29 marzo 2018

Antonella Cilento, “Morfisa o l’acqua che dorme” (Mondadori)

di Antonella Cilento e Rosaria Guacci

Le storie hanno una potenza inesauribile, prevedono tenacia, dedizione al dire, capacità di ascoltare. Possono salvarci la vita, come sapeva bene Sherazade, l’eroina delle Mille e una notte: pagina dopo pagina, notte per notte, lei non smette di narrare per essere risparmiata dal sultano che, esigente, pende dalle sue labbra. Il nostro moderno sultano è il tempo: narrare significa andare a patti con questo assoluto padrone delle nostre vite. Davvero, parafrasando il titolo di un indimenticato libro di Alberto Savinio, noi, donne e uomini, dovremmo essere obbligati a narrare le nostre storie per avere più vita. O ancor meglio, per essere restituiti a una sorta di esistenza più piena di quella che temiamo sia resa grama dalla quotidianità. Di questo sì è parlato in Libreria delle donne sabato 24 marzo durante la presentazione di Morfisa o l’acqua che dorme di Antonella Cilento.

Un po’ di trama e le ragioni del romanzo:

«Non siamo soli se per noi brilla di notte la lanterna del faro che Stevenson guardava, da bambino, immaginando sfrenatamente storie.

Quella lanterna brilla tutta la vita, a letto con la febbre, dalle finestre di scuola, lungo le strade, nel buio e nella luce. Brucia anche col sole. Chiudiamo gli occhi e c’è, luminosa finché viviamo.

Mi conosco, dunque invento. Mi conosco, dunque creo.”» È a questa logica che risponde il romanzo Morfisa o l’acqua che dorme scritto da Antonella Cilento per Mondadori. Morfisa è l’ultimo romanzo di questa scrittrice feconda (a quarantasette anni ha scritto quindici romanzi) e non appartiene alle cosiddette narrazioni mainstream, quelle oggi di moda: «non è un’autofiction, non è una non fiction novel, cioè un romanzo che finge, denunzia o solletica i buoni sentimenti. Appartiene piuttosto a un’antica tradizione, messa a lato, almeno per ora, dall’ansia di realismo di un Paese che non sa più distinguere la finzione dalla realtà.»

Morfisa è la storia di una bambina nera, la giovanissima figlia del duca Giovanni – per questo è chiamata ducissa – che regge il Ducato filo-bizantino di Napoli nell’Anno Mille. La piccola non può camminare ma miracolosamente entra nei sogni di tutti. È il “monstrum vel prodigium” prediletto dagli autori greci e latini: una creatura meravigliosa che fa ogni genere di prodigi, risana i malati, ne lenisce le pene del corpo e dell’anima. I napoletani la venerano come la loro “Marunnella” nera o Theotókos, la Madre di Dio che al solo tocco o al tono della voce li può salvare. Soprattutto è polimorfa, come l’etimologia del suo nome suggerisce: può mutarsi in ciò che vuole – balena, aquila, cinghiale, atleta che, come l’Atalanta del mito, vince tutte le gare e si impone sui segni e sui sogni che chi in sonno la rievoca produce. Al posto della sorella maggiore Crisorroè, morta in un naufragio, va condotta a Bisanzio come sposa dell’imperatore Costantino dal poeta Teofanès Arghili, inviato a questo scopo a Napoli dalle due imperatrici bizantine Teodora e Zoe, per ricucire l’alleanza tra Bisanzio e Napoli. 

In che situazione è la Napoli dell’undicesimo secolo in cui il romanzo ha inizio? Sono molti i pretendenti che la desiderano: i longobardi l’hanno persa, i salernitani la odiano, gli amalfitani la contendono, i mori la pretendono, i normanni l’occuperanno, il papa non la vorrà sotto il suo protettorato perché «i napoletani sono più greci che cristiani»: l’avventura, insomma si complica.

«Teofanès scoprirà che Napoli è rimasta pagana e che le donne, per quanto vittime di stupri e incesti, sono depositarie di antichi saperi e poteri» (se li contendono le Sangennare, le seguaci della tradizione, e le Virgiliane, donne più libere discendenti dal poeta Virgilio qui addirittura assurto a santo protettore della città). Tornando a Morfisa, lei possiede, fra i suoi molti doni, l’arte che manca all’incapace Teofanès, quella di raccontare storie. «Mentre il romanzo del poeta non va avanti di un rigo, Morfisa conosce invece le trame di tutte le storie raccontate e da raccontarsi (persino la versione sumera di “Orgoglio e pregiudizio” o quella bizantina di Peter Ibbetson – ricordate il film Sogno di prigioniero? – Ha le sue personali versioni di Cervantes, Kafka, Saramago e altri ancora.)»

