5 maggio 2018
Il Quotidiano del Sud

Eterologa e utero in affitto non sono la stessa cosa

di Franca Fortunato

Nei giorni scorsi i mass media hanno dato la notizia che a Torino un bambino è stato registrato all’anagrafe come “figlio di due madri” e a Roma un altro come figlio di “due padri”, facendo intendere che stavano parlando di una medesima condizione umana. Ma così non è, basta rifletterci un po’ per capirlo. Perché un bambino o una bambina vengano al mondo – come è evidente – ci vuole una donna, perché ci sia un padre ci vuole una madre. Ebbene nel caso delle due madri, una di loro ha fatto ricorso alla fecondazione eterologa e ha portato avanti la gravidanza fino al parto senza interrompere la relazione con la sua creatura, come fa la madre che acconsente alla venuta al mondo di ognuna e ognuno di noi. La seconda madre non cancella né si sostituisce alla prima, ma si accompagna a lei nella cura e nella crescita del bambino. Che questo venga iscritto anche nel diritto ci può stare. Diversa è la situazione dei “due padri”. Perché ci sia un padre ci vuole una madre, a meno che non si creda che i bambini li porta la cicogna o che nascono sotto un cavolo. Chi è la madre del bambino? Come hanno fatto i due a proclamarsi “padri” senza una madre? È subito detto. Uno dei due con un regolare contratto commerciale, mettendo di suo lo sperma, ha commissionato a una donna feconda il bambino, programmando deliberatamente l’interruzione della relazione che la creatura piccola vive con la madre durante la gravidanza e questo solo per poter soddisfare il suo desiderio di paternità, visto che gli uomini non fanno i figli. Per farlo, entrambi sono andati in Canada, dal momento che la pratica dell’utero in affitto, o gestazione per altri (Gpa) o maternità surrogata, in Italia è proibita, mentre la fecondazione eterologa – a cui ha fatto ricorso la donna di Torino – non lo è. Quanto hanno pagato quella creaturina, visto che in un contratto commerciale non basta il desiderio ma occorrono anche i soldi? I due “padri” si sono autoproclamati tali cancellando la madre, dopo aver rotto deliberatamente senza necessità la relazione madre/figlio (figlia), su cui per millenni si è retta la civiltà umana. Quale civiltà moderna è quella che non riconosce il primato della relazione materna, non la salvaguarda né la valorizza ma la cancella e ad essa sostituisce la forza del mercato e del denaro, che mercifica il corpo fecondo femminile e la venuta al mondo di un essere umano? I bambini e le bambine non si vendono e non si comprano, come nessun altro essere umano, e non importa se a farlo siano coppie omosessuali o eterosessuali. Conosco la forza del desiderio e so che è cosa buona e giusta perché ci tiene in vita, ci dà le energie per andare avanti, ma so anche come il desiderio di suo può non avere fondo e limiti e se poi si incontra con la forza del denaro – di cui non ho esperienza perché ne ho sempre avuti pochi – e la tecnica, allora il desiderio diventa incommensurabile come dimostra la pratica della compravendita di una creatura non ancora nata. Questa è una strada – come scrive Luisa Muraro nel suo libro L’anima del corpo – che non si doveva prendere come quella di fabbricare armi atomiche, negli anni Quaranta del secolo scorso, armi che continuano a fare paura. Qualche grande scienziato lo capì e si rifiutò di collaborare. Il rischio, se non si cambia strada, è che a lungo andare comprare e vendere il corpo fecondo di una donna, commissionare una creatura dietro pagamento, interrompere la relazione materna, luogo delle origini di ognuno e ognuna di noi, diventi una pratica “normale” per venire al mondo, a cui ci si assuefà e non ci si scandalizza più. Il modo in cui è stata data e accolta la notizia dei “due padri” ne è un forte segnale. Non si tratta di essere pro o contro, tutte/i possiamo portare “buone” ragioni per sostenere l’una o l’altra tesi – gli uomini hanno sempre trovato “buone ragioni” per fare cose sbagliate, come le guerre – ma si tratta di ragionare, di pensare e di prendere coscienza che non è il fine che giustifica i mezzi ma – come scrive Simone Weil – sono i mezzi che giustificano il fine, sapendo che nel modo come si viene al mondo la posta in gioco è molto alta, ne va della nostra civiltà e umanità. Se tutto questo non diventa coscienza e consapevolezza condivisa, prima di tutto tra donne, allora col tempo prevarranno la forza della legge, i divieti, le pene e le punizioni, con le correlative trasgressioni. Ma non è questo che io voglio, né voglio essere complice di quanto sta accadendo.

(Il Quotidiano del Sud, 5 maggio 2018)

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