26 ottobre 2017

Con o senza i sensi di colpa, è finita la complicità maschile

di Massimo Lizzi

La violenza maschile capita per responsabilità diretta dei suoi autori e per responsabilità indiretta degli uomini assenti, silenti e indulgenti. Mentre le donne, che la violenza la subiscono, tentano di sottrarsi con strategie individuali e associate e con il femminismo, l’iniziativa maschile resta esigua, spesso di tipo professionale. Perciò, ha senso sollecitare gli uomini a considerare la violenza come una questione maschile. Lo ha fatto il presidente del senato Pietro Grasso. Un fatto nuovo, di grande valore; una novità che apre un conflitto e provoca resistenze.

La grande maggioranza degli uomini ancora rifiuta di assumersi le sue responsabilità e resiste in silenzio. Invece Edoardo Botteri, più coraggioso, parla e rappresenta in modo aperto questo spirito resistente: si sottrae al senso di colpa e rifiuta la corresponsabilità con tutti gli uomini, perché secondo lui limita e deprime la forza e la libertà dei giovani maschi nell’operare un cambio di civiltà.

Ma la giovane età non fa l’uomo nuovo: la maggioranza delle violenze fuori dalle mura domestiche è commessa da giovani maschi, spesso minorenni. E una colpa rimossa limita e deprime molto di più di una colpa riconosciuta.

In quanto uomo, io sento la colpa nei confronti delle donne. Così come la provo in quanto occidentale verso il resto del mondo, perché, a prescindere dai miei atti e dalla mia volontà, fruisco lo stesso dei profitti del colonialismo e dell’imperialismo. Nella relazione con le donne, tuttavia, pesano anche atti e volontà: non ho mai picchiato e violentato, ma ho commesso forzature e prevaricazioni, significative per il loro intento di controllare e subordinare. A questo aggiungo un immaginario di dominazione che si mescola con l’immaginario sessuale.

Con o senza i sensi di colpa, l’importante è ammettere la nostra colpa storica di uomini e la sua attualità. Perché questo ci orienta nella relazione con le donne, a partire – come sottolinea Umberto Varischio – dal riconoscere il primato della soggettività femminile nel definire la violenza. Nella relazione con gli uomini, una conseguenza di questa ammissione è la rottura della gerarchia e della solidarietà cameratesca. Come corresponsabili riconosciamo di essere associati ai violenti, ma lo riconosciamo per iniziare a dissociarci.

(www.libreriadelledonne.it, 26 ottobre 2017)

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