ragionare, non si può convincere l’altro che è meglio essere buoni, e a quel punto, la nonna fa il gesto risolutivo del racconto, preceduto solo da una frase che accompagna una carezza sulla spalla del criminale: «Ma tu sei uno dei miei bambini. Sei una delle mie creature!». Il Balordo le spara e la uccide, ma in lui cambia qualcosa, e lo veniamo a sapere da una frase rivolta ai suoi compagni che ridono dell’omicidio appena avvenuto: «Zitto, Bobby Lee. Non c’è vero piacere nella vita». Flannery O’Connor ci invita a vedere la realtà senza ricorrere a consolazioni: noi abitiamo in un territorio dove sempre più frequentemente prevale la crudeltà. L’autrice sembra indicare che non serve proporre modelli di comportamento a chi vorremmo “salvare”. Di fronte alla crudeltà, al piacere della cattiveria non si può opporre la volontà del Bene, non si può convincere, educare, trasformare, attraverso le numerose retoriche del Bene, in questo non c’è efficacia, anche se qualcosa accade ad un certo punto perché il criminale non riuscirà più a provare godimento perverso nel vedere soffrire gli altri, come fino ad allora aveva fatto. Le parole della nonna «Ma tu sei uno dei miei bambini. Sei una delle mie creature» fanno accadere qualcosa. Io direi che un altro ordine simbolico è apparso ed è caduto il piacere perverso della violenza, anche se la violenza non si è fermata.

Questo racconto mi conduce verso una contraddizione interessante, che non intendo sciogliere ma tenere lì, perché sia feconda. Da una parte questo racconto fa emergere una postura che è anche mia e di tante donne che hanno un senso smisurato di riparazione verso gli uomini e che so essere inefficace. Dall’altra parla di un di più femminile che ritrovo nelle parole di María Milagros Rivera Garretas: «è un’evidenza che a noi donne specialmente attrae la relazione per la relazione, […]. Io penso che questa predilezione – una predilezione storica, non predeterminata – abbia a che vedere con una capacità misteriosa che il suo corpo, il corpo di lei, segnala: la capacità di essere due. […] Lì risiede la sua grande dignità, il suo di più» (Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo, Liguori, Napoli 2007).

Milagros sostiene che nel comportamento della donna maltrattata c’è un enigma che è anche una delle facce di un di più femminile. Milagros invita quindi a ribaltare lo sguardo di fronte alla donna che subisce violenza e a non trattarla quindi come una persona succube o incapace perchè è proprio riconoscere un di più che permette di aiutare davvero. Altrimenti la donna, sprofondando nella miseria della vittima, resta senza via di ritorno a sé, all’amore di sé aperta all’altro, di cui lei si è resa depositaria. (“L’enigma della donna maltrattata” di Clara Jourdan, in “Per amore del mondo” Rivista di Diotima, 2008).

Alcuni si preoccupano che riconoscere quel di più possa avere un effetto controproducente rispetto al denunciare e al sottrarsi alla violenza. Su questo le donne dei centri antivolenza di Differenza Donna ci insegnano che non si aiutano le donne ad allontarsi dalla violenza spogliandole della loro dignità. E sono d’accordo con Milagros “Nessuno esce da una situazione difficile amputando un pezzo della sua vita, ma riconoscendo la grandezza del desiderio e dello sforzo che l’hanno portato lì, anche quando perde.”

Riconoscere un senso alle scelte della donne che hanno subito violenza fa cadere quel “disprezzo per la vittima” che è molto comune e che è la causa anche delle reazioni subite da Asia Argento quando ha denunciato. Una volta si dava per scontato che la vittima che non denuncia subito sia in difetto di qualcosa, ma il movimento nato con Asia e le attrici di Hollywood ha mostrato che le cose non stanno più così.

Nei confronti della crudeltà banalizzata, perché resa quotidiana, della distorsione comunicativa come mezzo manipolatorio che uccide la fiducia nella verità soggettiva, e che troviamo anche nella violenza in famiglia, Annarosa Buttarelli propone di riprendere a ragionare sul coraggio, liberato dalla virilità. Si riferisce al coraggio di quelle donne che non negano la sofferenza e la paura, non hanno bisogno di razionalizzare. Quel coraggio di dire che non ha a che fare con la ricerca della gloria, che non ha paura di mostrare ambivalenze e contraddizioni. Quell’alzarsi in piedi e parlare per un senso di giustizia che non ha bisogno di tribunali, che sta presso il proprio sentire, la propria verità soggettiva.

Penso ad Asia Argento: ha avuto il coraggio di esporsi personalmente, ha affrontato pubblicamente chi la criticava e con la sua presa di parola ha di fatto innescato il movimento partito dalle attrici e che poi ha investito le donne che lavorano in fabbrica, la politica, la scuola e che sta mostrando che le molestie e i ricatti sessuali non si danno più scontati, che le donne non ci stanno più.

Se da una parte noi donne non vogliamo rinunciare alla bellezza di essere due, alla relazione per la relazione, allo stesso tempo, quando il male ha la meglio, stiamo mostrando quel coraggio femminile che si alza in piedi e sa dire la verità, nonostante le contraddizioni del proprio sentire. Quel coraggio che sa allontanare e denunciare, senza rinunciare alla grandezza del proprio desiderio, senza disconoscere le scelte fatte seguendo i propri sogni.

 

(www.libreriadelledonne.it, 23 febbraio 2018)

 

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