27 luglio 2018

Fontana, omogenitorialità, utero in affitto: quello che si DEVE sapere

di Marina Terragni

Le dichiarazioni del ministro per la Famiglia Fontana sull’omogenitorialità scoperchiano un pentolone ribollente: si capisce che, com’è giusto, le cittadine e i cittadini vogliono potersi formare un’opinione, dare vita a una pubblica discussione, partecipare a qualsivoglia decisione che riguardi il tema della nascita umana.

Ascoltando stamattina un dibattito su Radio Anch’io mi sono resa conto che c’è molta confusione.

1. L’idea di fondo è che sia quasi solo l’Italia – Paese bigotto e così via – a proibire l’utero in affitto e che la pratica sia lecita nel resto del mondo. Non è affatto così: la Gpa è vietata in tutto il mondo tranne che in 18 nazioni su circa 200. Le ragioni del divieto sono sempre le stesse: no allo sfruttamento delle donne e al mercato dei bambini, no alla mercificazione della relazione più stretta che tutti abbiamo conosciuto – come figlie e figli – e che la grande parte delle donne conosce anche dall’altro lato, come madri.

2. Un’altra inesattezza riguarda il cosiddetto “vuoto normativo” nel nostro Paese: nessun vuoto normativo. La legge 40 (art.12 comma 6) vieta esplicitamente la pratica e anche la propaganda alla Gpa. Il divieto è rafforzato da una recente sentenza della Corte Costituzionale (novembre 2017) che stigmatizza in modo nettissimo l’utero in affitto («offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane») e si esprime con chiarezza anche per quanto riguarda la trascrizione degli atti di nascita registrati all’estero, ribadendo il diritto del minore alla verità sulle proprie origini (quindi no all’alterazione di stato civile, trascrivendo come padre o madre il-la partner della madre e del padre biologico), ma salvaguardando la continuità affettiva del bambino/a attraverso lo strumento dell’adozione in casi particolari. È per questo che si deve lottare, ma la battaglia non parte. In ogni caso, legge 40 e sentenza della Consulta offrono già ai sindaci chiari strumenti per orientarsi sul tema dei bambini nati da utero in affitto: no alla trascrizione e all’alterazione di stato civile. Ma i sindaci conoscono davvero questi riferimenti normativi? È molto importante che li conoscano perché i pro-gpa si mostrano molto più interessati a continuare a cercarsi una gestante all’estero – sarebbe più molto più difficile levarsi definitivamente dai piedi un’italiana, correndo il rischio che cambi idea – e chiedere la trascrizione del certificato di nascita che a ottenere la regolamentazione in Italia. Ancora, un obbrobrio sentito a Radio Anch’io: solo la trascrizione in atto pubblico dell’”altro genitore”, quello non biologico, come genitore a tutti gli effetti garantirebbe “la piena genitorialità”. Non è così. Anche l’adozione consente la piena genitorialità.

3. Nelle sue dichiarazioni il ministro per la Famiglia sorvola sulle coppie di donne, limitandosi a un rapido accenno. Imbarazzo che tradisce la consapevolezza di una verità inaggirabile: non esiste parità tra uomini e donne sul fronte procreativo. Non è possibile alcun pari e patta tra coppie di uomini e coppie di donne. Questo inganno paritario serve strumentalmente agli uomini per impalcare un proprio presunto diritto. Ma questa parità non esiste: nel caso degli uomini che ricorrono a utero in affitto ha un senso parlare di omogenitorialità o perfino di xenogenitorialità: si ricorre al mercato e a biotecnologie non banali, si tratta di estrarre ovociti dal corpo di una donna che non li rilascia naturalmente, mettendo a rischio la sua salute, di comprarli, di fecondarli in laboratorio, di reimpiantarli nel corpo di un’altra donna. Nel caso delle donne si tratta invece semplicemente di maternità. C’è una donna che in piena consapevolezza decide di diventare madre, “procurandosi” del seme maschile, naturalmente destinato a staccarsi dal corpo, quindi senza conseguenze per la salute dell’uomo, facilissimamente “procurabile” via rapporto sessuale, o avendolo in dono da un uomo con cui è in relazione, o trovandolo sul mercato dei gameti. Vero che in Italia questo mercato non è consentito, e che le donne single non possono accedere alla fecondazione eterologa (possono, per esempio, in Francia e in Spagna). Ma configurare come reato il fatto che una donna abbia avviato una gravidanza, in che modo lo saprà lei, appare grottesco, e anche il ministro lo sa. Resta il fatto del diritto del nascituro alla verità sulle proprie origini: anche qui lo strumento resta quello dell’adozione in casi particolari, l’altra madre sarà madre adottiva e con pieni diritti e doveri. Tanto più che “l’altra madre” può non essere la partner della madre, ma anche una sorella, un’amica, una qualunque donna con cui la madre voglia condividere l’esperienza di crescere quella bambina o quel bambino, come capita frequentemente alle donne che spesso hanno un’altra ad affiancarle nel loro compito.

[…]

(marinaterragni.it, 27 luglio 2018)

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