4 aprile 2018
#VD3

Diventa più grande l’orizzonte della politica – Ilaria Fraioli

Introduzione all’incontro di Via Dogana 3: Diventa più grande l’orizzonte della politica domenica 18 marzo 2018

 

Ilaria Fraioli per il gruppo di Dissenso Comune

 

Il documento Dissenso Comune è nato da un incontro tra donne del mondo dello spettacolo con l’esigenza di analizzare e in seguito prendere parola pubblicamente per denunciare lo stato delle cose in merito alla disparità di genere e alla diffusa e autorizzata modalità relazionale molesta nell’ambito del cinema.
La prima spinta è stata senz’altro quella della solidarietà che abbiamo sentito e voluto dimostrare verso le nostre sorelle attrici molestate, offese, violate, alcune delle quali hanno, con grande fatica e coraggio, cominciato a denunciare situazioni  immediatamente e tristemente familiari a tutte noi.
Queste situazioni infatti non sono eccezioni, ma una regola o peggio un dato di fatto contato e “naturale”. In seguito a questa riflessione la nostra solidarietà si è man mano trasformata in vicinanza, in “prossimità”.
Ci siamo sentite tutte vittime di uno stato di cose che ha a che fare non solo con l’abuso di potere nel contesto lavorativo gerarchico, ma essenzialmente con un Sistema che regola ancora e senza eccezioni le relazioni umane di genere, nonostante l’emancipazione e la liberazione femminile, anzi forse proprio da queste evoluzioni rafforzato e paradossalmente valorizzato.
Pensiamo che la messa in crisi di un sistema di valori antichissimo generi un disordine simbolico e morale che si sviluppa tutto sul corpo femminile.
Le attrici presenti durante la riflessione che ha portato al documento hanno descritto il corpo dell’attrice come esposto per eccellenza, un corpo esposto alla narrazione di tutti, paradigma e rappresentazione dell’immaginario collettivo; in quanto tale il senso comune vi risiede e rende visibili, riconoscibili e concreti i principi che lo governano.
Ma in quanto tale esso può essere anche efficacemente utilizzato da noi come specchio riflettente e altisonante di un grido di rivolta definitiva ed irreversibile.
Durante i nostri primi incontri abbiamo riconosciuto il privilegio di aver accesso a questa
piattaforma che può enormemente amplificare la nostra voce, quella di tutte noi, corpi immaginari e corpi reali, lavoratrici dello spettacolo, lavoratrici in generale, donne di tutto il mondo.
Di qui la decisione di assumersi questa responsabilità, quella di prendere parola.
In particolare si è cercato di utilizzare questa presa di parola come un dire prima ancora che come un richiedere.
Dire a partire dai fatti recentemente accaduti e denunciati pubblicamente da Asia Argento e con lei da tutte le altre che ci hanno precedute; dire per cercare di portare il discorso più avanti della denuncia verso una analisi della realtà fotografata e riprodotta dalla lente del nostro obbiettivo, quello delle donne dello spettacolo, quello delle attrici molestate, quello delle lavoratrici profondamente e colpevolmente discriminate in ambito lavorativo; dire per mettere fine alla terribile deriva regressiva generata dall’aumento di libertà femminile che mette le donne sempre più al centro di episodi di violenza e molestia, dire per dare forza ad un movimento di opinione che generi a sua volta, come in altri paesi e in varie forme sta finalmente accadendo, una vera e propria
svolta culturale e politica a fronte di una situazione sempre più degenerante non solo nei costumi e nella morale, ma anche nella “reale” possibilità di piena cittadinanza a questo mondo per tutte noi donne e donne lavoratrici.
Abbiamo in questo senso sentito anche l’esigenza di sostanziare l’analisi della condizione particolare nel contesto lavorativo del cinema in Italia con il supporto di una raccolta dati che potesse accompagnare la spinta primaria, il senso profondo di una ribellione ormai necessaria come l’ossigeno.
Alcuni sintetici risultati di questa raccolta dati.
Nel 2016/17 l’88% dei film a finanziamento pubblico italiano è stato diretto da uomini così come il 79% dei film prodotti dalla RAI ed il 90,8% dei film che sono stati proiettati nelle sale cinematografiche.
A fronte di ciò si è rilevato non solo che sul piano della qualità i film fatti da donne sono in percentuale molto alta (circa 40%) apprezzati e premiati in festival nazionali ed internazionali e ottengono il finanziamento e il riconoscimento di film di interesse culturale da parte del MIBACT, ma anche che nel campo della formazione la presenza delle donne e la loro risposta nell’apprendimento è molto alta.

