8 dicembre 2017
Leggendaria

Genevieve Vaughan. L’economia del dono nel nome del materno


È la relazione primaria con la madre che struttura la capacità di dare e di creare un mondo dove non prevalga la logica dello scambio, come dimostrano le società matriarcali. Alla Libreria delle donne di Milano l’incontro con la studiosa che per prima ha messo in evidenza il nesso che c’è tra la cura materna e il dono. Un modello sociale ed economico che può scardinare i pilastri del patriarcato.

di Luciana Tavernini

Genevieve Vaughan (a cura di), Le radici materne dell’economia del dono, con la collaborazione di Francesca Lulli, VandA.ePublishing, Milano 2017, pp. 347, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.

Capita a volte che una propria visione della realtà incroci una riflessione che la conferma, la rafforza, l’apre a orizzonti più vasti. Si prova la leggerezza del non camminare da sole, di trovare già illuminati aspetti che si intuivano e altri impensati che balzano in evidenza. Così è stato per me conoscere i lavori di Genevieve Vaughan e conoscere lei stessa, la coerenza tra i suoi scritti e il suo modo di agire.

Genevieve Vaughan è la maggiore studiosa dell’economia del dono e delle sue origini materne: dagli anni Ottanta mette in luce una complessa e articolata concezione del mondo, collegando ma anche confliggendo con scoperte e interpretazioni dell’economia, sociologia, politica, biologia, neuro-scienze, linguistica, filosofia, antropologia, come dimostra il convegno di Roma del 2015 Le radici materne dell’economia del dono, da cui è nato il libro dall’omonimo titolo.

Sono arrivata a scoprire la teoria del dono e a incontrare Genevieve grazie alla pratica della Storia Vivente che dal 2006 porto avanti con le amiche della Comunità omonima: come abbiamo mostrato nel convegno dello scorso 11 marzo a Milano presso la Libreria delle donne (http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/). Si tratta di una pratica che fa dell’indagine dei nodi nella vita della storica il metodo per individuare aspetti della storia ancora rimasti invisibili, un’invisibilità funzionale al patriarcato e a una storia che valorizza i rapporti di forza e di potere. Districare questi nodi libera la soggettività femminile e mostra altre possibilità di leggere il mondo.

In questo lavoro avevo enucleato un nodo relativo al comportamento di mia madre che a volte mi irritava e infastidiva: lei mi pareva troppo generosa, non nascondeva però la nostra povertà ed era capace di esprimere giudizi senza infingimenti, senza bon ton. Leggendo questi comportamenti all’interno del sistema patriarcale e capitalistico li vedevo come dispendio, oblatività, rozzezza e non coglievo il nesso tra generosità e autorizzarsi a esprimere giudizi non condiscendenti. Quando, riflettendoci, nel 2010 scrissi per la rivista spagnola Duoda un saggio pubblicato l’anno successivo in DWF (“Gli oscuri grumi del disordine simbolico” in La pratica della storia vivente DWF, n.3 2012), individuai la categoria della munificenza, che non dipende dall’essere ricche o povere. Si può essere ricche e misere e invece povere e munifiche.

Avevo visto in mia madre e anche in mia nonna “modelli di autorità femminile per un altro modo di esserci”, come dice Chiara Zamboni (“La notte ci può aiutare” in a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini e Castoldi Dalai, 2008), donne che non aspettano che il capitalismo finisca, ma qui e ora aprono altri spazi dove regna una sapienza femminile dei rapporti umani. Questa interpretazione mi rese capace di leggere diversamente anche comportamenti miei, di amiche, di mio marito e mio figlio, cosa che mi rese più libera e autorevole e spinse a cercare riflessioni simili anche in altri testi. Così da note nei libri, da siti internet (www.gift-economy.com e www.Economiadeldono.org) sono entrata in contatto con l’economia del dono di origine materna e con Genevieve Vaughan, l’autrice di Per-donare. Una critica femminista dello scambio (Meltemi, Roma 2005), di Homo donans. Per un’economia del materno (VandAePublishing, 2015), ma soprattutto ho avuto l’opportunità di invitarla alla Libreria delle donne di Milano per un confronto sul libro, frutto del convegno romano.

