4 Gennaio 2012

Presentazione dei n.39 e 40 di DUODA

di Maria Milagros Rivera Garretas (Traduzione dallo spagnolo di Silvia Rigon)


La rivista DUODA 2-40 (1991-2011)

María Milagros Rivera Garretas

La rivista DUODA è nata nel 1992 in un centro di ricerca di donne dell’Università di Barcellona anch’esso chiamato Duoda. Il centro fu fondato nel 1982 dalle poche donne che allora eravamo: alcune erano professore non associate, altre studenti e altre neolaureate in Storia. Inizialmente il nome del gruppo era Centre dInvestigació Histórica de la Dona poi, quasi senza volere, questo nome si è trasformato in Duoda, proprio a seguito della nascita della rivista e dell’impulso di un gruppo di ricerca fondato nel 1988 che si chiamava Projecte Duoda.

 

Abbiamo scelto il nome di Duoda, una scrittrice riscoperta alcuni anni prima dalla storiografia femminista con sorpresa, poiché non avevamo mai sentito parlare di lei nell’Università. Duoda o Dhuoda, nata nell’803, era una nobile franca molto colta, di lingua materna germanica. Si sposò nella cappella palatina di Aquisgrana con Bernat di Septimania, un nipote di Carlo Magno; attraverso questo matrimonio divenne Marchesa di Septimania e contessa di Barcellona, Girona, Ampurias e Rosellón. Visse a Uzès, dove il 29 novembre 826 nacque il suo “desideratissimo” figlio Guglielmo e quasi quindici anni più tardi, il 22 marzo 841, suo figlio Bernat. Poco dopo il marito le sottrasse i figli per usarli come strumenti per i suoi interessi e per lotte di potere. Per alleviare il suo dolore e per far sì che i figli la pensassero e fossero educati secondo il suo desiderio, Dhuoda scrisse loro, in latino, un Libro manuale – ovvero un libro che si può portare e tenere in mano -. Lo iniziò il 30 novembre 841 e lo concluse il 2 febbraio 843, senza sapere ancora il nome che avevano dato al figlio minore. Nella biblioteca di Catalogna, si conserva uno dei manoscritti della sua opera (BC 569).

La figura della scrittrice Duoda fu una luce per le fondatrice della rivista. Ci indicò un orizzonte simbolico – ovvero un orizzonte di senso – che non si chiudeva nell’insignificanza o nella miseria femminile, ma che rimaneva infinitamente aperto alla libertà, a una libertà propria di donna perché orientata alla fecondità, in tutti i sensi che ha questa parola. Scoprimmo che Duoda non aveva risposto alla violenza del marito con più violenza, non si era sottomessa ai termini che lui le aveva imposto, né era rimasta paralizzata nel dolore. Anzi aveva inventato una mediazione straordinaria: un libro col quale educare i suoi figli alla felicità e alla vita, guidata dall’amore che provava per loro. Il desiderio che l’aveva portata a scrivere fu – come lei stessa dice – quello di fare il possibile perché i suoi figli vivessero e fossero felici: qualcosa così semplice e così difficile. In questa maniera raggiunse qualcosa di molto importante per una donna: l’indipendenza simbolica.

La mediazione inventata da Dhuoda per ottenere l’indipendenza simbolica – mediazione che fu il libro vivo, il libro che propizia la vita, insegnando la competenza per saper stare qui nel mondo – è l’unica che è durata nel tempo con fecondità, ispirando donne come noi che viviamo più di undici secoli dopo di lei; di suo marito invece non rimane che la sua condizione di padre e la memoria di lotte nobiliari per il potere nella corte carolingia, lotte terribili che gli costarono la vita, infatti fu decapitato a Tolosa per ordine di Carlo il Calvo alcuni mesi dopo che Dhuoda aveva terminato il suo libro.

La rivista Duoda ha, dal momento in cui è nata, una caratteristica originale: ovvero il suo essere percorso di trasmissione, di creazione politica e di pensiero della differenza sessuale. In questa rivista sono stati pubblicati molti articoli dedicati a diversi aspetti della politica delle donne: per esempio, dedicati all’autorità femminile, alla libertà femminile, all’ordine simbolico della madre, alla pratica della pace, alla disparità tra donne, alla scrittura femminile, alla fine del patriarcato, alle espressioni libere dell’essere donna nella storia, all’eccellenza femminile, etc.

