15 Aprile 2019

Cambia il clima. Cambia la politica? – Chiara Zamboni

Introduzione di Chiara Zamboni alla Redazione allargata di Via Dogana 3, Cambia il clima. Cambia la politica?, 7 aprile 2019.


Approfittiamo dalla forza che in questo momento hanno i movimenti delle donne per avere lo slancio per pensare oggi la questione del clima. È un augurio, rispetto a una questione che è molto complessa. Questo perché qui in modo più evidente poco dipende da noi. Dipendiamo da quello che fanno e faranno gli altri in paesi molto lontani dal nostro e da come si trasforma la Terra. Non solo, è molto complessa anche perché dipendiamo dalle conoscenze che le scienziate e gli scienziati ci mettono a disposizione sull’andamento delle trasformazioni della Terra. È complessa perché comunque non possiamo vedere subito i risultati di una politica ecologista sul clima. I risultati sono visibili a distanza di molti anni. Non si può contare su un impatto immediato sull’immaginario. Più che in altri casi è una politica legata ad un atto di fiducia. Senza verifiche palpabili nel giro di poco.

Il movimento per il clima di studentesse e studenti che si rifà all’iniziativa politica di Greta Thunberg indica come problema una classe politica sorda a queste questioni. È in effetti anche il nostro problema. Gregory Bateson scriveva che il mondo sarebbe diverso se i politici sapessero i mesi nei quali le cerve partoriscono (Dove gli angeli esitano, p. 119).

– Ho scelto di sviluppare qui alcuni temi del dibattito ecologista però rigorosamente attraverso quello che ho imparato dalla politica delle donne.

Parto dunque dal primo tema. È dall’inizio del femminismo degli anni Settanta che stiamo parlando del nodo donna e natura e lo stiamo discutendo ancora oggi. Come metterlo a frutto nell’attuale dibattito sul clima?

Tutti i più importanti testi sulla natura come il classico La morte della natura. Le donne, l’ecologia e la rivoluzione scientifica di Carolyn Merchant, Sul genere e la scienza di Evelyn Fox Keller e Terra madre di Vandana Shiva partono dal fatto che nella cultura patriarcale maschile le donne sono state identificate con la natura. Tutti e tre questi testi, come molti altri testi ecofemministi meno noti, giustamente criticano l’identificazione donne-natura. Questo non perché le donne non abbiano un rapporto profondo e radicale con il corpo, la materia, la procreazione. È così. Lo hanno. Ma il desiderio maturato con il femminismo è quello di dare una significazione libera a questi legami che sentiamo vivi. Si noti che la critica alla identificazione patriarcale tra donne e natura non porta affatto a una libertà astratta, senza vincoli, per la quale le donne non dipenderebbero dal corpo. Sappiamo bene di dipenderne, ma desideriamo dare noi soggettivamente un significato ai legami con il corpo, con la capacità di procreare, con la natura.

Per dire quanto anche oggi sia insistente questa identificazione dell’essere donna e della natura, ricordo un film belga – Quinta stagione – del 2012 di Peter Brosens, belga, e Jessica Woodworth, statunitense, che hanno girato sulla spinta di notizie molto comuni come la scomparsa delle api, l’abuso di fertilizzanti, la crisi del latte. Immaginano che la Terra non risponda più all’esigenza umana dell’alternarsi delle stagioni. Rimane un inverno senza tempo – la quinta stagione – e le comunità umane si disgregano, l’uso del linguaggio si impoverisce enormemente, la violenza dilaga. La giovane donna, che ha con la natura legami profondi, si perde con essa e muore. Il suo giovane amico fa il gesto simbolico di occuparsi di un ragazzo in difficoltà e questo è l’unico segno di speranza: la storia (maschile) forse può ripartire dai legami umani di pietas, senza identificarsi con la natura.

Ho ritrovato in questo film contemporaneo l’immaginario, i miti, la cultura antica e le religioni arcaiche: non solo la Terra è madre ma la donna è natura per il ciclo mestruale, per la disposizione del suo corpo generante. Se la Terra muore, muore la donna. E viceversa. Le immagini del film sono risultate per me angoscianti: una specie di prigione.

Ora, invece, i testi classici dell’ecofemminismo ci invitano a cercare di trovare le parole in un gesto libero di significare, che è stato acquisito simbolicamente con il movimento delle donne, per esprimere il nostro rapporto di implicazione materiale con la natura. È vero: siamo dipendenti dal corpo e dalla materialità della Terra. Abbiamo un corpo che può generare. C’è una effettiva asimmetria femminile in questo. C’è un sapere che le donne hanno. Ma – e questo è l’importante – i significati del nostro rapporto soggettivo con la natura non sono già stabiliti. Siamo noi a scoprirli e rinominarli con altre in un circolo esistenziale e simbolico.

