11 maggio 2018

Cis, terf, favolosa e altre parole inappropriate

di Cristina Gramolini

Comincio dal fatto che non sono favolosa e non voglio esserlo. La principale ideologa transessuale italiana ha elevato la “favolosità” a marcatore della vita trans soddisfatta e il termine è stato adottato dalla parte queer del movimento lgbt. Favolose: un aggettivo al femminile per tutti, euforico della trasgressione sessuale. Ma tra quelli che parlano solo al maschile e quelli che declinano tutti i nomi al femminile non c’è troppa differenza per me: gli uni cancellano la differenza, gli altri se ne appropriano. Ecco che uomini gay o etero, contenti o meno del loro corpo maschile, sono favolose e hanno al seguito donne che non vogliono essere da meno, che si affrettano a dirsi favolose a loro volta, come abbiamo potuto leggere in taluni comunicati della rete italiana Non Una Di Meno. Tuttavia favolose erano le dive procaci degli anni Cinquanta, decisamente prefemministe.

L’ideologia transessuale avanza e arriva a rivendicare, con mio sgomento, il diritto al blocco della pubertà per i minori non conformi alle aspettative di genere! Allo stesso tempo chi va da uomo a donna (mtf) si vuole donna sempre più spesso anche senza ormoni e chirurgia, basta la parola; e si vuole lesbica, argomentando pacificamente che esistono donne con il pene e guai a contraddire, sarebbe da terf (trans excludent radical feminist).

Le mtf nei racconti di Marcasciano sono libere corsare del sesso gioioso, “meglio battere che combattere”. A questa idealizzazione si lega lo slogan sex work is work, già perché il sesso occasionale, mercenario o no, corrisponde a un panorama erotico e estetico maschile dalla lunga storia e dalla solida attualità e sono convinta che chi è maschio lo possa trovare davvero avvincente, tanto da non contemplare neppure che le donne possano avere una libertà sessuale diversa da questa. Dev’essere qui un punto dei tanti dell’incomprensione tra i generi. Comunque per me niente da eccepire se a fare sex work fossero solo maschi o ex maschi, invece non mi va l’estensione a me e alle donne in genere di questa formula.

Non sono cis-gender, come si dice oggi in ambiente transfemminista per indicare una nata femmina che si qualifica come femmina, traendone supposti privilegi di rispettabilità e egemonia. Le norme di genere avrebbero voluto ad esempio che io fossi interessata massimamente alla cosmesi mentre non sono così. Molto più cis-gender mi appaiono certe mtf che, giunte al genere di elezione, ne ricalcano gli schemi, tutte prese dagli accessori per signora e dai selfie continui.

Come molte, mi sono trovata prima a desiderare ciò che non avrei dovuto e poi a cercare di teorizzare il senso della mia disobbedienza al divieto, è lo iato tra la vita lesbica e la cultura lesbica, con le sue soluzioni consolatorie, autocelebrative, supportive ma anche critiche, politiche, artistiche. Ragiono per analogia: la vita transessuale viene prima della teoria transessuale, che avrà il ruolo confermativo necessario a una soggettività che vuole riscattarsi dalla norma sessuale che la svilisce. Ci vuole tempo per smitizzare, relativizzare il pensiero nei riguardi di una materia destabilizzante come il desiderio proibito, per esperienza sono in grado di comprenderlo. Ma mi oppongo senza mezzi termini all’appropriazione che il transfemminismo fa di noi, del nostro nome e della nostra storia, imponendoci l’obbligo di occuparci delle avventure del pisellino, amato-odiato-reso fantasmatico-rinominato come vagina, come se fossero cose che ci riguardano.

Conosco la rivolta contro il proprio sesso, non è un divertissement. Se questa ribellione giunge fino all’abolizione del sesso di nascita c’è la transessualità, che non è un prodotto della tecnica e della legge odierne, esisteva irriducibile anche prima nel travestimento e nel margine. Le persone trans sono donne trans e uomini trans, con cui camminare insieme se e quando ci sono mete condivise, purché ciò non comporti una nuova prevaricazione contro le donne: ognuno e ognuna diamoci un nome che ammetta la differenza. Il transfemminismo invece è una ideologia brandita sempre più spesso da anticonformisti generici, senza che venga reclamata come propria dai veri soggetti trans, forse perché questi ottengono in cambio una gradita inedita centralità?

(www.libreriadelledonne.it, 11 maggio 2018)

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