Nell’introduzione al libro Genevieve mostra la forza interpretativa della teoria da lei messa a punto e ricostruisce la rete internazionale che ha dato vita all’incontro e che dal 2001 ha sviluppato diverse iniziative in Norvegia, in Texas, nei World Social Forum d Porto Alegre, Nairobi, Bamako, Mumbai, ha partecipato a conferenze mondiali delle donne in diversi paesi, ha prodotto convegni specifici sull’economia del dono, ha intrecciato relazioni con i Moderni Studi Matriarcali, con le riflessioni di teorici della decrescita e con studiose di diverse discipline che, pur non essendo iscritte all’International Feminists for a Gift Economy, ne colgono l’importanza.

Vaughan nel suo saggio, che inaugura la prima parte intitolata Teoria, delinea sinteticamente il tema del dono. Non usa la parola munificenza ma economia del dono unilaterale di origine materna. Cogliendo il valore, anche economico, dell’esperienza, comune nei primi anni di vita a tutti gli esseri umani, del ricevere ciò che la madre, o chi per lei, dà, si può analizzare diversamente la società attuale. Si tratta di un’esperienza sottesa allo sviluppo delle prime capacità sociali: l’attenzione congiunta, la capacità di leggere le intenzioni altrui, le proto-conversazioni infantili universalmente diffuse. Il ricevere e dare a turno è all’origine ma anche struttura il linguaggio. Inoltre, come dimostrano gli studi di psico e neuro biologia, porta a riconoscersi e a sviluppare la propria soggettività in quanto connessi alla madre, vedendola “come me” e apprendendo dal suo comportamento ad agire nel mondo e a interagire con altre persone, interattività facilitata dai neuroni a specchio. È un’esperienza che struttura in tutti la capacità di donare, ma nella società attuale viene contraddetta dalla logica di mercato che impone uno spostamento di soggettività per i maschi. A partire dai 4 anni, essi imparano ad appartenere alla categoria opposta a quella della madre, dove l’opposizione viene intesa come non prendersi cura degli altri, dare solo per ricevere, e che le femmine devono adeguarsi a loro. Una situazione non naturale né inevitabile, dato che non avviene nelle società matriarcali, come riferiscono anche altri saggi nel libro.

Aver presente l’origine materna dell’economia del dono ci mostra che oggi sono presenti due economie e che quella di scambio è parassitaria della prima. Riconoscere il carattere economico della cura materna permette di individuare due paradigmi: quello di un materialismo maternalista di dono e quello dell’economia capitalista dello scambio e del mercato. Permette di cogliere ciò che mette in atto la logica dello scambio e che spesso non vediamo connesso: violenza e rappresaglia; attacco militare e contrattacco, giustizia come ripagare un crimine o vendetta; persino sentirsi in colpa è predisporsi a pagare un prezzo, solo per fare qualche esempio.

Il saggio è ricchissimo di spunti che mi hanno aiutato a liberare i miei comportamenti da letture svalutanti, dall’impiccio di cercare sempre un prezzo per dar valore a ciò che facevo, senza la libertà di far circolare il di più che avevo nelle relazioni, certa che ne può venire del meglio nel mondo in cui anch’io vivo.

Voglio accennarvi brevemente ad alcuni dei 27 interventi del libro sul convegno perché ciascuno amplia il discorso con prospettive inaspettate e un linguaggio che la necessità di sintetizzare ha reso chiaro e godibilissimo, mantenendo quasi sempre la vivacità dello scambio in presenza e nel contempo una scorrevolezza, dovuta all’attenta riscrittura dei testi da parte delle autrici ed anche all’accurato editing della casa editrice.

Nei saggi della prima parte dedicati alla Teoria, segnalo quello di Luciana Percovich, che molte di noi conoscono come femminista, saggista e curatrice della collana Le civette della casa editrice Venexia. Esso mette in luce, anche sulla scia delle ricerche pionieristiche di Marja Gimbutas, chiavi di lettura comuni per le sculture e pitture nelle grotte santuario del Paleolitico fino a giungere alle numerose Madonne del latte dipinte in Italia tra l’anno Mille e il Quattrocento. Ho trovato particolarmente interessanti quello di Francesca Brezzi, docente di Filosofia Morale all’università Roma 3, che ripercorre le teorie del dono ma soprattutto si sofferma sulla relazione placentare incrociando il pensiero di Luce Irigaray e le opere placentarie della fine degli anni Settanta della pittrice futurista Barbara; quello di Elena Pulcini, docente di Filosofia Sociale a Firenze, che, dialogando anche con altri teorici del dono, mostra come esso ci porti a una nuova concezione dell’essere, capace di accettare la costitutiva fragilità del soggetto e la necessità della relazione, una passione per l’altro da sé, proponendo dunque l’universalità della cura, facendo sì che le donne da soggette alla cura (e al dono) diventino soggetti di cura (e di dono); quello di Alberto Castagnola, ricercatore dello SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno) e dell’ISPE (Istituto di Studi per la Programmazione Economica), sui contributi del pensiero della decrescita alle teorie del dono.

