31 agosto 2018
il manifesto

Avventure letterarie e politiche sessuate

di Lea Melandri

Tra le domande ricorrenti alle donne che scrivono (come scrivi?, perché scrivi?) ce n’é una particolarmente fastidiosa: esiste una scrittura «femminile» diversa da quella «maschile»? Il fastidio – scrive Maria Rosa Cutrufelli nelle prime pagine del suo ultimo libro Scrivere con l’inchiostro bianco (Iacobelli editore, pp. 161, euro 13) – è dovuto anzitutto al fatto che viene rivolta esclusivamente alle scrittrici: «come se la differenza sessuale fosse una faccenda di donne, dato che quella maschile non è una differenza: è la norma». Come già osservava Patrizia Violi (L’infinito singolare; Essedue, 1986), il linguaggio, come la cultura in genere, dà voce a un solo soggetto, apparentemente neutro e universale, in realtà maschile.
Se la parola delle donne è spesso così difficile – era la conclusione – non è dunque «perché le donne sono inadeguate al linguaggio, ma perché è il linguaggio inadeguato alle donne». Del resto, già all’inizio del ‘900, Sibilla Aleramo con la lucida intuizione di una coscienza femminile anticipatrice aveva scritto: «Io non mi esprimo, non mi traduco neppure: rifletto la vostra rappresentazione del mondo, aprioristicamente ammessa, poi compresa per virtù di analisi».

QUANTO TEMPO è passato prima che le donne potessero avere accesso a quella «città proibita» che è stata per loro l’invenzione letteraria, uscire dalla «notte linguistica della prudenza emotiva» – la segretezza di cuore, di carne e parola, che ci si attende da loro e che le madri stesse hanno imposto alle figlie con la forza di una legge? Quanto è costato in fatica, dolore, malattie e morti, «esporsi, mostrarsi agli altri senza veli», affrancarsi dalla soggezione della mente per illuminare il proprio mondo poetico, e farlo prima di scoprire di non essere sole e potersi specchiare nelle opere di altre donne? Quanta strada resta ancora da fare perché le donne da Muse ispiratrici del racconto dell’altro, «via di passaggio per la gloriosa genealogia maschile», possano, da soggetti di scrittura, riscrivere la storia non ancora narrata, fuori da canoni, pregiudizi, attese sociali, permessi e divieti?

SONO QUESTE le domande da cui parte il singolare libro di Maria Rosa Cutrufelli, scritto con «l’inchiostro bianco» proprio di chi ha saputo sottrarsi a contrapposizioni note – tra saggistica e poesia, vita letteratura e scrittura, finzione e realtà, autore e opera, Nord e Sud – e farne un felice, originale intreccio, quale dice essere stata la sua vita di «donna e meridionale». Femminista combattiva, capace di tenere di pari passo la scrittura e l’impegno sociale, Maria Rosa Cutrufelli sa che l’ostilità della «gente del Nord» per la sua Sicilia – vista come «terra di sangue e di miseria» – ha parentele con il sessismo, di cui le donne sono state vittime e forzatamente complici, costrette, nel momento in cui hanno tentato di far valere la loro presenza e la loro parola, a districarsi tra stereotipi di sesso e di razza, a dover scegliere tra paura, silenzi e «impudicizia», tra la paziente, faticosa ricerca di una individualità autonoma da modelli imposti e una «emancipazione nera», segnata dal machismo di padri, mariti, fratelli. A Manuela, la ragazza di mafia con le armi in pugno, emersa come una nuova Proserpina dal buio di un mondo femminile a lei sconosciuto, miscellando dati di realtà e fantasia, Maria Rosa offrirà il «colore di Tina», la protagonista del suo romanzo Canto nel deserto. Ma quando sarà aggredita da lei, come persona reale, alla presentazione del libro a Gela, riconoscerà di aver desiderato quell’incontro nella vita come nella scrittura. Di quel corpo a corpo tra due donne , appartenenti pur con destini diversi a una storia comune, dirà di aver visti «la stessa ansia di imprimere nel mondo il proprio marchio, la stessa brama di affermarsi».

I MITI, LE SCRITTURE degli uomini, raccontano di figlie strappate violentemente alle madri, costrette a vedersi riflesse dallo sguardo dell’uomo, come nel caso della «coppia sacra» di Demetra e Core, o piegate a un amore femminile, senza contropartita, di silenzio e sacrificio, come la ribelle Antigone di Sofocle riportata, forse non a caso, «sotto l’egida paterna» nell’Edipo a Colono. Figure doppie, contraddittorie, vissute per secoli nell’immaginazione e nei racconti dell’altro sesso, debitrici della loro grandezza al fatto di essere «figlie e spose di grandi», il corpo attraverso cui passa la memoria e la storia di altri. «Non c’è lirica, non c’è poema senza una donna che lo ispiri. Peccato che i ruoli non siano intercambiabili».
Ebbene, qualcuna ci ha provato a farsi cantora. È Madama Gasparina, la poetessa Gaspara Stampa, a cui il libro dedica alcune delle pagine più intense del libro. La sua scoperta «impudicizia» nel modo irriverente di apostrofare l’uomo amato non aveva impedito a tanti personaggi noti di cercare le sue lodi. Dispensatrice di gloria, le sue rime «imprudenti» erano rimaste al contrario consegnate al silenzio e la sua persona fatta oggetto di curiosità pettegola. Sarà la sorella Cassandra ad assicurare alla sua virtù poetica un riconoscimento postumo e tardivo.
Che cosa ha impedito alle donne – si chiede Cutrufelli – di dare parola alla storia che l’altro sesso ha cercato in tutti i modi di cancellare? Se non si può parlare di genere femminile della scrittura, è innegabile che l’essere sessuato «preme ai margini del testo», anche solo come esitazione a esporsi, bisogno di corrispondere a ciò che ci si attende da una donna, paura di perdere anche l’amore della propria simile.

COME POTEVANO le donne dare corso alla «storia non narrata», se non partendo da sé, da quella «libertà del cuore» anche solo intuita che avevano dovuto celare anche alle cure e ai pregiudizi di una madre? È toccato non a caso all’autobiografia, al memoir e alla scrittura di esperienza quella ricerca di sé che ha visto, in tempi più vicini a noi, «ri-nascere» singolarmente e collettivamente le donne con una visione propria del mondo, spingere la parola e la scrittura nelle zone di frontiera tra inconscio e coscienza, dove ancora si cela l’enigma di ogni dualismo, imparare la lingua del mondo interno e con quella scardinare i saperi e i linguaggi sociali.
Se l’autobiografia è stata un modo per uscire dalla prigione del privato, per dare un senso e una storia all’io femminile, la scrittura di esperienza – fa notare Maria Rosa – si pone come «scrittura del sé», passaggio attraverso i «frammenti dell’identità femminile», esplorazione di quell’impronta che lasciano nella memoria del corpo i vissuti e le passioni più elementari, a cominciare da quella che ha visto l’uomo appropriarsi e addomesticare la potenza del corpo che l’ha generato. Per risalire dall’Ade, liberarsi dei credi introiettati, richiede pazienza, amore di sé e delle proprie radici, è la chiusa del singolare «romanzo» lirico e riflessivo di Maria Rosa Cutrufelli.

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