1 Aprile 2009

Questione di Cuore

 

 

Questione di Cuore, l’ultimo film di Francesca Archibugi, è un’opera delicata e ironica allo stesso tempo.
Il film ci racconta in modo lieve una bella amicizia maschile, ma non solo.
Alberto – sceneggiatore di successo, in crisi con la sua compagna – e Angelo – giovane carrozziere, sposato, con due figli e in attesa del terzo – appartengono a mondi molto diversi ma, instaurando una relazione autentica al di là dei pregiudizi e luoghi comuni, finiranno col ritrovarsi sul piano umano molto vicini.
A partire da questo tema si intrecciano tanti altri (la solitudine e l’isolamento, la crisi della coppia, il rapporto conflittuale con i figli, la violenza metropolitana…) e a fianco ai protagonisti si delineano con grande intensità belle figure femminili, nonché quella del figlio bambino e della giovane figlia adolescente indispensabili all’intreccio della narrazione.
Raramente al cinema è stato trattato in modo così delicato il tema di un’amicizia maschile, che non nasca da scopi materiali o strumentali: a unire i due protagonisti è l’aver condiviso l’esperienza della malattia – “una questione di cuore” a un passo dalla morte – e quindi aver assunto consapevolezza della propria fragilità e paura di fronte a un futuro incerto e sfuggente. Un legame così autentico da non essere capito all’inizio dalle rispettive compagne e familiari, perché difficile da capire in una società che ci abitua alla fretta e alla superficialità, ma la sua forza si fa pian piano strada, fino ad essere accettato e condiviso dalla moglie di Angelo e poi pian piano anche dai due figli.
Molte le belle sequenze: una è quando Alberto è sinceramente affettuoso con la moglie dell’amico e Angelo vede la scena da dietro un albero. Non scatta la gelosia, il possesso. Angelo osserva e il suo sguardo triste e malato, sembra prendere atto della caducità della vita e dell’insensatezza di voler essere sempre gli unici ad aver diritto di affetto e tenerezza verso chi ci è caro. Angelo sa anche della gravità del suo male e pensa di lasciare in eredità all’amico la famiglia amata, come fosse sua proprietà, ma Alberto si sottrae a questo gioco patriarcale e sceglie di vivere liberamente la sua vita con tutte le sue crisi e i suoi tentativi di amare diversamente.
Anche l’amicizia tra Alberto e il figlio piccolo di Angelo è rappresentata dalla regista con un espediente geniale. Lo sceneggiatore insegna al ragazzo l’arte di osservare, perché dall’osservazione delle persone si possono capire molte cose che apparentemente sembrano inspiegabili e mettendo insieme questi elementi si possono creare storie affascinanti, gli occhiali da sole gialli, che i due inforcano, sono un filtro simbolico attraverso cui si scopre che la realtà cambia a seconda del modo in cui ci poniamo nell’osservarla.
Pure la figlia di Angelo, la più restia, la meno disponibile, già furiosa per l’arrivo di un altro fratello, con i problemi dell’adolescenza e il desiderio di autonomia e ricerca di affetto allo stesso tempo, in un bel dialogo con Alberto capisce che non sempre è possibile trovare una risposta alle proprie domande e che bisogna accettare anche questo.
Esilarante la scena in cui i due protagonisti si ritrovano a dormire una notte nello stesso letto, e la tenerezza che si instaura tra i due li fa ridere di gusto sull’eventualità di essere presi per omosessuali. Ma la regista non mostra solo una bella amicizia fra maschi, delicato è anche il sentimento di amicizia che si instaura tra Alberto e la moglie di Angelo e alcuni momenti di intimità che si verificano tra loro non sfiorano mai il morboso o il triviale.
Brava in questo film l’Archibugi a mostrarci due personaggi maschili che comunicano senza mai parlare di calcio, senza mai essere complici contro le donne, con uno sguardo di attenzione e attrazione, che non svilisce né offende le donne. La regista però va oltre: rifiutato lo schema semplicistico del passaggio di consegne tra i due maschi, sceglie la possibilità della libertà di relazioni nuove. Nella scena finale, dopo la morte di Angelo, vediamo allineati nel letto dello sceneggiatore, la sua compagna, la moglie e la figlia che dormono. Alberto, come nella scena iniziale, sempre inquieto e alla ricerca di se stesso, si alza si affaccia al balcone dove vede i gabbiani volare e sente alcuni colpi di pistola, questa volta però si ritrova vicino il figlio piccolo di Angelo, spaventato e angosciato. Alberto lo abbraccia, cerca di calmarlo, non ci riesce, allora gli mette gli occhiali da sole e lo invita a guardare fuori forse un poliziotto spara ai gabbiani. Il piccolo guarda fuori, si calma, questa realtà misteriosa lo prende, perché il poliziotto spara ai gabbiani? Questa è la domanda!!!!!!
Francesca Archibugi ci regala un Antonio Albanese veramente grande, che riesce a capire e aiutare con grande sensibilità gli altri e che attraverso loro riesce ad accettare la sua fragilità maschile.
Insomma un bel film sul rapporto tra sessi e tra esponenti dello stesso sesso quasi una storia fuori dal mondo, eppure così ben radicata in quel mondo pieno di civiltà e umanità in cui pure viviamo.

 
Fernando Lelario, associazione La Merlettaia, Foggia

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