24 agosto 2017
letteradonna.it

Asha, che ‘capisce’ i terroristi

di Cristina Obber

Dialogo con Asha, 20 anni, una ragazza indiana cresciuta in Italia: «La religione non c’entra, l’Isis trova terreno fertile in un terra di mezzo di odio e solitudine. Io me lo ricordo bene».

Il più piccolo tra le vittime a Barcellona aveva tre anni. Il più giovane degli autori della strage 17. Mio figlio ne ha 16. Lo guardo e mi chiedo come possa un ragazzo provare tanto odio, essere così spietato e con un cuore di pietra. Me lo immagino quel 17enne tra i banchi di scuola, in mezzo alle platee che incontro quando vado nelle aule magne a parlare di violenza. E penso ad Asha, 20 anni, arrivata in Italia a otto anni e cresciuta nella campagna lombarda. Dopo un incontro nel liceo che frequenta, come spesso mi accade, mi aveva scritto un pomeriggio raccontandomi il suo disagio di ragazza indiana, di serie B. Con il suo sguardo dolce e una timidezza esagerata, quando ci siamo incontrate mi ha detto: «Io i terroristi li capisco».

SE IL CONFRONTO SOSTITUISCE L’INTEGRAZIONE
Una frase che mi ha sconcertato e di cui ho cercato di farmi spiegare l’origine; non li giustificava ovviamente, anzi ne condannava le gesta, ma, diceva: «Quell’odio lo capisco perché è stato anche mio». In India Asha veniva picchiata con il bastone dalle maestre perchè non capiva le operazioni e i colpi erano così forti che si faceva la pipì addosso e veniva mandata a casa a cambiarsi. L’Italia le sembrava un paese meraviglioso: una maestra amorevole, le strade pulite, una casa con il water su cui sedersi, dei vicini gentili. Il paradiso. Una felicità che svanisce in un paio d’anni, durante i quali la sua vita di bimba diventa un continuo confronto: «Le mie amiche collezionavano Pony amica del cuore, io non potevo avere nemmeno una bambola; mio padre diceva Non serve, e liquidava ogni mia richiesta così, che fosse lo zaino per la scuola o una maglietta».
«Qualche volta andavo a fare i compiti a casa di una mia compagna, ma poi ho smesso perchè le mamme mi trattavano in un modo strano, anche se in buona fede; se mi offrivano un succo di frutta mi chiedevano se sapessi cos’era, e io pensavo ‘Certo che so cos’è, non vengo da Marte’; mi chiedevano sempre ‘Come mai siete venuti qua?’, e io mi vergognavo a rispondere che in India eravamo così poveri da non riuscire a mangiare tutti i giorni». Le sue amiche dormono in graziose camerette mentre lei dorme in un divano letto in salotto con la sorella e un fratellino da accudire.
La casa che inizialmente le sembrava meravigliosa diventa motivo di vergogna. «Sognavo una stanza tutta mia, non ho mai fatto venire nessuna amica perchè mi ero inventata di averla». La famiglia frequenta unicamente connazionali, la madre non parla italiano e questo diventa un motivo di scherno alle riunioni a scuola: «Mi ricordo come la guardavano, le risatine, mi vergognavo anche dei suoi vestiti colorati».

LA FRUSTRAZIONE CHE GENERA IL TERRORE
Asha non accetta nemmeno le prime tracce di violenza domestica che le si svelano: «Mia madre era sottomessa, mi dispiaceva quando mio padre la zittiva, soprattutto in presenza di amici; le chiedevo perchè ma lei rispondeva con dei sorrisi, non mi spiegava niente ed io sapevo solo che non era giusto».
Intanto arrivano ‘Indiani di merda’ e altre espressioni che Asha sente su di sé insieme agli sguardi che instillano le prime gocce di rancore: «Sono sguardi che ti sminuiscono e ti mettono continuamente alla prova. Finisce che detesti la tua famiglia e detesti chi non ti accetta, e non appartieni a nessuno, ti ritrovi in un territorio di mezzo. A 13 anni non ne potevo più e sognavo di tornare in India». È in quel limbo di solitudine e odio che Asha riconosce le origini del terrorismo: «Ogni volta che sento di un attacco terroristico ritorno a quei tempi, a quella frustrazione tutti i giorni: per loro (i terroristi) è rimasto tutto così; ti senti figlio di nessuno e il primo che ti fa sentire nuovamente figlio, ti prende».
Un terrorismo che raccoglie orfani, di speranza e di identità.

VOLER VINCERE
«Se cerchi di vivere come i tuoi amici italiani le famiglie ti rifiutano, ti considerano un traditore, una traditrice. È giusto conoscere le proprie tradizioni, non dimenticare da dove vieni. Ma le famiglie sbagliano: integrarsi non vuol dire imparare l’italiano e non puoi condannare i tuoi figli all’isolamento, a sentirsi diversi».
Quel sentirsi diversi diventa pericoloso: «Se ti senti uno che ha sempre perso, è il bisogno di vincere che ti fa sentire vivo. ‘Vinco io’ pensa un terrorista, e più se ne parla più si sente gratificato. Sono tanti signori Nessuno che hanno improvvisamente il mondo in mano».
Oggi Asha non tornerebbe in India, non rinuncerebbe al suo paesino che ama, alle sue relazioni e a una casa con il water. Non tornerebbe in un paese dove la sottomissione femminile e la violenza contro le donne raggiungono livelli inauditi. La sua condanna al terrorismo è netta eppure le sue parole mi fanno orrore: «Io mi vergognavo, mi sentivo ignorante, brutta, con i capelli troppo neri, la pelle troppo scura, mai all’altezza. Io sono io, lo so adesso, ma allora avrei fatto qualsiasi cosa per una rivincita, per dare un senso alla mia esistenza imbarazzante, per sentirmi figa anche solo per un giorno, per scoprire cosa si prova a sentirsi fighe. Mi rendo conto che ero perennemente sballata emotivamente. Allah non c’entra, c’entra l’infelicità».

(…)

continua su:
http://letteradonna.it/315268/attentato-barcellona-terrorismo-cause-integrazione-solitudine-odio/

Print Friendly, PDF & Email