26 novembre 2018
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Arcigay sancisce che è violento chi si oppone all’utero in affitto

di Aurelio Mancuso

Un tempo ormai lontano, per distanza strategica, Arcigay si contraddistingueva per la capacità di porsi sempre in ascolto e con una visione riformista, rispetto a questioni complesse e conflitti del pensiero. Invece, con lo stupefacente messaggio lanciato (che pubblico qui sotto), in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, si colloca come entità in preda ad un estremismo ideologico in netta discontinuità rispetto alla sua storia. Arcigay ha scelto di non parlare di violenza sulle donne ma di attaccare frontalmente chi, in special modo lesbiche e gay, è contro la pratica dell’utero in affitto, definendo questa posizione, appunto, violenta e contro l’autodeterminazione delle donne. L’immagine usata dalla locandina è la summa (involontaria?) di un pensiero patriarcale che nemmeno l’arte medioevale sapeva così chiaramente proclamare. Arcigay è un’associazione che per decenni, per peso numerico e capacità egemonica, ha rappresentato una comunità lgbt unita nelle battaglie fondamentali e plurale nel pensiero culturale, oggi invece ha dismesso il suo ruolo e va a rimorchio di posizioni partigiane, minoritarie, estremiste e liberiste. Al netto del martellamento mediatico, il corpo di un bambino se diventa un possibile dono, o oggetto di contrattazione commerciale, ha vinto il desiderio ad ogni costo a detrimento dei diritti inviolabili soggettivi dei nascituri. Si comprende che associazioni come Famiglie Arcobaleno non vogliano affrontare questa realtà, perché i suoi associati maschi devono trovare giustificazioni morali rispetto alla pratica di concordare il confezionamento di un figlio, ma Arcigay, che non è una associazione corporativa, avrebbe il dovere di riflettere sulle opinioni che si esprimono su un tema come la maternità surrogata. La locandina invece è un chiaro messaggio, dopo anni di silenzioso imbarazzo la maggiore associazione gay italiana si schiera con durezza e chiarezza dalla parte dell’utero in affitto, che se non piace come espressione potrà essere addolcito con utero in uso capione, o utero prestato, o utero in condivisione, ecc. In ultimo, per praticità propagandista, la stragrande maggioranza dei militanti del movimento lgbt italiano taccia le lesbiche e i gay (pochissimi) contrari all’utero in affitto come collaborazionisti dei cattolici reazionari, di essere uguali ad Adinolfi, Pillon ecc. Nel ribadire la vastità di un movimento internazionale composto da partiti e reti progressiste, socialiste, femministe, lesbiche, gay, contrario alla maternità surrogata, non si può che prendere atto che la vana speranza dell’apertura di un confronto, anche conflittuale, dentro la comunità lgbt non è più assolutamente possibile. Con questo manifesto Arcigay ha suggellato una completa e definitiva rottura.

(Facebook, 26 novembre 2018)

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