25 aprile 2017

Che parli la differenza sessuale maschile

di Arnaldo Di Salle e Luisa Muraro

Sento la necessità di ritornare al testo di Marina Terragni Il “padre” di Trento e l’adozione gay di Firenze: niente in comune tra le due sentenze (www.marinaterragni.it, 10 marzo  2017): in particolare le argomentazioni riguardo la cosiddetta “omofecondità” mi hanno indotto a pormi molte domande, a farmi sentire, ancora una volta, il bisogno di approfondire davvero il senso che si attribuisce a “parole” usate continuamente senza che vengano “spiegate” (spiegate proprio, come se fossero lenzuola da stendere al sole).

Omofecondità è parola suggestiva, e anche surreale, se riferita a una impossibile riproduttività omosessuale maschile; ma come nasce una simile richiesta da un maschio, da una coppia di maschi? Qui va collocato il vero vulnus, secondo me: perché questa ricerca di “omofecondità” maschile? cosa rappresenta questa richiesta posta da due maschi che fanno coppia? La maternità, intesa come complessiva relazione fra madre e il figlio da lei nato, ha un corrispettivo nei maschi “padri”? È possibile parlare di “istinto paterno” come se fosse omologo e commensurabile all’“istinto materno”?

Sono convinto di no; ma bisogna pur ammettere che, di regola, è presente nei maschi un forte desiderio di “riproduzione”; e io ritengo che questo desiderio sia esacerbato (esagero?) dal percepire, più o meno chiaramente, che la potenza riproduttiva, e di relazione con la prole, è competenza delle donne; ed è ancora in questo stesso ambito che il patriarcato gioca le carte del controllo, raccontandosi un “sentimento”, la paternità, e l’esercizio della paternità, che in realtà ha le caratteristiche di una creazione culturale, basata su stereotipi accettati acriticamente e basata, soprattutto, su istanze difensive, di rivendicazione, di riparazione: voglio essere padre per rivendicare un ruolo, per riparare un danno antico, per sfuggire all’angoscia di morte.

Si può aggiungere, io penso, che non soltanto non esista “parità riproduttiva”, ma addirittura che si mettano in moto meccanismi di competizione, per alcuni proprio di invidia, riguardo alla potenza generatrice del femminile.

A questo, almeno in parte, può essere riportato l’esercizio della violenza, sottintesa o esplicita, sulle donne, spesso estesa anche ai figli: come se per poter pareggiare i conti e ristabilire una simmetria, l’unica maniera sia annientare e sopprimere l’altra; e non soltanto perché si sottrae al “possesso”, ma anche perché detiene un potere che non sarà mai realmente esercitabile da parte dei maschi, né mai potrà essere davvero condiviso: il potere di riprodurre se stessi.

Arnaldo Di Salle

 

Caro amico, il suo interessante discorso m’incoraggia a sottoporle un’intuizione da me esposta nell’Ordine simbolico della madre (1991) e cioè che i bambini maschi, quelli che si vedono attribuire correttamente il sesso maschile, verso i due-tre anni si rendono oscuramente conto di non essere dello stesso sesso della madre e di essere estromessi dal continuum materno, per cui diventano insicuri e si arrabbiano. Ebbi questa intuizione nelle ore di tirocinio che passavo con le mie alunne in una scuola materna. Ora la presento a lei come una ipotesi per capire la sofferenza, a volte purtroppo insopportabile, degli uomini che vengono lasciati dalle loro compagne. Che lei sappia, accade qualcosa di simile anche nelle coppie maschili?La cronaca non ne parla. Anche le donne (alcune) soffrono quando sono abbandonate, ma molto raramente uccidono l’altro. Grazie.

Luisa Muraro


(www.libreriadelledonne.it, 25 aprile 2017)

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