10 novembre 2017

Asia e le altre

di Giuliana Giulietti

 

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo del caso Weinstein è il Sottosopra rosso della libreria delle donne di Milano, È accaduto non per caso, pubblicato nel 1996 e che annunciava la fine del patriarcato. Vale a dire la fine del silenzio-assenso femminile al dominio maschile. Che oggi le donne parlino – e quando ne parla una poi parlano tutte a valanga come all’epoca del Berlusconi-gate – non è infatti un caso, ma il frutto di mezzo secolo di femminismo, della messa in scacco della distinzione tra pubblico e privato, dell’irrompere della soggettività femminile. Fine del patriarcato non significa certamente fine della pretesa maschile di dominare le donne, una pretesa sempre più violenta, convulsa, disordinata. Ma le cose sono cambiate, le donne non stanno più zitte – a Hollywood, nella Silicon Valley, a Wall Street – e gli uomini traballano, cominciano ad avere paura hanno paura, la pacchia è finita. E proprio perché è finita la loro reazione si fa più rabbiosa e sfoderano la vecchia arma con cui si sono assicurati, di generazione in generazione, il monopolio della narrazione della realtà: gettare discredito sulla parola femminile. La violenta campagna mediatica che si è scatenata in Italia contro Asia Argento è una replica di quella che si scatenò contro Veronica Lario, Patrizia D’Addario e le altre testimoni del Berlusconi-gate. Perché lo si sa, le donne che osano mettere in discussione il potere e la sessualità maschile svelandone “trucchi” e misfatti sono tutte instabili, pazze, bugiarde,manipolatrici, vendicative. Ma la campagna diffamatoria non è soltanto maschile. Alcune donne (opinioniste, giornaliste, blogger) si sono associate alla canea mediatica contro Asia Argento. E non poteva mancare, in tale contesto, l’attacco al femminismo. Il 26 ottobre il New York Times, cioè il giornale che ha fatto scoppiare lo scandalo Weinstein, ha pubblicato un pezzo di una certa Guia Soncini intitolato Il fallimento del femminismo italiano. Un articolo senza capo né coda, sconclusionato e menzognero dietro al quale – osserva Anna Maria Crispino – ci sta un meccanismo vecchio come il cucco: io scredito altre donne così mi accredito presso gli uomini. C’è da dire che qui in Italia (Rebecca Solnit dice che è così pure negli USA) dichiarare a ogni piè sospinto il fallimento, la scomparsa, la morte del femminismo è ormai una coazione a ripetere. Una nevrosi, una patologia. A ogni evento che chiami in causa le relazioni tra i sessi, la tiritera puntualmente ritorna sempre identica a se stessa. C’è un bellissimo saggio di Ida Dominijanni, Spettri del femminismo, pubblicato nell’ultimo libro di Diotima, Femminismo fuori sesto (Liguori) che mette a tema questi tentativi inesausti di liquidare, esorcizzare, spettralizzare il femminismo. Ne consiglio vivamente la lettura.

(www.libreriadelledonne.it, 10 novembre 2017)

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