“La differenza sessuale è uno dei problemi o il problema a cui la nostra epoca deve pensare”, scrisse Luce Irigaray all’inizio degli anni Ottanta del XX secolo. Perché il sesso femminile – diceva Irigaray- “non ha niente a che vedere”: non ha niente a che vedere nel duplice senso di essere nascosto e di non aver niente a vedere con il sesso maschile. Oggi la differenza sessuale non è più un problema, ma una ricchezza per la convivenza politica. Però continuiamo a pensarla e soprattutto a praticarla, perché costa metterla in gioco nella conoscenza e nella politica, dato che il potere sociale si impegna e si sforza in mille modi di occupare da solo tutto lo spazio della politica e della conoscenza. La differenza sessuale è il fatto di essere donna o uomo, interpretato e detto da ogni donna o uomo in lingua materna, ovvero, liberamente, senza sottomissione a ideologie, sebbene le si conoscano e alcune le si ammirino.

In quanto al numero 40 della rivista, lo collegherò inizialmente con un articolo del numero 39 intitolato Leredità delle trovatore: dalle trovatore alle preziose, di Marirì Martinengo e Marie-Thérèse Giraud, perché hanno un vincolo di senso con il Tema monografico del 40, dedicato a La storia vivente.

L’articolo su Leredità delle trovatore dice qualcosa, che mi sembra importante, sulla memoria storica delle donne. La memoria storica è una questione che preoccupa oggi uomini e donne in maniera diversa. A noi donne, ciò che oggi si intende per memoria storica, che riguarda principalmente fatti traumatici, guerre e terrorismo, interessa per trovare mediazioni con le quali riscattare e redimere questa memoria, in modo che non pesi così tanto sul presente e ne impedisca la creatività, la creatività propria del presente. Le autrici di questo articolo ci portano la memoria della bellezza, dell’amore, della poesia, della conversazione e della pratica della relazione: ovvero ci portano la memoria di un altro simbolico, un simbolico che non ha niente a che vedere. Fanno riaffiorare anche un’altra questione che interessa molto chi vuole addentrarsi di più nella storia, nella sua utilità per la vita di oggi. È la questione della continuità del racconto, delle storie e della loro maniera di collegarsi nel tempo. La storia intesa da un punto di vista maschile è continua, collegata; le filosofe di Diotima hanno associato la storia delle donne con la discontinuità. Nell’articolo di DUODA 39 che commento, si documenta la discontinuità ma intrecciata sempre a una continuità sotterranea, la continuità della genealogia e della lingua materna; una storia oscura, che per stagioni “non ha niente a che vedere”, come succede con il ciclo della vita di molte piante, e poi riaffiora per farsi conoscere quando arriva il tempo nel quale le donne con indipendenza simbolica hanno qualcosa, qualcosa di proprio, da dire. Così è successo con la memoria delle trovatore, che è storia della politica delle donne fatta poesia, storia che le preziose del XVII secolo conobbero e fecero rifiorire con moltissima creatività e che noi abbiamo perso da piccole e abbiamo ritrovato da adulte con una potenza creativa speciale.

Sul monografico di DUODA 40, La storia vivente, posso dire che possiede l’importanza che una può o vuole dare a un cambio radicale di percorso di comprensione della storia e di orizzonte di senso del linguaggio della storia. Questo percorso lascia completamente da parte il metodo tradizionale, un metodo, quello tradizionale, che consiste nell’ascoltare la memoria e guardare la vita iscrivendosi in ciò che è gia stato pensato e detto. Lo lascia indietro per mettere in mezzo, tra passato e presente, la storica che sta scrivendo e spiegando la storia. Questa rivoluzione la stanno facendo quelle che formano la Comunità di storia vivente della Libreria delle donne di Milano. Cinque dei sei articoli del Tema monografico del numero 40 sono scritti da loro: da Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Luciana Tavernini e Marina Santini e uno, breve, in comune. La storia vivente è una pratica nella quale la scrittura della storia si mescola e combina con la decodificazione dei nodi intimi della storica o dello storico, questi nodi che non gli permettono di parlare e agire politicamente con scioltezza e originalità.