La trama da qui in poi si fa sempre più intricata e popolata ma la interrompiamo. Qualcosa l’abbiamo già anticipata: essa affonda i suoi piedi in pezzi di storia autentica. «Napoli, per oltre sei secoli Ducato autonomo di pertinenza bizantina, di fatto nell’Anno Mille è del tutto indipendente. È l’unica epoca in cui non è colonia, vittima o regno straniero e pochi e complicati a leggersi sono i documenti di un periodo pur così lungo, favoleggiato da Benedetto Croce e dagli storici risorgimentali come l’epoca felice dell’indipendenza cittadina. Insomma, fino all’anno Mille, all’XI secolo del romanzo, Napoli città piccola (molto più piccola della grande città angioina e della megalopoli spagnola che è l’antenata della città odierna) ma fornita di un grande esercito e di navi competitive, salva spesso Roma; però è destinata ad esser presa dai Normanni e a finire nell’orbita occidentale, perdendo la sua fortissima radice greca. Che resta altresì nella lingua, nella filosofia, nell’immaginario letterario e nelle sue leggende.» Potente, sapiente e libera come lo sono le protagoniste della narrazione, donne che conoscono ciò che a pochi è noto, e amministrano il mistero della creazione – il segreto dell’Acqua che nel romanzo avvolge la città come un manto e che può stare ferma e muoversi freneticamente nel corso dei secoli. Non importa che a interrogarla e muoverla siano mercantesse disinibite, ducisse decapitate, “marunnelle” dai piedi monchi, imperatrici viziate, monache volanti, atlete in corsa, immani balene. Qui le donne sono potenti: il romanzo mette in scena il Girl-Power, come si dice in linguaggio più corrente. Da tempo Antonella Cilento pensava che questa epoca andasse narrata in un romanzo, «specie considerando che noi abitiamo in pieno romanzo bizantino», lei suggerisce nel testo; «quest’antesignano del romanzo moderno, notissimo a Boccaccio o ad Ariosto, è oggi, come la gloriosa storia dell’Impero d’Oriente, relegato negli studi specialistici, mentre se lo leggessimo ci accorgeremmo che Beautiful, Sentieri, Il trono di spade, House of Cards e qualunque narrazione seriale, qualunque telenovela e qualunque romanzo vengono da lì. Siamo abituati a vedere personaggi che inopinatamente muoiono e risorgono? Bene, è quel che accade nel romanzo bizantino. Siamo abituati a vedere matrimoni incrociati? Anche questo accade. E la forma era già così consumata che Boccaccio nella novella del Decamerone intitolata “Alatiel” la prende in giro: Alatiel, stuprata in ogni porto del Mediterraneo, arriva infine al matrimonio, vergine.»

I riferimenti letterari (le madri)

Per finire, alcuni cenni agli antecedenti letterari di questo romanzo, alle scrittrici e agli scrittori che l’hanno nutrito. L’Anna Maria Ortese del racconto Un paio di occhiali (in Il mare non bagna Napoli), non fosse altro perché a dieci anni, era il 1980, come Antonella ha raccontato in un’intervista, quella raccolta fu il suo libro di lettura a scuola. Alla piccola Eugenia nel racconto «mettono gli occhiali da vista, e da “cecata” di colpo il mondo le appare molto diverso: la Napoli a lei più prossima, quella dei genitori, dei nonni, volta il dito verso di lei: “de te fabula narratur”. Non si trattava più di divertirsi, di viaggiare in mondi lontani e immaginarsi storie diverse, moltiplicate in pirati e piratesse, ragazzi che fuggono nella brughiera, principesse (non solo Salgari, Verne, Stevenson e tutte le letture che si facevano a quei tempi e si dovrebbero sempre fare) ma si tratta di lei»: per colpa di quel racconto l’autrice cominciò a scrivere.

Un altro libro-guida tre anni dopo lo ricevette in dono dal padre, i Racconti italiani del Novecento curati da Enzo Siciliano. «Fra molti altri, Anna Banti narrava in Tela e cenere di un Caravaggio maledetto (una Negazione di San Pietro) che continua a passare, secolo dopo secolo, di mano in mano portando una terribile sfortuna», così come l’uovo magico di Morfisa, quello che la tradizione napoletana vuole custodito a Castel dell’Ovo in una brocca d’acqua, capace di ispirare le storie – uovo che come il magico anello del Signore degli anelli fa impazzire dal desiderio ma danna chi lo possiede. E ancora di Ortese va ricordata L’infanta sepolta, «il bellissimo racconto in cui una madonna nera (la relazione con Morfisa è evidente) chiusa in una teca di cristallo, poco visitata, buia, fa venire in mente a una ragazza che va a vederla in chiesa ogni giorno che la madonna possa essere viva; sia una vera donna chiusa dietro il vetro e che tutti lo sappiano, specie i preti, e che lei muova una mano e chieda notizie del mondo esterno, “urgenti notizie della notte”». E questo è il titolo che avrebbe dovuto avere Lisario, o l’infinito piacere delle donne, penultimo romanzo di Cilento, incluso nella Cinquina del Premio Strega 2014. «Come Lisario che cade in catalessi e viene esposta a mo’ di miracolo vivente, nel romanzo del 2014, e Morfisa esposta nella grotta sopra la Crypta Neapolitana perché fa miracoli, l’ostensione del corpo femminile, il suo uso fraudolento, è evidente. Ma sia Lisario che Morfisa non sono soggetti passivi, sono due inaffondabili bambine o ragazzine potenti della loro intatta infanzia spirituale, nonostante le violenze subite e da subirsi.»

