18 novembre 2018
Avvenire

Dalla Francia all’Italia. Donne, vita quotidiana e politica

di Antonella Mariani

La rivolta in Francia contro il caro vita si può leggere in molti modi. Le periferie del Paese contro il centro. Il ceto medio e medio-piccolo spremuto dalle tasse contro le élite dirigiste. Ma c’è anche un altro aspetto, ugualmente rilevante. All’origine della protesta contro il rincaro dei carburanti, la goccia che ha fatto traboccare il vaso del malcontento, ci sono due donne. Jacqueline (o Jacline, come ama farsi chiamare lei) Mouraud, 51 anni, bretone, ha lanciato il guanto di sfida al presidente Emmanuel Macron con un video pubblicato su Facebook il 18 ottobre, visto da 5 milioni di persone. Priscilla Ludosky, 33enne della regione parigina, venditrice di cosmetici online e «automobilista», ha raccolto 850mila firme con una petizione lanciata su change.org lo scorso maggio. È lecito pensare che nessuna delle due avrebbe mai voluto che la protesta degenerasse e causasse la morte di una manifestante e il ferimento di decine di altri, come è accaduto ieri.

Al netto dei drammatici risvolti della mobilitazione, Jacqueline e Priscilla esprimono il potenziale di una politica declinata direttamente al femminile, senza intermediazioni partitiche. Una politica che va al sodo, archivia le ideologie, abbraccia il pragmatismo e mette al centro le persone e i loro bisogni. In effetti, le voci dei manifestanti con i gilet gialli, raccolte nei giorni scorsi dai media francesi, raccontano di lavoratori e lavoratrici pagati mille euro al mese, che vivono in centri periferici, mal collegati tra loro dai servizi di trasporto pubblico, che ricorrono all’auto privata per gli spostamenti casa-lavoro e per ogni necessità familiare, dal panificio all’ambulatorio medico. E che nell’accelerazione ecologista di Macron, accompagnata dai rincari dei carburanti, credono poco, anche perché a pagarla sono loro, appartenenti alla classe media e medio-bassa, non i parigini benestanti che viaggiano a bordo delle metropolitane veloci.

Il protagonismo femminile però non suscita solo simpatie. È un meccanismo ben noto, quello dello screditamento e della delegittimazione. Jacqueline Mouraud si è vista addebitare la sua passione per il paranormale e altre stravaganze come la riscrittura del testo della Marsigliese. Un cliché che conosciamo anche al di qua delle Alpi. Le sette signore che il 10 novembre a Torino hanno catalizzato le istanze dei Sì Tav sono state classificate come “madamin”, termine che, al di fuori dei confini sabaudi, al resto d’Italia fa pensare più a un club di salottiere in tailleur e foulard che a un gruppo di professioniste – quali sono – seriamente preoccupate per il futuro della città, della regione e del Paese e che per questo hanno messo in gioco le proprie energie.

Ancora, le sei donne che a Roma il 27 ottobre hanno portato migliaia di cittadini sotto il Campidoglio «contro il degrado» della Capitale sono state anch’esse trattate da molti come snob viziate. La cosa che più dispiace è che a questa “narrativa” dai toni sessisti, già piuttosto in voga tra gli uomini, partecipano altre donne. Non che lo spirito di corpo (femminile) debba prevalere sulla valutazione dei fatti e delle opinioni, ma almeno non si contribuisca ad alimentare stereotipi e strumentalizzazioni che si potrebbero ritorcere contro chi li formula. Come è successo in effetti alla consigliera comunale torinese dei Cinque Stelle Viviana Ferrero, la prima a parlare di «madamin salottiere», e alla stessa sindaca Virginia Raggi, che aveva rimproverato alle manifestanti romane le loro borse costose. L’auspicio, dunque, è che quando si parla di donne impegnate nella cosa pubblica nel senso più generale del termine, si stia ai fatti e alle idee, senza antichi riflessi condizionati dal maschilismo, in Francia come in Italia e altrove. Un augurio che riguarda anche gli Stati Uniti, dove le elezioni di medio termine del 6 novembre hanno visto un numero record di donne elette al Congresso. O l’Etiopia, dove per la prima volta una donna è diventata presidente.

Con questo, non crediamo che le donne in piazza in Francia, a Roma e a Torino siano le eroine di un rinnovato femminismo, né che siano le nuove rivoluzionarie. Cogliamo però il segnale: le donne si mobilitano non tanto quando si toccano questioni ideologiche e di puro potere (ne è lampante prova il dibattito che da mesi agita al suo interno il Partito democratico, tutto rigorosamente al maschile), ma piuttosto quando è la vita quotidiana, il benessere e il futuro delle persone a “chiamarle”. Gli aumenti dei prezzi e dunque il bilancio familiare in Francia, le buche e l’immondizia e dunque il decoro e la sicurezza di tutti a Roma, la prosecuzione della Tav e dunque lo sviluppo e il lavoro a Torino… Mobilitazioni riconosciute da tutti gli osservatori come apartitiche, ma che non sono affatto apolitiche. Una politica diversa, più concreta, forse, più umana. Ebbene, lasciamole lavorare.

 

(Avvenire, 18 novembre 2018)

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