Penso anche all’analisi che Daniela Falcioni, docente di Etica Sociale in Calabria, fa della struttura del dono a partire dal romanzo del 2005 Slow man di Coeetze, premio Nobel nel 2003; alla denuncia dei tentativi di eliminazione della madre operati dal neoliberismo con il concetto di parità del femminismo liberale dell’Unione europea, la medicalizzazione della maternità, le tecnologie riproduttive, l’espropriazione delle competenze materne, come fa la ricercatrice che si muove tra Austria e USA Mariam Irene Tazi Preve; al saggio di Susan Petrilli, docente di Semiotica a Bari, che sintetizza i principali aspetti della teoria del dono applicata al linguaggio, delineata nel libro della Vaughan, per ora solo in inglese, The Gift in the Heart of Language: The Maternal Source of Meaning (Mimesis 2015): dal come lo apprendiamo, alla costruzione del mondo attraverso di esso, alla relazione tra chi scrive e chi legge, alla pratica della traduzione.

Nella seconda parte, intitolata Pratica, mi hanno colpito gli esempi di odierne società matriarcali come l’eco-villaggio Nashira in Colombia, di cui parla Angela Dolmetch, giurista che ha studiato tra la Colombia e la Gran Bretagna, oppure come la Pagoda Community, costituita da donne lesbiche a St. Augustine in Florida dal 1976 alla fine degli anni Novanta, e il Michigan Women’s Music Festival dal 1975 al 2015, di cui ricostruisce le storie l’attivista statunitense Lyn Daniels. Soprattutto mi ha fatto riflettere l’esame di Kaarina Kailo, docente e politica finlandese, su come nel suo paese le politiche neoliberali stiano distruggendo quel tipo di stato sociale, le cui caratteristiche possono leggersi come espressione del dono. Lei lo fa con casi precisi, a volte raccapriccianti come l’introduzione di animali meccanici per anziani o lampade per ricordare ai malati di Alzheimer di mettere in forno il cibo surgelato, il tutto nel tentativo di ridurre i costi dell’assistenza. Esempi che insieme alle sue riflessioni teoriche ci permettono di cogliere quello che anche da noi si sta tentando di fare, collegandolo tra l’altro agli obiettivi del recente Trattato di Lisbona dell’Unione Europea.

Inoltre mi ha colpito la resistenza in Italia alla medicalizzazione della maternità e della nascita, di cui un esempio è la creazione di madri peer to peer, nell’intervento di Elena Skoko, fondatrice tra l’altro dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (ovoitalia.wordpress.com); il modo diverso di utilizzare internet da parte delle donne di cui parla Anna Cossetta della facoltà di Sociologia a Genova.

La terza parte, Pratica nelle realtà non occidentali, inizia con un breve saggio Heide Goettner-Abendroth, che con il suo lavoro quarantennale di ricerca sul campo, ma soprattutto di comparazione tra le ricerche, in particolare di studiose e studiosi nativi, ha fornito il paradigma delle società matriarcali fondando i Moderni Studi Matriarcali. Nel suo libro Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo (Venexia 2012) ne ha messo in luce le caratteristiche a 4 livelli, sociale, economico, politico, spirituale/culturale, consentendoci di cogliere elementi comuni strutturali nella diversità delle attuazioni legate alle condizioni specifiche. Un piccolo assaggio che invoglia ad approfondire.

Segue la comunicazione di Francesca Rosati Freeman che col suo libro Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso (XL edizioni 2010) e poi con il documentario Nu Guo. Nel nome della madre, girato con Pio D’Elia (Dharma production 2014) ci ha fatto conoscere il popolo Moso, un esempio vivente di società matriarcale. Sono circa 40.000 persone che vivono in Cina con un’organizzazione sociale matrilocale e matrilineare, dove figli e figlie vivono e producono nella casa e nella terra della madre, separando la vita familiare da quella amorosa: una ragazza giunta a maturità sessuale ha una stanza in cui accogliere il giovane scelto come amante, che il mattino successivo torna alla casa di sua madre.