Torno all’ecologia, che in realtà fin qui non ho mai abbandonato. Occorre tenere ben stretto questo punto guadagnato, per una buona ermeneutica della questione politica ecologista. L’ecologia mostra i legami di dipendenza in cui siamo inseriti. Mostra il mondo come una rete di interdipendenze. Ora però l’impegno a significare questi legami dipende invece da noi. E, come ho cercato di mostrare, è in gioco un’asimmetria femminile.

Questo è il primo passo.

– Parlo ora del secondo tema. Possiamo imparare anche dalle critiche rivolte al pensiero della differenza sessuale, che avrebbe sostenuto che le donne sono tali per natura. È successo che, per mostrare che questa è una critica infondata, non ci siamo semplicemente spostate nell’ambito del linguaggio dicendo che “donna” è un significante vuoto da scoprire. Certo, questo è un passaggio fondamentale, ma al centro non è stata posta soltanto la sperimentazione linguistica nell’invito a trovare i significati a noi corrispondenti di essere donna. Sottolineo che in più è stato molto importante mostrare che c’è un circolo tra linguaggio ed esperienza. In questo senso ci siamo impegnate a significare la differenza sessuale a partire dall’esperienza e in una continua simbolizzazione, con narrazioni, figure, concetti. Lo ha fatto molto bene Luce Irigaray, impegnata a dare figure della sessualità femminile come lo schiudersi, l’aperto, il toccare nella contiguità, l’accoglienza. In Etica della differenza sessuale ha cercato figure che mediassero l’esperienza femminile della sessualità.

È solo un esempio. Ma un esempio fondamentale: non c’è da una parte la dimensione della vita biologica (il sesso inteso in termini biologici) e dall’altra il linguaggio, la cultura, e le loro libere sperimentazioni. Quando si dice che vita e linguaggio sono inscindibili, non vuol dire però che c’è fusione. Vuol dire che continuamente ci diciamo, ci scontriamo, ritorniamo su come dire la vita, la natura. E che non è accessibile la vita naturale indipendente dal nostro discorso. Ma d’altra parte – e questo è molto importante ricordarlo – il nostro discorso interagisce ed è dipendente dalla vita, che entra nel discorso con segni-sintomi, con smottamenti nel dire, con riconoscimenti di necessità, con imprevisti. Ci entra indirettamente attraverso i nostri sogni.

Tenere a mente questo è essenziale nell’attuale dibattito riguardo alla natura.

Una parte del femminismo sta trattando la natura come vita naturale autonoma, per sé stante. Zoe piuttosto che bios, che invece sarebbe vita significata dalla cultura. Rosi Braidotti esprime bene questa posizione per cui la procreazione materna – la gravidanza – avverrebbe per un processo di vita naturale in sé, come anche vita naturale in sé sono il proliferare delle cellule malate nel nostro corpo (In metamorfosi, p. 161). Il suo invito è a prendere atto di questa forza vitale che ci attraversa e che destruttura la padronanza dell’io personale e storico. Braidotti prende in considerazione gli effetti sull’immaginario di questa forza potente della vita in sé che ci attraversa e che trova espressione nelle figure della letteratura, dei film, nei nuovi media. Nella sua potenza d’essere la vita naturale non umana diventa la misura anche dell’umano. Risulta il vero soggetto, del tutto anonimo. Mentre il lavorìo di nominazione culturale che le donne fanno in rapporto alla vita risulta esprimersi soltanto nell’immaginario.

Questa posizione è vicina per alcuni aspetti a quella degli antispecisti. Non ci sono specie privilegiate, tanto meno l’essere umano. L’essere umano è animale accanto agli altri animali. Vita naturale pura. Paradossale è anche quella posizione molto radicale che afferma che ciò che rovina il pianeta Terra è la specie uomo. Affinché il pianeta Terra sopravviva occorre che la specie umana si autosopprima. Così il pianeta Terra riprenderà la sua vita come prima della comparsa dell’essere umano.

