13 luglio 2018
il manifesto

Gerda Taro, una vita ritrovata

di Arianna Di Genova

Un’intervista del 6/9/2017 con la scrittrice Helena Janeczek, che presentava il suo romanzo «La ragazza con la Leica», pubblicato da Guanda, allora appena uscito, oggi vincitore del premio Strega 2018.

All’inizio c’era la Reflex, che permetteva un’inquadratura più grande e una maggiore precisione di dettagli; poi, per la sua comodità «da viaggio», la fotocamera divenne quella mitica, la stessa con cui Gerda Taro passò alla storia. Così La ragazza con la Leica, a cui la scrittrice Helena Janeczek ha dedicato il suo ultimo romanzo (domani in uscita per Guanda, pp. 336, euro 18) prende le sembianze che conosciamo e rimane in acrobatico bilico tra il suo essersi trasformata in icona e la necessità di riappropriarsi di se stessa, di un passato a più dimensioni, attraverso il ricordo di chi c’era e le parole dell’autrice.
Prima di diventare la fotoreporter della Guerra civile spagnola insieme al compagno Robert Capa e al polacco Chim, prima ancora di volare di bocca in bocca come la fotografa che morì sul campo per testimoniare i propri ideali – era il 26 luglio del 1937 e lei, attaccata al predellino di una vettura che trasportava feriti, venne travolta da un carroarmato che sbandò nel caos di un mitragliamento tedesco dal cielo – Gerda Taro è stata una ragazza che ha vissuto al centro di una comitiva di giovani studenti politicizzati a Lipsia. E poi a Parigi, dove «si teneva a galla con la macchina da scrivere», conquistando pezzi di rivoluzione.
Helena Janeczek è partita proprio da qui per il suo libro, lavorandoci alacremente per sei anni, tra ricerche e diverse stesure.

È stato difficile restituire una memoria, che non sia un santino, a Gerda Taro?

In realtà, su di lei il materiale da consultare non manca: c’è il lavoro importantissimo della studiosa tedesca Irme Schaber, che pubblicò la sua prima biografia (qualche anno fa si trovava ancora in traduzione italiana da Deriveapprodi). Al principio, per me, ci fu anche la mostra su di lei transitata al Forma di Milano nel 2007. La biografia di Schaber non ricostruiva solo la vita ma anche il corpo fotografico, spesso confuso con quello di Capa e parzialmente con David Seymour (Chim). Con il ritrovamento e la riapertura della cosiddetta «valigia messicana» è stato fatto un salto di qualità: lì c’era un quantitativo notevolissimo di negativi di Gerda Taro, conservati come tali.

Cosa ci può dire riguardo le caratteristiche della sua personalità?

Una delle cose che più mi ha affascinato è stata proprio la sua personalità inqualificabile. Le stava stretta qualsiasi griglia mentale. Definizioni come «il grande amore» di Capa, o anche quella che la vuole spavalda e imperterrita pasionaria non la coprono completamente. Gerda Taro aveva una grandissima capacità di adattarsi e un forte desiderio di autonomia. Era emancipata in una maniera forse tipica per le ragazze degli anni ’30 nella Germania della Repubblica di Weimar. Donna minuta, era dotata di un fascino brillante, contagiosa nella sua vitalità e intelligenza.

Alla sua morte Giacometti scolpì la lapide, Neruda e Aragon lessero l’orazione funebre, eppure nel tempo è stata dimenticata…

Ha avuto una carriera brevissima come fotografa. Fin dai suoi primi reportage in Spagna aveva una posizione relativamente autonoma, nonostante vi fosse andata con Capa e spesso firmassero insieme le fotografie (o anche solo lui, quando questo garantiva un cachet e una visibilità migliore). Lei già lavorava per giornali importanti e si guadagnava copertine di riviste ad alta tiratura. Morì però giovanissima (a soli 26 anni) e restò del tutto legata a quel periodo, diventando un’appendice di Robert Capa. Nel suo oblio, aleggia anche una questione politica. Quando si cominciò a ricostruire una biografia ufficiale di Capa, vigeva ancora l’idea, non del tutto veritiera, che tra i due lui fosse quello interessato a fare foto, appassionato alla causa per idealismo giovanile e impegno antifascista, lei quella più strutturalmente militante e comunista. Capa morì nell’anno peggiore del maccartismo e la sua figura sollevò diversi problemi. Era comunque stato il grande fotografo di guerra che aveva scattato l’immagine dello sbarco degli dèi, un mito arci-americano. Probabilmente, fece comodo affibbiare a Gerda la patente della comunista rabbiosa. Eppure, lei non era neanche iscritta al partito, anzi si era formata a Lipsia in una cerchia di giovani tutti simpatizzanti o militanti fuoriusciti dal partito comunista, critici della linea stalinista. Sia lei che Capa in Spagna, però, volevano che quella guerra si vincesse e l’unico paese che la stava sostenendo militarmente era la Russia.

