4 novembre 2016

Avrebbe potuto suicidarsi prima: Calpe, 28 ottobre 2016

di María-Milagros Rivera Garretas

Venerdì scorso, al nono piano di una casa dell’Avenida Europea di Calpe (Alicante, Spagna), un uomo belga di 75 anni picchiò a morte sua moglie, della stessa età e paese. Dopo, precipitò nel vuoto gettandosi dalla finestra.

Qual era il suo vuoto? Quello dell’anima di un uomo che rimane senza preda, senza oggetto di dominio, senza donna da maltrattare per dominare. Perciò il marito maltrattatore non si suicidò prima e nemmeno se ne andò. Non poteva vivere senza dominare, non poteva vivere con se stesso. Il suo se stesso gli si presentò dopo aver ucciso, e non ce la fece. Non solo perché sarebbe stato mostruoso ma perché era banale. Il dominio lo gonfiava. Si era innamorato a suo tempo di una donna grande e non poté sopportarne la grandezza. Di modo che si dedicò a distruggerla. Ed ella non glielo permise. Altre lo permettono, lo permettiamo, confidando in un cambiamento che poche volte arriva, e sopravvivono o soccombono lungo il cammino.

Benché suoni strano a prima vista, la violenza maschile contro le donne può essere prova di grandezza femminile. Perché quando si ricorre a tanta violenza è perché si ha davanti qualcosa di grande o molto grande. E non si può sopportare. I maltrattatori non dicono perché non possono sopportare la grandezza femminile. Restano agganciati alla sua distruzione.

Se non si tiene conto di questo, si dicono cose benpensanti ma sbagliate sulla violenza contro le donne. Per esempio, che è una piaga sociale, o che è conseguenza (anche se, casomai, sarebbe piuttosto la causa) di una cultura maschilista. Ma il maschilismo non è neppure cultura e, se qualche barlume di cultura lo ha, è di una cultura sessuata al maschile, non di cultura. E la società non uccide né maltratta le donne: le maltrattano e le uccidono sempre uomini concreti, anche se costa dirlo.

Anche a me è costato dirlo. Perché temevo di contribuire a provocare altra violenza negli uomini. Ma parlando di questo qualche giorno fa a Città del Messico, alla fine dell’incontro “Intra-tenendoci. Forum-dibattito tra femministe per arrivare al 2030”, una donna mi diede la risposta dicendomi: nel mio gruppo di aiuto a donne maltrattate quello che abbiamo fatto ultimamente è stato agire contro gli uomini violenti uno per uno, documentando con molta precisione il loro curriculum e portandolo ai mezzi di comunicazione e ai tribunali: così abbiamo ottenuto quello che cercavamo, che è che la gente sappia chi sono realmente e che siano condannati; non lo avremmo ottenuto accusando gli uomini in generale; li avremmo avuto tutti contro.

È così che abbiamo agito noi femministe dell’ultimo terzo del secolo XX. Abbiamo agito in concreto, con l’uomo o gli uomini che avevamo più vicino, non facendo dell’uomo che amavamo un patriarca, o mandandolo via di casa o lasciandolo se pretendeva di diventarlo nonostante tutto. Così abbiamo messo al mondo la fine del patriarcato.

Oggi si dice che la violenza postpatriarcale è più grande di quella patriarcale. È possibile, perché gli uomini sono rimasti senza legge. Ma non sparirà usando armi più grandi. Non sparirà facendo appello alla società, al cambiamento culturale, al diritto o allo Stato. Sparirà, come il patriarcato, se ciascuna donna ci si mette personalmente, non tollerando violenza maschile alcuna e non aspettandosi che l’uomo le dia indipendenza simbolica né senso dell’essere. A una donna, l’indipendenza simbolica e il senso dell’essere lo darà, se glielo da, la relazione con l’altro che è donna.

Perché è la donna quella che conosce di prima mano la grandezza femminile.

(Duoda Centro de Mujeres, 1 novembre 2016. Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan. Per il testo originale vai a http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/184/)


(www.libreriadelledonne.it, 3 novembre 2016)

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