La critica che porto sia alla posizione femminista, per la quale la vita naturale anonima nella sua potenza d’essere è l’interpretante principale per comprendere l’umano, sia alla posizione antispecista è che entrambe scelgono per sé una posizione esterna e oggettivante rispetto alla natura. Assumono uno sguardo neutro fuori dai giochi della significazione. Intendo che si pongono dall’esterno e danno conto della vita naturale come se noi ne facessimo parte solo come esseri animali, e non come coloro che continuamente si pongono questioni rispetto alla vita naturale, si interrogano, prendono decisioni politiche. Per pensatrici femministe su questa linea e per questi pensatori sembra che interpretare se stessi come espressione della vita naturale animale immediata sia sufficiente, cancellando il fatto che ne facciamo parte nella forma inaggirabile del significare simbolicamente quello che ci avviene in rapporto alla natura, porci domande, preoccuparci, esprimere i legami con la natura con cui siamo in rapporto dall’interno. Del resto mi chiedo: l’etica nei confronti degli animali che l’antispecismo propone non nasce proprio da queste domande e dalla preoccupazione tutta umana e giusta di non far soffrire gli animali? Ritorno sull’idea che mi guida: essere all’interno della natura vuol dire che siamo partecipi del fatto che il nostro destino è intimamente legato a quello della Terra e che però noi lo significhiamo in modi diversi, che possono risultare politicamente conflittuali. La vita come potenza di Braidotti e l’antispecismo rischiano di annegarsi nella vita biologica in sé e fare del corpo l’unico referente.

– Ritorno al movimento di Greta, che domanda ai politici di intervenire per diminuire gli squilibri del clima. E questo in nome della sopravvivenza della sua generazione e del pianeta. Così introduco il terzo tema. Il movimento di Greta si appella a un desiderio di sopravvivenza. Accanto a questo, molti altri sono gli intenti e le posizioni di chi si muove politicamente per il clima.

Voglio qui accennare alla concezione di Laura Conti, medica ed ecologista. Era consigliere alla regione Lombardia proprio nel 1976 quando uscì dall’Icmesa, una fabbrica a nord di Milano, una nube di diossina molto tossica che ricadde su Seveso. Lei se ne occupò direttamente e a lungo.

Mi interessa perché ha espresso una concezione di sistema. Ovvero si è mossa sempre in una visione d’insieme e di interdipendenza. Ha posto al centro – per capire i problemi del clima – il secondo principio della termodinamica – quello della degradazione dell’energia che avviene in base a qualsiasi trasformazione. L’energia si trasforma producendo calore: ogni volta che una certa quantità di energia viene convertita da una forma a un’altra si ha una penalizzazione che consiste nella degradazione di una parte dell’energia stessa in forma di calore. L’energia è irrecuperabile e il calore aumenta. Qualsiasi trasformazione produce calore, aumentando il calore del sistema a cui apparteniamo. Quanto più produciamo sviluppo, tanto più si crea degradazione di energia e produzione di calore. Inoltre sulla Terra la popolazione è aumentata. Per dare un’idea: nel 2019 siamo 7 miliardi e mezzo. Nel 1970 eravamo 3 miliardi e mezzo. Produrre per il fabbisogno di vita è aumento del calore. Il fabbisogno di vita non è il consumo ma qualcosa di molto più basilare.

Per Laura Conti non vi sono soluzioni generali e semplici perché il sistema in cui siamo è estremamente interdipendente. Ma certo una diminuzione della popolazione e la riduzione di consumi di materia ed energia può far pensare a usare razionalmente le risorse senza intaccare il tenore di vita, pur rinunciando al concetto di sviluppo. Entrambi sono passi molto difficili. Per lei semplicemente necessari per diminuire i processi di formazione di calore e degrado di energia. Lo scrive nella postfazione del 1987 a Questo pianeta.

Mi trovo in sintonia con il suo pensiero perché prende le distanze da un ecologismo etico, che punta sui valori e sul riformare il comportamento umano attraverso l’inculcare il senso di responsabilità verso il pianeta e verso i posteri, senza però affrontare la conoscenza complessa del sistema e i problemi contradditori che tutto ciò pone in termini politici.

Laura Conti si è mossa invece per amore nei confronti del sistema terra nel suo insieme e con una grande conoscenza scientifica dei processi che riguardano l’energia, le risorse, e il lavoro. Amore come attenzione al pianeta e comprensione delle sue leggi. Da autodidatta, avendo una formazione medica, ma proprio perciò si faceva aiutare dagli altri per capire e poi agire politicamente. Polemizzava con Elisabetta Donini, che pure era sua amica e una filosofa della scienza. Criticava il fatto che Donini proponesse una concezione etica da dare alla scienza, piuttosto che accoglierne le conoscenze sulle interconnessioni del sistema che Donini considerava una forma di dominio sul mondo (Vedi Questo pianeta, p. 241). Mentre Donini riteneva ottimisticamente che la natura si autoregolasse da sé, Laura Conti non era così ottimista. Per questo dava importanza alla politica ambientalista.

