28 settembre 2018

Gerda Taro non era una santa della rivoluzione

di Francesca Avanzini

 

Il 13 settembre a Milano, presso la Libreria delle donne, si è svolto un incontro con Helena Janeczek, vincitrice dello Strega per La ragazza con la Leica (Guanda, pp. 320, € 13,50) introdotta e intervistata da Rosaria Guacci e Lilli Rampello.

Il libro è dedicato a Gerda Taro (Stoccarda 1901-Brunete 1937). Nata da ebrei polacchi e piccoloborghesi, fu attiva nei movimenti socialisti antinazisti, e perciò costretta a emigrare a Parigi dove, insieme al compagno Endre Friedman, che le trasmise ciò che sapeva di fotografia, inventò il marchio Robert Capa, in seguito adottato solo dall’uomo, intuendo giustamente che un sedicente fotografo americano avrebbe venduto più di uno spiantato ungherese. Frequentò i circoli artistici all’avanguardia della capitale e fotografò gli scenari più pregnanti dell’epoca, tra cui la guerra di Spagna, dove morì.

Guacci sottolinea come alcuni abbiano posto problemi circa questo libro, che «non ci dà un ritratto a tutto tondo di Gerda, ma fa parlare tre persone che l’hanno accompagnata in vita, Willy Chardack che, attratto dal suo anticonformismo e dalla sua intelligenza, l’ha amata e ha continuato ad amarla anche quando lei gli ha preferito il medico Georg Kuritzkes, Kuritzkes stesso, sedotto dal suo coraggio e dal suo lato guerriero, e Ruth Cerf, ex modella e amica con cui la Taro divise una camera nel 1938.»

La Taro non compare mai in prima persona, ma attraverso i ricordi degli altri, cui ritorna in mente nel corso degli anni ’60. Cosicché, morta nel 1937 durante la guerra di Spagna, a soli ventisette anni, «è una nostalgia lunga vent’anni, una cometa che ha attraversato la storia.»

Guacci rileva inoltre come, secondo la cifra tipica dell’autrice, le cui narrazioni hanno sempre a che fare col ’900, il libro sia un intreccio di pubblico e privato, un affresco corale, un misto di ricordi famigliari, epica, memoir, nonché un’imponente raccolta di materiali. Janeczek gli ha dedicato sei anni della sua vita.

Rampello nota che questa di Gerda Taro, «è il tassello di una storia più ampia. Si concentra sugli anni ’30, che hanno molte analogie con i nostri. Attraverso la figura di Gerda abbiamo un’idea di quello che vogliono le donne in quegli anni. Non a caso il libro si intitola «La ragazza con la Leica», e non “di Capa”. È una storia di relazioni, di legami che permettono a dei giovani di reagire all’onda del nazismo e costruirsi una vita nonostante esso. Gerda rimane al centro della sua vita e del suo lavoro. Muore tranciata da un carro armato, tenendosi le viscere e chiedendo “Dove sono i miei rullini?” Anche se nel libro non c’è mai, c’è attraverso le parole degli altri, si disegna attraverso la sua assenza. È inafferrabile, c’è senza esserci, in parallelo col procedimento fotografico della messa a fuoco. Era soprattutto libera.»

«Le ragioni profonde per cui nasce un libro», spiega Janeczek, «si scoprono solo in fieri. L’occasione immediata è stata una mostra. Mi sono incuriosita e mi sono procurata la biografia della Schaber. Per chi si occupa di fotografia, la Taro non è una figura sommersa, ma abbastanza centrale. C’è una notevole quantità di materiale (letterario e fotografico n.d.r.) e non c’era nessun bisogno di un libro come questo, se non il mio bisogno di confrontarmi con quegli anni. Come i canarini in miniera che avvertono prima l’odore dei gas, si avverte ora un odore simile a quello degli anni ’30. Ho subito la fascinazione di questa figura femminile, ma non volevo trasmettere un senso di women empowerment come è di moda ora nelle case editrici, anzi, volevo smontare dei cliché. Per esempio che fosse una specie di femme fatale o di Giovanna d’Arco della Resistenza. Al pari di Tina Modotti, non era una santa della rivoluzione. Chi l’ha amata non sopportava che fosse ridotta a icona, e io volevo dare voce a questi. Ero poi affascinata dal rapporto strano tra fotoreportage come lo faceva Gerda – nome da diva che si era data modificando il suo – con la macchina fotografica in funzione di arma, e il cinema, il mondo della celluloide. Per essere congrua con il soggetto, ho dovuto usare tecniche più sofisticate della biografia e che avessero a che fare col linguaggio letterario del ’900. Spirali che si innestano su un meccanismo narrativo molto semplice: uno fa una passeggiata per Roma, l’altra lavora con un amico di Capa, e così la ricordano. Gerda diventa l’emblema di un’epoca. Viene idealizzata dai suoi amici, ma aveva anche dei lati sgradevoli, perché era molto orientata a perseguire i suoi obiettivi. Proprio per questo era affascinante, perché era sfuggente, non si dava mai fino in fondo. L’ho amata e a volte odiata, ho pensato che era una stronza. Ma non volevo farlo vedere perché quelli che parlano di lei non lo pensano, salvo Ruth che a un certo punto dice “Quando non aveva più bisogno di te, ti mollava.” Volevo rendere affascinante un personaggio con dei lati non belli, perché mi piace raccontare personaggi con delle contraddizioni. Mi piace la sua capacità di non perdersi d’animo e di cambiare radicalmente senza rinnegare niente di quel che è stato.»

Molte le domande e i commenti del pubblico. C’è chi è colpito dal fatto che Gerda e il suo entourage siano molto giovani ma riescano a non subire il destino. «Sono tutte persone che fuggono, ma reagendo e lottando». Interrogata circa il materiale fotografico che ha usato, Janeczek afferma di aver lavorato «sulle immagini del catalogo esistente della Taro e su foto della Stein e Kathy Horn, anche se poi non confluiscono nel libro.» Il lavoro di archivio e documentazione è stato enorme.

Quanto allo scrivere in italiano per lei, nata in Germania da genitori ebrei polacchi, Janeczek chiarisce che «il tedesco non è la mia lingua madre, è la lingua degli assassini della mia famiglia. La mia famiglia parlava polacco, ma non con me. I miei volevano cancellare il loro passato di ebrei perseguitati. Con me parlavano un tedesco da migranti. Non lo amavano. Tra loro parlavano polacco. Io in seguito il tedesco letterario l’ho anche amato… Fin da piccola sono stata portata in Italia, e la lingua mi era famigliare, tanto che quando ho deciso di trasferirmi in Italia e fare l’Università, ero già bilingue… Scrivere è una relazione col mondo, e le persone che mi circondavano parlavano sempre più italiano. Ho fatto un salto in avanti e sono venuta qui. Ora ho reintegrato anche la mia parte tedesca.»

(www.libreriadelledonne.it, 28 settembre 2018)

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