5 luglio 2018

CGIL, falsi diritti e falso progresso

di Massimo Lizzi

Da iscritto alla CGIL sono deluso dalla posizione favorevole a legalizzare prostituzione e utero in affitto, espressa dall’ufficio nuovi diritti del mio sindacato, per legittimare e tutelare la prima come lavoro sessuale e il secondo come progresso laico e civile a cui tutti devono poter accedere nel proprio paese. Secondo tale ufficio della CGIL, finora non smentito dalla direzione nazionale, prostituzione e gravidanza per altri costituiscono dunque nuovi diritti, mediante i quali, il sindacato, che difende il lavoro dalla logica del profitto e del mercato, accetta di esporre a questa logica niente di meno che la sessualità e la riproduzione umana. Una posizione del genere, potrei comprenderla, senza condividerla, in un’ottica di riduzione del danno o di scelta del male minore, ma i danni e i mali non sono nuovi diritti.

Diritti di chi e a che cosa? Dato un astratto e formale principio di autodeterminazione, pare sia il diritto delle donne a vendere volontariamente servizi sessuali o riproduttivi, definiti servizi proprio per poter essere venduti. Tuttavia, in un mondo egemonizzato dal neoliberismo e condizionato dai retaggi patriarcali, una tale libera scelta diventa facilmente indotta dalle circostanze avverse o dalle aspettative altrui, secondo vari gradi di coercizione. Se molti lavoratori sono oppressi e mercificati, questa è una ragione in più per rifiutare lo sconfinamento definitivo dell’oppressione e della mercificazione, persino oltre i limiti del proprio corpo. Secondo la morale del lavoro come un altro, i centri per l’impiego potrebbero paradossalmente offrire prostituzione o maternità surrogata come opportunità di lavoro e l’eventuale rifiuto delle ragazze essere soggetto a penalizzazioni.

Senza che sia un diritto, la libertà di prostituirsi già esiste. In Italia, non è vietato ad una donna fare sesso in cambio di un compenso. Esiste anche la possibilità di fare un figlio per altri; basta un patto privato tra un uomo e una donna: lei partorisce sotto anonimato e lascia il figlio in ospedale; lui dichiara di essere il padre, lo riconosce, ottiene l’affidamento. Il tutto è già al riparo della legislazione vigente.

Perché allora l’improbabile libertà di vendersi dovrebbe tradursi in un diritto? Si dice, per tutelare la donna dallo stigma, dallo sfruttamento e dalla violenza. Eppure le donne sono già tutelate in quanto persone e cittadine. In questo caso, semmai, il diritto riduce i margini di libertà e di tutela. La donna che vende i cosiddetti servizi sessuali o riproduttivi dovrebbe, nel diritto, sottostare a regole, condizioni, limiti dettati da un contratto o dalla legge. Per esempio dovrebbe essere registrata in quanto venditrice di quei servizi. Questo marchio sarebbe il contrario del superamento dello stigma, che deriva, non da un mancato riconoscimento giuridico, ma dalla funzione servile. Dunque, perché rivendicare nuovi diritti (e relativi obblighi), quando si è già libere di fare senza doveri?

Probabilmente perché tradurre certe libertà in diritti è necessario, non alle donne coinvolte, ma ai loro clienti, committenti, intermediari, imprenditori, assistenti medici e legali, per essere e sentirsi legittimati nel proprio ruolo, veder superato il proprio stigma, ed avere garanzie certe sul rendimento dei servizi gestiti o acquistati. Già l’uso di tali definizioni, asettiche e rispettabili è un effetto della traduzione in diritto.

Inoltre, nel caso della gpa, una parte della committenza, quella delle coppie gay, seppur minoritaria, fa della questione una bandiera, per ottenere dal diritto il riconoscimento di essere tali e quali alle coppie che i reazionari definiscono naturali: unite in matrimonio, obbligate alla fedeltà e geneticamente genitori dei propri figli.

I nuovi diritti della CGIL sanciscono perciò un principio di normalizzazione per le famiglie arcobaleno e una definizione della sessualità femminile e della maternità come servitù volontaria. E della libertà femminile come libertà di mettersi in vendita. Tutto ciò può davvero considerarsi un progresso? Può esserlo per coloro che intendono il progresso come un continuo superamento dei limiti dissociato da qualsiasi valore. Con la prostituzione legalizzata, gli uomini hanno un legittimo e illimitato accesso alla sessualità femminile. Con la legalizzazione della gpa, le persone sterili hanno un legittimo e illimitato accesso alla procreazione. Ma questo progresso si rovescia in un regresso per le persone che, a queste aspettative, devono corrispondere con lo sfruttamento dei propri corpi. E nell’insieme forma una società dove la relazione umana è impoverita, sempre più sostituita dalla mediazione del denaro e della tecnica; dove l’umanità perde la capacità di darsi un senso e tende ad affidarsi alle potenzialità dei soldi e delle macchine, per voler giungere fin dove è possibile e anche oltre, non perché sia giusto o sia un bene, ma solo perché è economicamente e tecnologicamente possibile. Il denaro e la tecnica, non come supporto, ma come bussola dell’umanità.

(www.libreriadelledonne.it, 5 luglio 2018)

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