26 gennaio 2018
#VD3

È un buon momento

 

di Vita Cosentino e Laura Milani

 

Ci sono fatti che portano a grandi conseguenze e quindi suscitano accesi dibattiti. Siamo in uno di quei momenti fortunati, ma l’impressione è che i media siano invece più interessati ad alimentare l’idea di una guerra tra donne, a suggerire schieramenti: chi sta col #metoo, chi invece aderisce all’appello delle 100 francesi. Posizioni distanti sono per noi segno di ricchezza se nel confronto si riesce ad approfondire cosa c’è in gioco e cosa può essere rilanciato senza cadere nella trappola delle divisioni fra femministe.

Abbiamo letto in questa chiave l’intervista ad Anna Bravo apparsa su Robinson il 14 gennaio scorso. Sono molte infatti le questioni che qui emergono.

 

Lo sguardo sul presente

L’intera vicenda partita dallo scandalo Weinstein viene interpretata da Anna Bravo, in accordo con l’appello francese, come “trionfo del radicalismo puritano”, a cui vengono contrapposte “le femministe americane dei primi anni Settanta che lottavano contro il modello perbenista e rispettabile”.

A noi sembra che le femministe di oggi, quelle del #metoo, non solo non sono puritane ma anzi sono politicamente molto in sintonia e in continuità con le femministe di allora. E hanno anche la stessa dirompenza. Hanno fatto un gesto di rottura efficace andando a svelare e a colpire l’intreccio tra sesso denaro e potere che è diventato sistema. E qui in Italia lo sappiamo bene con i venti anni di governo di Berlusconi. Negli ultimi decenni le donne sono entrate nella società a tutti i livelli, forse pensando che il mondo le stesse aspettando, perché non era più il mondo dell’oppressione femminile. Invece hanno cozzato contro quel pilastro che regge tutta l’architettura del potere maschile. La prevaricazione maschile riguarda ogni aspetto, pensiamo ad esempio all’ultimo libro di Rebecca Solnit, Gli uomini mi spiegano le cose, che mostra le prevaricazioni intellettuali che lei stessa ha dovuto fronteggiare. È un’intera cultura che ne è impregnata ed è un’intera cultura che va cambiata. Con intuito politico le donne del #metoo hanno trovato il modo di aprire una crepa nel sistema di potere maschile e nel fare questo hanno trovato l’aiuto e il sostegno delle femministe di allora. In America non c’è contrapposizione evidente tra le diverse generazioni di femministe.

 

La sfiducia nel cambiamento

La critica al #metoo è animata dalla sfiducia che in questo modo ci possa essere davvero cambiamento. Anna Bravo teme che tutto questo “non serva a niente”. “I patriarchi cadono, ma il patriarcato è più vivo che mai”.

Casomai è il contrario. Non viviamo più in epoca patriarcale. Possiamo dire che con il ’68, che è stata una rivolta contro i padri, è iniziato il processo di disgregazione delle strutture patriarcali della società. Ma non è finito il dominio maschile. Ha ragione Chiara Zamboni quando dice che “il patriarcato è morto, ma gli uomini sono sempre sulla scena, occupata a questo punto dai fratelli che hanno creato una società fortemente conflittuale a cui vogliono invitare le donne, sorelle, per fare da specchio ai conflitti tra loro”. Siamo in una situazione di passaggio, che è una condizione favorevole, e si è potuta aprire una crepa nel sistema: quello che si annuncia è un vero e proprio cambio di civiltà. E ha ragione Oprah Winfrey quando dice che “Quel tempo è scaduto” e siamo a “un nuovo inizio”. La posta in gioco è altissima: mira a ridiscutere il contratto sessuale sottostante al contratto sociale.

 

Paragoni indebiti

Quello che sta succedendo è visto con preoccupazione e viene paragonato da Anna Bravo ai “processi popolari” della rivoluzione culturale cinese. Sui giornali si è parlato anche di maccartismo, caccia alle streghe, purghe staliniane.

È vero, le reazioni sono dure: allontanamenti, dimissioni, sparizioni dal mondo del cinema. Ma quei paragoni sono del tutto indebiti. In questo caso non c’è un apparato statale, un partito, un uomo solo al comando che impartisce direttive. Non ci sono morti e deportazioni. Quello che sta avvenendo è un sommovimento nel corpo stesso della società che autoproduce trasformazioni situazione per situazione. E questo è uno degli aspetti più interessanti. Queste donne non si rivolgono alla magistratura. Parlano. La novità è che oggi vengono credute e la società risponde.

