27 Settembre 2019
Corriere della Sera

C’è un’invidia del parto da Zeus ai cyborg

di Francesca Rigotti


Questo non è un auspicio, una visione o una profezia. È un avvertimento. Della serie che a pensar male si fa peccato, ma ci s’azzecca. Il sospetto è il seguente: che in quel futuro che va nella direzione della riproduzione artificiale in cui il corpo della donna non sarà più essenziale ma potrà essere sostituito da un contenitore, si annidi un desiderio maschile inconfessato. Quale? Quello di realizzare il sogno segreto… dell’uomo incinto, del maschio che riesce a riprodursi da solo, arrivando finalmente a dissociarsi dalla dipendenza dal corpo femminile, da usare a quel punto non anche per la creazione, ma esclusivamente per la ricreazione.

È una storia vecchia, ma sempre nuova. Quel corpo di donna che possiede il terribile potere di riprodurre la specie ha subìto quasi sempre e dappertutto due destini opposti e uguali: o l’essere dannato e denigrato in quanto capace soltanto della produzione di esseri mortali, o il venire santificato e benedetto perché in grado di generare dei. Se avete letto Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood o avete visto la prima serie (e se non l’avete fatto fatelo subito, è un ordine!) avrete capito di che cosa sto parlando. Delle donne protette e venerate e insieme segregate e umiliate affinché assolvano la funzione della procreazione (con anche un po’ di ricreazione). Oggi però siamo finalmente in grado di affermare che le donne sono (sempre state) in grado di esercitare sia la funzione fisicamente procreativa, sia quella mentalmente creativa, ovviamente se glielo lasciano fare, se permettono che siano istruite e libere e possono usare tutta la loro intelligenza, come scriveva Gramsci. Quell’intelligenza di cui sembra ci sia assoluto bisogno in questo mondo impazzito.

Gli uomini per il momento no, non posso essere creativi e procreativi. Possono essere creativi con l’ingegno, nessuno glielo nega, ma non possono essere procreativi col corpo (a parte all’inizio della storia, giusto lì, per piantare il semino). Che questo crei dei problemi? Una certa invidia? Beh, qualcosa ci deve essere sotto se nel corso della storia filosofi e biologi e teologi si sono dati da fare per negare il peso dell’elemento femminile: Aristotele, per esempio, sosteneva che l’utero fosse giusto un ricettacolo, un mero contenitore che non dava alcun contributo, alcun carattere ereditario diremmo oggi. Una specie di fornetto per cuocere il pane, come testimoniano alcuni termini che sembrano innocenti ma non lo sono, tipo la placenta, analogo di palacinka, frittatina in sloveno, e che in tedesco si chiama Mutterkuchen, la torta della mamma («Giro girotondo, il bimbo è cotto in forno…»). Ma se la donna non esercita alcun ruolo attivo nella discendenza, com’è allora che alcuni bambini somigliano alla mamma o alla nonna? Semplice: a causa dell’antichissima teoria dell’impressione, bene illustrata nella canzone napoletana Tammuriata nera. Le donne sono impressionabili, è noto, e allora la femmina napoletana che partorisce Ciro, la creatura nira nira, lo fa perché, vedendo un soldato di pelle scura, rimane sott’abbotta impressiunata, recita la canzone.

Altri elementi che ci fanno sospettare dell’invidia del parto sono i miti, per esempio quelli nei quali il padre degli dei, Zeus, si dà da fare tutto da solo, partorendo Atena dalla testa o Dioniso dalla coscia, con l’aiuto di due levatrici d’eccezione: nel primo caso Efesto con la scure bipenne (!), Hermes nel secondo, con un coltellino.

Oggi immaginiamo per il nostro futuro esseri non più umani, ma transumani. Non un po’ uomini e un po’ bestia, come le sirene e i centauri. No: esseri un po’ uomini e un po’ macchina, i cyborg. Le cose andranno meglio in quel caso? Se lo augura la pensatrice che per prima ha elaborato il tema del cyborg, corpo misto essere umano-macchina biotronica: Donna Haraway. Introducendo nel 1985 nel dibattito femminista la figura ibrida del cyborg, Haraway metteva in discussione sia la distinzione fra uomo e donna, sia quella fra essere umano e macchina, profilando un superamento della stessa condizione umana. Haraway immagina che il diventare cyborg libererà le donne dalla posizione di dee, adorate ma anche lasciate lì, a far niente. Diventando cyborg ci si sottrarrebbe al perpetuarsi, attraverso la maternità, delle strutture socio-economiche attuali e questo dovrebbe sostenere il processo di liberazione. Non male come prospettiva.

E se invece il diventare cyborg andasse in un’altra direzione, permettendo ai maschi di liberarsi infine della dipendenza femminile in questioni di riproduzione e diventare come Zeus, tutti dei? Così noi donne non saremo più dee, come si augurava Haraway; saranno i maschi ad essere felicemente dei, e a noi toccherà adorarli, private come saremo anche della maternità. Speriamo che un tale destino non ci tocchi davvero.


(Sette-Corriere della sera, 27 settembre 2019)

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