Gerda Taro, Folla dopo raid aereo a Valencia

Studiando le immagini per comporre il romanzo, ha dedotto qualcosa di particolare sullo stile di Gerda Taro come fotografa?

Sono una scrittrice e non una esperta di fotografia. Però avendo tra le mani molti scatti, ho potuto constatare quanto fosse vera per Capa la frase famosa «se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino». Gerda Taro, invece, era portata verso una composizione più equilibrata, geometrica ed estremamente felice nel quadro d’insieme. La differenza si nota moltissimo nelle non rare occasioni in cui i due fotografavano gli stessi soggetti. Di fronte ai profughi di Malaga arrivati a Almería lei crea un quadro rinascimentale, lui si concentra sullo sconforto, la nipotina attaccata alla gamba della nonna.

In «La ragazza con la Leica» si torna a Lipsia e scorre fra le pagine un passato sconosciuto della fotoreporter. Anzi, lo sguardo è quello dei suoi amici/fidanzati di allora…

Non volevo raccontare Gerda Taro come se la sua vita cominciasse con Capa, mi interessava invece molto narrare la Germania degli anni ’30, quella della crisi che precipita nel nazismo. E volevo mostrare la rete di relazioni molto forti fra ragazzi assai giovani. Lei era la più grande del gruppo e quel cambio di ambiente (dopo il trasloco della sua famiglia) la condusse verso una rapida politicizzazione. Nel giro di breve tempo, l’ascesa al potere dei nazisti costringerà tutti loro a fare le valigie in quattro e quattr’otto e ad andarsene altrove. Volevo che l’energia di Gerda rilucesse, ma far vedere come anche i suoi amici avessero voglia di reagire e divertirsi.

La Germania descritta nel suo romanzo sfodera molte somiglianze con la nostra attualità…

Il periodo in cui Taro è vissuta e operato ha purtroppo notevoli contatti con l’oggi. Ho iniziato a scrivere in un momento in cui nell’Europa soprattutto meridionale prendeva forma una politica di austerità, producendo qualcosa di non del tutto dissimile dall’austerità tedesca anni ’30: grande disoccupazione giovanile, negozi che chiudevano, sfiducia generalizzata. Naturalmente, lì c’era un antefatto molto più pesante, il paese era uscito dalla guerra mondiale, ma la botta finale arrivò con i tagli che mandarono alle stelle il numero dei disoccupati. Speravo che, più o meno, le analogie rimanessero circoscritte a tutto ciò, ma nel tempo sono cresciute. Il ritorno alla destra, l’ostilità nei confronti dei profughi e rifugiati. Anche Gerda Taro e i suoi compagni erano tali: vivevano in Francia lavorando al nero, sfruttati. E intorno, si espandeva una propaganda di destra che parlava di invasori e di ladri di lavoro ai danni dei francesi.

Poi, ancora, le foto delle guerrigliere spagnole… Se non fosse che le nuove immagini sono a colori, non si distinguerebbero dalle miliziane curde della Siria. Bisogna ricordarsi che in Spagna si sperimentò per la prima volta la distruzione della popolazione civile: è la matrice di tutte le guerre dove si cerchi di piegare il paese non militarmente ma con l’uso deliberato della violenza inflitta agli inermi, creando profughi e morti a non finire… Per contrasto, spero di poter comunicare qualcosa di positivo attraverso quei ragazzi – Gerda e i suoi amici – che non si sono lasciati imporre il destino dalla temperie storica. Erano capaci di stare vicini, di trovare in loro stessi le risorse per non sentirsi vittime, nullità di fronte agli eventi. Noi oggi facciamo parecchia fatica a immaginare che tutto ciò sia ancora possibile.

 

(il manifesto, 6 settembre 2017)

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