26 gennaio 2018
#VD3

Quanta strada

 

di Silvia Baratella

 

Una mattina di oltre vent’anni fa fui svegliata da una notizia di cronaca alla radio che di recente mi è tornata in mente. Un commesso del Comune di Milano era stato denunciato ai superiori per molestie sessuali da ben sette dipendenti comunali: impiegate, funzionarie e persino una dirigente. La notizia era che ciascuna di loro, compresa la dirigente, era stata trasferita in seguito alla denuncia, mentre al commesso non era stata nemmeno comminata una sanzione disciplinare ed era rimasto indisturbato al suo posto.  

È di questi giorni invece la notizia che Bellomo(1) è stato destituito dall’organo di autogoverno della magistratura amministrativa e che per lui si prospetta l’espulsione dalla magistratura.

Se un tempo un semplice commesso poteva molestare impunemente persino una dirigente, e anzi ne pagava lei le conseguenze, oggi uno dei magistrati più potenti d’Italia (membro del Consiglio di Stato e dell’organo di autogoverno della magistratura amministrativa) si ritrova con la carriera distrutta per aver fatto la stessa cosa a delle semplici studentesse. Quanta strada abbiamo fatto!

Alcune ora osservano che #metoo sta creando soggettivazione femminile, sì, ma basata solo sul riconoscimento di un comune ruolo di vittime. Una preoccupazione giusta. Ma forse anche alla luce di quella lunga strada, non posso fare a meno di vederci molto di più. Vedo donne che non appaiono impotenti come di solito immaginiamo le vittime: non solo hanno tenuto duro e si sono districate da situazioni terribili, ma mostrano chiaramente di avere il senso della propria forza e di sapere cosa stanno facendo. Fanno giustizia e spostano l’opinione pubblica, e in questo riconosco il segno dell’autorità femminile.

 

(1)  La vicenda è nota: magistrato amministrativo, consigliere di Stato e direttore della scuola per aspiranti magistrati Diritto e Scienza, Francesco Bellomo aveva imposto alle allieve di firmare un contratto segreto con cui si impegnavano all’uso obbligatorio di minigonne (con misure esatte) e tacchi a spillo, a sottoporre al suo controllo la loro vita sentimentale e sessuale, a rompere con gli uomini da lui giudicati di Q.I. inadeguato. Prevedibilmente, a queste “regole” si sono aggiunti rapporti sessuali imposti, stalking anche a mezzo delle forze dell’ordine e pubblicazione sulla rivista della scuole Scienza e Diritto di fatti e confidenze personali di quelle che si ribellavano alle sue ingiunzioni. Al primo esposto presentato dal padre di una corsista vittima di stalking, si sono in seguito aggiunti e si vanno aggiungendo altri esposti da parte di altre studentesse.

 

(Via Dogana 3, 26 gennaio 2017)

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