28 luglio 2018
il manifesto

Dacia Maraini: «Abbiamo riscritto la storia»

di Alessandra Pigliaru

Un’intervista con la scrittrice che fin dall’inizio ha partecipato al progetto della Casa internazionale delle donne di Roma.

«È il movimento delle donne che ha fatto emergere il protagonismo femminile, compreso ricoprire ruoli pubblici di rilievo. Dispiace in particolar modo che sia proprio la prima sindaca di Roma a decretare la chiusura dell’esperienza della Casa internazionale delle donne».

Dacia Maraini ha partecipato alla prima occupazione di Palazzo Nardini, cominciata nel 1976. E da allora non ha mai interrotto la sua relazione con quella esperienza cruciale per la sua vita e quella di molte altre che insieme a lei hanno risignificato prima gli spazi di via del Governo Vecchio e poi, dal 1987, quelli trasteverini di via della Lungara. Oggi, dinanzi alla possibilità che tutto questo bene venga gettato alle ortiche per non aver voluto conoscere i fatti, ribadisce una volta di più le ragioni di una storia che va condivisa e rivisitata nella sua vitalità.

«Ero lì fin dall’inizio. Mi ricordo nitidamente quel convento abbandonato che sono state le donne a rimettere a posto, le lunghe riunioni, gli incontri, le discussioni, preparavamo il teatro di strada e io avevo una sala dove fare le prove. Ho vissuto quegli anni intensamente, dormendo lì per non essere cacciate via. Facevamo i turni. Facevamo autocoscienza. È una esperienza ancora vivissima, piena di passione e priva di violenza. Abbiamo riscritto la storia, il movimento delle donne è stato davvero alla base di una rivoluzione. Della mentalità, del costume e delle leggi che sono cambiate in meglio».

Cosa pensa della revoca della convenzione per morosità voluta dalla giunta Raggi?

La sede di via della Lungara è stata molto praticata da donne di varia provenienza, non ha mai avuto – perché non era nelle sue intenzioni – appartenenza partitica. Una parte del debito che viene contestato, con molta fatica, è stato ripagato. Non solo rimettendo a posto lo spazio in Trastevere, andando poi a favore e beneficio dell’intera città. Tutta quella attività culturale non è stata vana, è stata messa al servizio di Roma e non solo. È una attività che ha aiutato a far crescere la coscienza delle romane e di tutte le donne di altre parti d’Italia che l’hanno frequentata. Non capisco perché si debba chiudere un luogo come la Casa delle donne. Mi indigna e trovo scandaloso che sia proprio la prima sindaca donna a volerne la chiusura.

Lei ha partecipato attivamente al progetto della Casa, quello che viene contestato – dalla mozione di Gemma Guerrini – sul punto di una mancata imprenditorialità. Quindi tutto bene sul piano culturale ma non siete riuscite – a detta delle rappresentanti 5stelle che hanno poi firmato quella mozione – a creare impresa, imprenditoria femminile

Infatti non abbiamo mai inteso la Casa delle donne come una fabbrica, o un negozio. Lo scopo non doveva fare impresa anche se si può dire che fare cultura è fare impresa, in senso lato, riguardo per esempio l’autoeducazione di un popolo, di una città. Abbiamo sempre fatto volontariato culturale, nessuna di noi ha mai guadagnato o preso un soldo. Tante donne hanno dato, anche in termini economici, il proprio lavoro, il proprio tempo. Questo conterà qualcosa o no? Certo che abbiamo prodotto moltissimo: idee, consapevolezza, linguaggio e molto altro ma mai per tornaconto economico.

Avete un’altra idea di economia forse. Pensa sia per questo che non hanno accettato la memoria depositata dal direttivo che chiedeva di defalcare il debito quantificando i servizi resi alla città?

La Casa delle donne ha prodotto cultura e ha prodotto servizi. A titolo completamente gratuito, è questo il patrimonio. Qualsiasi città civile ne terrebbe conto e ci investirebbe. Se loro non ne tengono conto è una prepotenza. Se il punto è il debito allora Roma dovrebbe chiudere tutti i servizi della capitale, zeppi di debiti e quelli della Casa delle donne sono minimi rispetto ad altri disastri. Invece decidono di cominciare proprio da quelli di via della Lungara. Una società civile investe sui servizi, investe sulla cultura, cioè fa esattamente il contrario di ciò che vorrebbe fare questa giunta.

Cosa dice della messa a bando dei servizi di questo centro polivalente che hanno paventato al posto degli attuali?

Prima di andare al governo avevano detto che il potere non gli interessava, che non avrebbero fatto come i loro predecessori e che non si sarebbero spartiti i posti. Invece ora stanno pian piano occupando i ruoli interni alle istituzioni e anche quelli cruciali come Rai, Atac e tante altre. Probabile che nel piccolo anche la Casa delle donne susciti qualche appetito. L’unica ragione di scelta dovrebbe essere il valore e il significato di una attività come quella nevralgica della Casa internazionale delle donne di cui siamo orgogliose.

(il manifesto, 28 luglio 2018)

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