Marirì Martinengo ha scritto su questo tema nel libro, del 2005, intitolato La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donnasottratta. Parte di questo libro è tradotto nel monografico di Duoda 40. In questo libro Marirì Martinengo ha scritto che “C’è una storia vivente annidata in ciascuna e ciascuno di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell’inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dellamore, non respinge le relazioni, dal suo progetto cognitivo”. La sua storia vivente era la memoria di sua nonna, Maria Massone, rinchiusa in una casa di cura poco dopo aver partorito il suo quinto figlio fino alla sua morte molti anni dopo. Dalla decodificazione e dal racconto di questa storia, vissuta nel suo inconscio e nei suoi sintomi, lei ha tessuto la ragnatela della sua opera di storia, del suo libro concreto e anche della sua trasformazione personale per vivere più libera e con più gusto per le cose, le relazioni e la felicità disponibile, felicità che molte volte è qui, però vi è qualcosa che la ostacola e una non riesce a goderne. Questo si può chiamare “liberazione dell’oggettività”. Non solo senza rinunciare alla verità ma bensì mostrandola o, meglio, osando “abbracciare il vero”, come dicono le autrici della Comunità di storia vivente nel loro insieme, nel breve testo comune intitolato Premessa essenziale.

Laura Minguzzi, nel suo articolo La historia rechazada, historia como vida significante (La storia respinta, storia come vita significante), lavora il nodo, forse il più difficile della vita di una donna che è la morte violenta della madre quando la figlia è una ragazza giovane. E riesce a scrivere, attraverso l’osservazione (quando arriva a essere possibile) dei sintomi di questo nodo, la storia del processo si trasformazione violenta di una zona del Nord d’Italia, da rurale a industriale nella seconda metà del XX secolo. Fino ad essere capace di associare la cecità maschile per l’industria chimica di quegli anni con il buco nell’ozono e questo con l’ineluttabile buco che si creò nelle sue viscere con la morte di sua madre e le vicende (depressione, distruttività di alcune medicine, ecc.) che la precedettero per anni. Posso dire che sarà difficile dimenticare la lezione di storia dell’industrializzazione europea nella seconda metà del XX secolo dopo aver letto questo testo o aver ascoltato la sua spiegazione in un aula.

Luciana Tavernini in Los grumos oscuros del desorden simbólico (I grumi oscuri del disordine simbolico) spiega la sua pratica di storia vivente raccontando, tra le altre cose, esperienze legate alla sessualità che sono all’origine di una difficoltà particolarmente femminile che è il parlare in pubblico, ovvero prendere la parola per dire ciò che è. Parla, per esempio, partendo da sè, delle conseguenze che può avere la difficoltà di una madre nel trovare le parole per raccontare a sua figlia il concepimento e la nascita; questa difficoltà oscura la relazione della figlia con l’eterosessualità e, nella sua esperienza, diventa o può diventare creatrice di false esperienze, della tendenza femminile a fantasticare, a “desrealizar” (rimuovere la realtà).

Marina Santini, in El rostro ambiguo de la preferencia (Il volto ambiguo della preferenza) decodifica la sua esperienza infantile, di quando era l’alunna preferita della maestra e della contraddizione tra le idee politiche della maestra e quelle di sua madre e suo padre; porta questa esperienza nella storia della necessità e della difficoltà di formulare giudizi o opinioni proprie nella sua vita adulta, la porta anche nella storia della sua professione di insegnante, una professione che esercita da vent’anni, anni nei quali la pedagogia della differenza ha scommesso precisamente sulla relazione tra professoressa e alunne concrete, preferenza che impedisce che il principio di uguaglianza dei sessi appiattisca la ricchezza della differenza dell’essere donna, e che Marina, come conseguenza del suo blocco infantile, ha avuto difficoltà a vedere che era una possibile fonte di libertà femminile fino a quando non ci lavorò nella comunità di storia vivente.

In alcuni di questi articoli emerge l’esperienza che a volte la pratica della storia vivente si libera maggiormente quando la madre non c’è più. È così, non perché lei fosse un ostacolo insuperabile per questa pratica ma perché la figlia ha preso allora coscienza del fatto che la madre ha un limite, un limite che indica che non le si può chiedere tutto, ovvero, che i blocchi che la relazione con lei ha lasciato sono limitati, superabili, e che vi è una parte sostanziale che tocca alla figlia nel lavoro del negativo della relazione con la madre.

Print Friendly, PDF & Email