La posizione di Laura Conti è dunque diversa da quella etica. Scriveva: io amo, ovvero sono attenta al sistema vivente e la scienza mi aiuta a capire che cosa è in gioco. La sua proposta era politica ed economica: diminuire il fabbisogno energetico e creare un altro modo di vivere. Per necessità.

Amore per il sistema vivente, desiderio di proteggerlo, e conoscenza scientifica della vita. Non dunque scientismo come predominio della scienza. Ma scienza guidata da grande attenzione per il vivente (p. 233).

Non pensava risolutive le applicazioni della tecnica per ovviare alla distruzione dell’ambiente – ad esempio oggi l’idea di mandare in orbita razzi che portino le immondizie nello spazio –, come se la tecnica risolvesse i problemi creati dal cattivo uso della Terra. Ma non si affidava neppure all’etica per l’ambiente – al senso di responsabilità – slegata dalla conoscenza critica del rapporto tra capitale, lavoro ed energia. Mentre oggi i due poli – quello dell’uso della tecnologia per risolvere i problemi e il polo dell’etica –occupano il dibattito pubblico.

Potrei aggiungere che, proprio perché siamo all’interno del sistema vivente, noi non lo possiamo controllare. Possiamo agire in suo favore, ma in modo parziale e soppesando conseguenze impreviste. Lo possiamo conoscere, ma mai completamente perché ne facciamo parte. Dobbiamo tener conto che resta un lato inconscio del sistema, non oggettivabile. C’è un’osservazione di Gregory Bateson che a me piace molto. Scriveva che i tecnici, che vogliono risolvere i problemi necessari del mondo, si affrettano a precipitarsi là dove gli angeli esitano a mettere piede (Dove gli angeli esitano, p. 31). Come a dire: c’è una fragilità del sistema Terra che abitiamo. I nostri interventi possono avere effetti imprevisti non positivi. Occorre fare un passo indietro per poter davvero avere cura di tale fragilità. La Terra non ci appartiene.

Anche qui il pensiero femminista ci aiuta. Apparteniamo al mondo e ne possiamo parlare solo dall’interno. Questo ci permette di dire parole di verità ma sapendo che non sono oggettive. Anzi, proprio nella misura in cui il mondo non è oggettivabile, ci troviamo impegnate in un percorso soggettivo ad esprimerlo. È questo che il femminismo può offrire all’ecologia oggi: una verità a partire da sé dell’esperienza del mondo.

– Un ultimo tema. Vandana Shiva, in Terra madre, nelle sue critiche ecologiste al capitalismo mondiale e allo sfruttamento dell’agricoltura da parte delle grandi multinazionali ha indicato la sorgente di autorità del suo discorso nel suo legame con donne indiane – in particolare le donne Chipko (Terra madre, p. 79) – per la pratica politica che esse hanno tenuto nei confronti della foresta che volevano salvare.

In modo analogo dà forza simbolica conoscere le sperimentazioni che comunità di donne stanno facendo in Italia nelle pratiche di coltivazione biologica della terra. Questo permette di capire nel vivo delle pratiche quali siano i desideri, lo stile di vita, i problemi di quelle donne che hanno scelto questa via con un senso politico. Ad esempio Lucia Bertell ha seguito questa strada dando conto del laboratorio politico che queste comunità rappresentano (vedi Lavoro ecoautonomo. Dalla sostenibilità del lavoro alla praticabilità della vita). Comunque ci sono anche altri luoghi interessanti dove si riflette su questo. Sono esperienze di cui tener conto per affrontare la questione ecologista.

Credo che in questo momento tutto serva per rendere più forte il movimento ecologista. Tutto partecipa al movimento del fiume. Sia le piccole comunità della terra autogestite da donne, di cui ho appena parlato, sia i gesti quotidiani come spegnere le luci in casa quando andiamo in un’altra stanza, sia le manifestazioni sotto i municipi delle città del mondo per sensibilizzare i politici, iniziate da Greta, sia chiarire le posizioni simboliche in gioco nel movimento, come ho cercato di fare qui. Tutto rende l’alveo del fiume più grande.



Chiara Zamboni


(Via Dogana 3, 15 aprile 2019)

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