E se dentro Antonella Cilento si agitano il fantasma potente di Stevenson e quello inarrestabile di Bulgakov, è innegabile, però, il debito di questa scrittura col padre della letteratura napoletana, Giambattista Basile, l’autore de Lo cunto de li cunti, «coi suoi orchi che fanno puzze capaci di generare alberi (orchi perseguitati dagli umani, come capita al popolo napoletano perseguitato dagli Spagnoli); coi corridoi di cristallo sotterranei che percorrono gli innamorati, e i piedi tagliati e insanguinati della Gatta Cenerentola.

Un’idea barocca di lingua (che non significa inutilmente complicata, anzi piana ma carica di immagini) e una fantasia barocca che trasfigura di continuo la realtà sono frutto sicuro delle letture infantili e ripetute di Basile e dei novellieri antichi», che arrivavano in casa di Antonella – racconta ancora lei nell’intervista già citata – «sotto forma di bellissimi libri illustrati, in particolare da un genio pittorico come Adelchi Galloni. Galloni che nelle sue piccole selve popolate di salsicce e gatti, nei balconcini dei paesi e dei castelli, portava con sé Carpaccio e Dürer, gli olandesi, i lombardi e gli italiani, le selve dell’Appenino e il mare carico di vele e nuvole che s’intrecciava con le nuvole del grande Miyazaki.»

I debiti di Cilento sono poi con tante altre scrittrici e scrittori, ne nominiamo, tra gli altri, la più vicina nel tempo, Fabrizia Ramondino, almeno per quel capolavoro che è Althénopis. «Infine ricordiamo i due esergo di Morfisa: Lighea di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che è racconto notissimo ma necessario per dare una sia pur vaga idea di cosa significhi essere davvero meridionali, napoletani come siciliani. Lo studente immerso nello studio del dialetto ionico che si ritira su una spiaggia e vede, nei fumi dei classici e delle declinazioni, una vera sirena, che parla fluentemente la lingua che lui a fatica studia (la lingua morta che incontra la viva) e che con la sua grecità finisce con il mangiare e fare l’amore, commuove. La sirena, la nostra vera identità feroce e antica, abita in noi da sempre, non solo nei vocabolari che abbiamo faticosamente compulsato a scuola.

L’altro esergo viene da La pazza di casa di Rosa Montero, che è libro bellissimo, in Italia assai noto grazie al Premio Grinzane: la pazza di casa è la nostra fantasia, la nostra immaginazione che trattiamo come fosse la parente matta o povera, la pecora nera, che abita nell’ultima stanza della nostra casa e mai vogliamo mostrare agli ospiti. In questo libro, Rosa Montero narra della sua personale danza con la scrittura e c’è un capitolo su tutti, bellissimo, in cui Montero va a vedere le balene nell’oceano e osservando l’improvvisa, fulminea apparizione della balena che, data la mole, si vede sempre e solo per dettagli, capisce che è così che ci vengono le idee. Improvvise apparizioni, illuminazioni che ci dicono che oggi, proprio oggi, immagineremo di scrivere l’inizio di un romanzo che cambierà la letteratura del nostro tempo. Poi, così come l’immagine è apparsa, scompare, rubata dal suono del telefono, dalla lavatrice da attaccare, dal tempo che ci sfugge e che ci sembra sempre insufficiente. Se non siamo veloci ad arpionare le idee, se non siamo sempre presenti alla nostra immaginazione, tutto ci sfugge e può capitarci, come lei narra in un altro capitolo, di esserci riservati una giornata per scrivere e di averla sprecata in risposte alle mail. Perché? Perché, dice Montero, abbiamo paura di rovinare ciò che abbiamo perfetto in mente ma che, sulla carta, dovrà confrontarsi con i nostri limiti tecnici, con la nostra voce stonata.»

In Morfisa l’ultima parte del romanzo, La coda della balena, è ispirata a Montero. «Laddove l’incrocio fra le locali leggende sul “pistrice immane” e le balene immaginarie (Moby Dick, quella di Pinocchio, i grandi pesci di Hemingway, ecc…) producono la potenza inesauribile che anima Morfisa. Che, mutandosi nell’atleta che corre, si dice potente: quella forza che anima le cose tutte scorre in lei, quando immagina, quando ama», quando concepisce fecondata in sogno un suo bambino e un nuovo uovo, in sostituzione dell’originale andato distrutto, ispiratore di altrettante inesauribili storie. La letteratura può fare anche questo.

(www.libreriadelledonne.it, 29 marzo 2018)

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