15 Aprile 2019

Coscienza evolutiva


Cambio di civiltà, diciamo. Sì, ma come starci? L’idea di dominare il corso della storia con grandi progetti politici si è rivelata catastrofica, e la politica a misura d’uomo non funziona più.

Mi sono chiesta: possiamo noi umani con le nostre specifiche caratteristiche, in primis la parola e l’autocoscienza, prolungare l’evoluzione indirizzandola su strade migliori per quel che riguarda la convivenza e la felicità? Intendo, verso i traguardi che l’etica ci fa riconoscere buoni e giusti? Ma per i quali non abbiamo la forza morale necessaria ad attingerli, come ci dimostra la storia.

Un giorno ho sentito parlare di “coscienza evolutiva”. Mi sono impadronita di quella formula per mettermi a pensare a quei felici modi di essere o di agire che non esigono grandi sforzi di volontà, come invece l’esercizio delle virtù. Sarebbero come le buone abitudini ma non hanno l’impronta della ripetizione, hanno invece l’impronta dell’atto libero. Vi si manifesta un di più nell’ordine dell’umano, come accade con l’arte o la santità, ma reso accessibile al comune degli esseri umani.

Le buone pratiche politiche del femminismo nella mia esperienza hanno questa caratteristica. E presentano una particolarità, che corrispondono a tradizionali, comuni comportamenti femminili, ma ripresi e potenziati, con il femminismo, da un’intenzione politica, finalizzati cioè a cambiare in meglio lo stato delle cose. Pensate alla pratica del gruppo separato di autocoscienza, che ha interrotto il moderno processo d’inclusione delle donne nella cultura maschile, e che ha consentito la presa di coscienza di sé da parte del soggetto donna. Il trovarsi tra sole donne era una pratica comunissima nella vecchia società, che è stata ripresa da noi in un senso sovversivo.

Da questa constatazione ricavo l’idea che la normalità femminile possa essere vista nel suo insieme come un progresso potenziale già disponibile per un futuro altrimenti buio verso il quale andiamo. E trovo una conferma più che autorevole nella lettera di Vandana Shiva alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, in difesa della Casa internazionale delle donne: la Casa delle donne è l’università del futuro.

Perciò la crescente presenza delle donne nella vita pubblica sta diventando un fattore positivo nel cambio di civiltà, per altro incerto, che stiamo attraversando.

Ma come agisce questo fattore? Innesto qui l’intuizione esposta in un contributo a VD 3, intitolato Differenze tra donne, differenza sessuale. Lì parlavo di un senso libero della differenza femminile, che non ha una definizione né contenuti precostituiti, ma che affiora attraverso le differenze tra donne. Ora aggiungo che, grazie alla pratica delle relazioni e alla presenza nella vita pubblica, affiora anche un mondo di donne, mondo mai visto da cui gli uomini non sono esclusi: in quel mondo si ritrovano e si riconoscono, non però identici a prima perché non sono più nella posizione di prima, centrale e dominante. Sono lì fedeli a se stessi in relazione con donne. La posizione centrale e dominante non è più di nessuno, non sarà di nessuno, mondo plurale senza un centro.

Anche questa è una intuizione e fa seguito a quella delle differenze tra donne.

Sento che è buona anche questa, da sviluppare nelle sue conseguenze. Per ora ne vedo due. Le anticipo. Una è di conferma dell’importanza delle relazioni donna con donna nella vita pubblica. La seconda è di mettere argine a una certa deriva nichilista del mondo maschile, genialmente disegnata nel film Roma del regista Alfonso Cuarón che vede gli uomini ridursi a cacche di cane.


Luisa Muraro


(Via Dogana 3, 15 aprile 2019)

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