28 febbraio 2018
Osservatore Romano

È davvero tutta colpa della religione?

di Lucetta Scaraffia

 

Una delle convinzioni più radicate del nostro tempo è che le religioni siano all’origine dell’oppressione delle donne, e che in particolare la religione islamica le umili e sanzioni la loro libertà. Fino a qualche anno fa, quando la presenza islamica in Europa non era ancora così pervasiva e non sembrava porre particolari problemi, la bestia nera del femminismo era la Chiesa cattolica, per la sua chiusura di fronte all’aborto e agli anticoncezionali e per il rifiuto del sacerdozio femminile, ma oggi il suo posto è stato preso senza dubbio dalla tradizione islamica. Veli imposti, burkini, mogli e figlie segregate nelle periferie delle città europee hanno messo sotto gli occhi di tutti un esempio ben più forte di mancanza di rispetto verso quella libertà individuale femminile che è stata invece conquistata nelle nostre società. La reazione è violenta e immediata, e se ne fanno portavoce anche alcune donne islamiche perseguitate che indicano nella secolarizzazione la sola via percorribile per raggiungere la libertà femminile.

Ma è veramente così? Come avviene all’interno della tradizione cristiana, in cui molte studiose riscoprono le radici femministe dei vangeli, così alcune studiose della tradizione musulmana stanno facendo emergere una realtà più variegata e complessa. Ma la prima che ha cominciato a guardare con occhio critico questo stereotipo è stata un’antropologa e storica francese, Germaine Tillion, con un libro sulla famiglia in area magrebina, il cui sguardo si apre a tutta la zona mediterranea, L’harem et les cousins, uscito nel 1966 dopo circa vent’anni di ricerche sul campo.

Il suo oggetto di studio è il degrado progressivo della condizione femminile nella zona mediterranea, ma senza cercare facili capri espiatori nelle religioni. Tillion collega questa situazione all’esistenza di una struttura sociale relativamente omogenea sulle coste sia meridionali che settentrionali del Mediterraneo, distinguendo quindi la fede religiosa dalle pratiche sociali, nelle quali rintraccia l’origine preistorica di un’endogamia mediterranea, sopravvissuta alle grandi rivoluzioni religiose come il cristianesimo e l’islam. «La società “storica” [la nostra] (…) venera la propria parentela dal lato paterno, abbandona quella socializzazione intensa (nota come esogamia) che ha salvato la società “selvaggia”, e soprattutto essa è fanatica della crescita in tutti i campi: economico, demografico, territoriale». Un modello sociale espansionista e conquistatore che è quello in cui noi stessi ancora viviamo.

La lunga durata nella quale l’autrice imposta il suo discorso coinvolge anche l’Europa, e serve a sottolineare come le grandi religioni — cristianesimo e islam — abbiano fallito nel loro tentativo di valorizzare le donne. Tillion infatti rivela come la norma coranica che impone di dare una parte dell’eredità alle figlie (se pure metà di quella che tocca ai maschi) e la libertà di amministrarla alle donne sposate non sia mai stata attuata dalle tribù nomadi endogamiche, perché avrebbe significato la disgregazione della tribù. Sono quindi cadute nel nulla «prescrizioni che rappresentavano, nel momento in cui il Corano fu rivelato, la legislazione più “femminista” del mondo civile». Popolazioni caratterizzate da una fervente religiosità musulmana non si sono quindi fatte problema di ignorare una norma coranica che avrebbe dato alle donne maggiore autonomia individuale. Ma la stessa cosa, ricorda Tillion, è avvenuta nelle società cristiane: il delitto d’onore che ha funestato alcune zone della penisola italiana fino a tempi purtroppo recenti non si può certo considerare coerente con l’insegnamento cristiano. La studiosa conclude quindi che le tradizioni sociali sono state più resistenti delle forze religiose nuove che si sono sovrapposte, dominando solo in apparenza le culture mediterranee per secoli.

Dalla sua puntuale ricerca emerge che il controllo sulle donne si fa più rigido nelle fasi di transizione da un sistema culturale a un altro: «il degrado della donna non accompagna quindi l’endogamia, ma una evoluzione incompiuta della società endogamica» che si produce al contatto fra la società urbana e quella tribale come reazione protettiva nei confronti dello spazio aperto della vita cittadina. Al degrado delle condizioni di vita le popolazioni reagiscono controllando le proprie donne, ossia la propria roba. Si tratta quindi di sostenere un cambiamento non riuscito, causa di malessere sociale. «Insomma l’islam ha quasi da solo “riassorbito” un fenomeno sociale il cui rapporto con esso riguarda essenzialmente la geografia e non la teologia» scrive Tillion.

La novità dell’analisi di Germaine Tillion sta pure nel suo individuare come problematico anche il concetto di mascolinità mediterraneo, che prevede una valorizzazione smisurata della virilità, causando angosce nell’individuo.

Donne e uomini, entrambi vittime della stessa struttura sociale antica e pervasiva, non sarebbero quindi oppressi dalla tradizione religiosa, ma dalle proprie resistenze al cambiamento.

 

(Osservatore Romano, 1 febbraio 2018)

Print Friendly, PDF & Email