L’obiezione si innesta sul fatto che ci sono, e ci potranno essere ancora, eccessi e ingiustizie. Anche questo è vero. E allora cosa fare? Il caso di Margaret Atwood è molto interessante in proposito. Lei si è coinvolta di persona. Ha difeso un docente universitario secondo lei ingiustamente accusato di molestie. Ha fronteggiato pesanti critiche sul web e fa presente un’istanza importante: se le donne vogliono una giustizia giusta, questa deve valere per tutti. Il rischio di una deriva giustizialista si combatte entrando nella mischia di persona con la forza della verità di una parola autorevole, caso per caso, e non criminalizzando la portata di quello che sta succedendo.  

 

Vittimismo

Un’altra falsa contrapposizione è quella tra l’immagine della donna vittima, che sarebbe veicolata dal #metoo e l’immagine della donna soggetto che sarebbe invece da rivendicare per cambiare il sistema.

Ci sono voluti quaranta anni di femminismo, ma la soggettività femminile è stata messa al mondo, e questo grazie a donne come la stessa Anna Bravo. Anzi il femminismo ha fatto di più. Come mostra l’ultimo libro di Wanda Tommasi Ciò che non dipende da me, ha contribuito in modo decisivo alla formazione dell’immagine del soggetto contemporaneo, che presenta un volto più femminile che maschile.

Una donna che parla è una donna che prende in mano la sua vita. Dire la propria verità soggettiva esponendosi in pubblico – e oggi anche i social sono spazio pubblico – non solo è un atto di coraggio per ogni singola donna ma è anche la strada maestra per diventare soggetto. Un soggetto non è un’entità astratta. Esiste in quanto prende la parola. Parlare è già agire e se la parola è trasformativa, come in questo caso, rafforza ancora di più la soggettività della singola che si trova a fare un’esperienza condivisa con le altre.

Impersonare la figura della vittima è così estraneo alle giovani donne che anche il movimento Non una di meno – che nasce in Argentina precisamente contro la violenza sulle donne – nel suo Piano italiano su questo punto in particolare è nettissimo. Si dichiarano femministe e da questo posizionamento rifiutano “ogni discorso o retorica su un presunto ‘destino biologico’ fatto di fragilità, inferiorità – e quindi vittimità – delle donne” .

Con i movimenti del #metoo e di Non una di meno, ci vengono dall’America del nord e del sud due spinte differenti ma entrambe significative, destinate, crediamo, a potenziarsi l’una con l’altra.

 

Il politicamente corretto

Non sappiamo dove porterà tutto questo sommovimento ma sappiamo che il pericolo che “il politicamente corretto uccida la libertà” esiste.

È vero che il rapporto tra uomini e donne è delicatissimo e “troppo complicato per essere liquidato con il politicamente corretto”. Ma non lo si può imputare alle donne del #metoo che non si caratterizzano certo per la pretesa di nuove regole e nuove leggi. Anzi. Piuttosto questo pericolo viene dalle istituzioni del potere che potrebbero voler porre fine a questa libera ricontrattazione tra i sessi, inquietante proprio perché ingovernabile, fuori dalle regole e dagli schemi. Pensiamo anche noi che sarebbe una vera iattura che si aggiunge alla pesante regolamentazione che ha già investito ogni ambito del mondo del lavoro. Lo sarebbe soprattutto nell’educazione delle giovani generazioni.

Manca una cultura della sessualità e ha ragione Ida Dominijanni quando interpreta quello che sta capitando come una reazione alla miseria sessuale maschile del nostro tempo. Proprio rispondendo all’appello delle 100 francesi dice: “il #metoo, e in generale la presa di parola femminile contro l’andazzo corrente della miseria del maschile, nasce in una situazione che ha già mandato a morte la sessualità, e forse può farla risorgere, una volta liberata dal dispositivo di cui sopra.”

Contrastare il politicamente corretto è una ragione in più per esserci in prima persona e spendere la propria intelligenza per la libertà di tutte. È un buon momento.

 

(Via Dogana 3, 26 gennaio 2018)

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