Si pratica la maternità allargata per cui ogni componente della famiglia materna (madre, nonna, sorelle, fratelli, zie e zii materni) dona alla creatura le cure materne necessarie e alla genitrice libertà nel vivere la sua maternità. Le decisioni collettive vengono prese col metodo del consenso.

In questa società vi è assenza di violenza, di gelosia, non esiste abbandono di minori né di persone anziane. In questo saggio Freeman ci aggiorna su come il popolo Moso abbia organizzato i soccorsi per i villaggi colpiti dal terremoto del 2012 e su come nella situazione attuale sia in atto un attacco al modo tradizionale di vivere da parte di società e del governo cinese con quelle modalità capitalistiche che stanno diffondendosi in Cina, ma ci mostra anche come il popolo Moso abbia reagito, in modo pacifico senza rompere la solidarietà e salvaguardando la natura del lago Lugo, diventato zona turistica.

Ho dato più spazio ai lavori di Goettner-Abendroth e di Freeman perché ho potuto conoscerle personalmente e approfondire le loro scoperte, invitandole a Milano.

In questa parte segnalo anche il testo della scrittrice senegalese Coumba Toure sul tema dell’adozione in cui confronta le modalità occidentali con quelle di popoli dell’Africa Occidentale e quello dell’attivista canadese Diem Lafortune sulla compravendita di neonati di popolazioni native, mascherata da adozione.

Infine nell’ultima parte intitolata Spiritualità ho potuto constatare, grazie a Morena Luciani Russo fondatrice dell’Associazione Laima di Torino, il permanere di elementi matriarcali e di dono in riti praticati ancor oggi legati alla panificazione collettiva in Abruzzo, Campania e Sardegna. Mi ha colpito anche nel saggio della scrittrice statunitense Vicki Noble, che chiude il libro, la relazione tra la produzione naturale dell’ossitocina attraverso riti di guarigione contemporanei, soprattutto femminili, e le più recenti ricerche di neurobiologia che mostrano la funzione sociale e curativa di questo ormone.

Ho fatto questa carrellata personale e non esaustiva per darvi un’idea della ricchezza e dei legami internazionali legati all’economia del dono, infatti il libro offre molte indicazioni per piste di ricerca personali.

John Maxwell Coeetze, Slow man, trad. di M. Baiocchi, Einaudi, Torino 2006, pp.253, EURO 17,00.

Heide Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia 2013, pp. 710, Euro 28,00.

Francesca Rosati Freeman, Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso, XL edizioni 2010, pp.183, euro 15,00.

Francesca Rosati Freeman e Pio D’Elia, Nu Guo. Nel nome della madre, Dharma production 2014, Giappone- Italia 56’.

Luciana Tavernini, “Gli oscuri grumi del disordine simbolico” in La pratica della storia vivente DWF, n.3 2012.

Genevieve Vaughan, Per-donare. Una critica femminista dello scambio, trad. Francesca Buffo, Meltemi, Roma 2005, pp.503, Euro 25,00, VandAePublishing, EPUB, EURO 4,99.

Genevieve Vaughan, Homo donans. Per un’economia del materno, trad. di Nicoleugenia Prezzavento, VandAePublishing, Milano 2015, pp. 418, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.

Genevieve Vaughan (a cura di), Le radici materne dell’economia del dono, con la collaborazione di Francesca Lulli, Genevieve Vaughan, Per-donare. Una critica femminista dello scambio, Milano 2017, pp. 347, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.

Genevieve Vaughan, The Gift in the Heart of Language: The Maternal Source of Meaning (Il Dono nel Cuore del Linguaggio: la Fonte Materna del Signficare), Mimesis, 2015, pp. 486, EURO 28,00, EPUB, EURO 6,99.

Chiara Zamboni, “La notte ci può aiutare” in a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini e Castoldi Dalai, 2008, pp. 480, Euro 20,00

www.gift-economy.com

www.Economiadeldono.org

http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/


(Leggendaria n.226/2017 p.33-35)

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