Ciò significa in modo chiaro che il collo dell’imbuto si stringe nelle fasi successive della carriera, quando si attiva un meccanismo di sistematica esclusione o idimensionamento o discriminazione che nega alle donne un percorso professionale lineare e corretto.
Questo nonostante il fatto che la redazione della nuova legge sul cinema del 2016/17 sia stata, nei decreti attuativi, formalmente obbligata a tenere conto della normativa europea in merito al contrasto verso le discriminazioni di genere.
In Italia si è riusciti cioè a scrivere una nuova legge che di fatto riduce al minimo consentito tale indicazione di orientamento. Basti verificare la percentuale di presenze femminili previste nei nuovi organi decisionali ed esecutivi nell’ambito dello Spettacolo: il minimo possibile per non “scontentare” l’orientamento europeo.
Questi dati non hanno fatto che confermare qualcosa di terribilmente già noto a tutte noi.
In ambito professionale, oltre che esistenziale, siamo continuamente ridimensionate; siamo sottoposte ad una continua induzione alla mancata riuscita delle nostre ambizioni e, in questo modo, sistematicamente indirizzate verso il posto di secondo piano, il compenso ridotto, il minore riconoscimento.
Quindi quel Sistema insopportabilmente discriminatorio e violento non solo gode di buona salute nonostante sia l’espressione estrema e disperata, urlata e folle, di un modo di stare al mondo ormai palesemente fallimentare oltre che ingiusto, ma continua ad agire nei luoghi decisionali e in tutti i contesti privati e professionali senza freno anzi con il pieno riconoscimento, con la piena autorizzazione.
Il nostro documento ha voluto tentare di dare voce al profondo dissenso verso questo stato delle cose di tantissime donne dello spettacolo e degli altri contesti professionali per poi attivare queste energie antagoniste verso il cambiamento. Di più, il nostro documento ha voluto entrare nel flusso già attivato da altri movimenti che hanno scoperchiato un Sistema che faceva del silenzio e dell’omertà la sua forza e la sua linfa e dall’interno di questo flusso elaborare una analisi a partire dal proprio specifico.
Attualmente, dopo aver avuto un emozionante incontro con le prime 124 firmatarie del documento ed esserci guardate, ascoltate e riconosciute, stiamo lavorando insieme su alcune questioni specifiche e studiando una serie di richieste da presentare nei luoghi decisionali preposti a renderle pratica come l’istituzione di un codice etico che regoli i rapporti nei luoghi di lavoro al quale tutte le produzioni cinematografiche e i lavoratori da esse contrattualizzati dovranno attenersi, pena il licenziamento per giusta causa.
Stiamo lavorando anche sulla rivendicazione della parità di compenso e sulla equa rappresentanza negli ambiti decisionali sia istituzionali (commissioni ministeriali) sia di immagine (presenze nelle giurie e nella direzione dei festival) sia nella composizione delle troupe, proponendo un iniziale 30% di presenze femminili per arrivare al 50%.
Stiamo anche tentando di entrare in una relazione concreta con altre donne che come noi vogliono incrinare fino a distruggere questo Sistema di regole scritte e non scritte, sia le donne di altri contesti professionali specifici (ad esempio le giornaliste) sia le nostre sorelle già organizzate politicamente, già in rete, già attive sulla scena del cambiamento.

(Via Dogana 3, 4 aprile 2018)

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