13 luglio 2018

Gli amici delle donne

di Massimo Lizzi

Gli amici delle donne sono stati definiti da Luisa Muraro, nella serata della Libreria ad essi dedicata, come una minoranza di uomini sempre comparsa nella storia dell’umanità, caratterizzati dal non aver colmato di sé, né di Dio, la propria intima alterità iscritta nell’evento evolutivo della sessuazione. Nel dibattito, Giordana Masotto ha indicato negli uomini, anche in quelli che considerano migliori le donne, la caratteristica opposta: l’incapacità di riconoscersi parziali, di saper dire, oggi, cosa significhi per loro essere uomini. Questo impedisce, secondo lei, di stabilire una relazione tra i sessi fondata sul riconoscimento della differenza sessuale, senza la quale è impossibile rigenerare il mondo a partire da due soggettività.

In effetti, questa serata della Libreria è capitata in un momento particolare, nel quale gli uomini odierni amici delle donne, o che tali vorrebbero essere, trovano nel movimento delle donne, rispetto ad alcuni anni fa, un’accoglienza più scettica e diffidente, talvolta persino respingente. Alcune femministe hanno rilanciato il separatismo, non solo per formare gruppi di donne, ma anche per proporre l’esclusione degli uomini dalle forme di lotta femministe ispirate a quelle più tradizionalmente maschili, dove la separazione è impraticabile, come le manifestazioni di piazza o i conflitti nelle piazze virtuali dei social media.

Al netto dei toni più estremi, questo orientamento antimaschile ha il suo fondamento. Nella radicalizzazione del dibattito su alcuni temi controversi e sofferti nel femminismo, quali la prostituzione e l’utero in affitto, molti uomini vicini al femminismo rimangono su posizioni ambigue e opportunistiche, o persino ostili, come nel caso dei maschi gay, che fanno della gpa un cavallo di battaglia e pretendono il sostegno delle femministe. Questo avviene dopo che tanta parte del contributo maschile al movimento delle donne si è stabilizzato in una fase di eterno avvio.

In tal modo, gli amici delle donne invece che alleati, si fanno percepire come concorrenti nel dibattito pubblico, che si impossessano del pensiero femminile, senza riconoscere debiti, per soddisfare il proprio narcisismo, oppure peggio si appropriano dei principi di autodeterminazione e di libertà femminile, per giustificare l’asservimento volontario delle donne nella sessualità e nella riproduzione o per mantenere una posizione a rischio di connivenza con gli sfruttatori. D’altra parte, molti uomini antisessisti aderiscono alle vulgate sulle questioni di genere, per sedersi su una visione simmetrica del rapporto tra i sessi ed evitare di fare i conti con l’alterità.

Io stesso sono molto in difficoltà nel riuscire a dare un senso al mio essere uomo. Se provo a cercare qualcosa nei paraggi dello spirito cavalleresco, mi viene detto da più di una donna, che quella è un’altra faccia, forse la più subdola, del patriarcato. Se provo a riconoscere altri tratti che definiscono la mascolinità, come il primato del compito rispetto al legame, dubito che questo sia buono, per il sacrificio che comporta nelle relazioni affettive. Il mio modo di pensare ed esprimermi, logico e schematico, mi vien detto essere tipico degli uomini, distante dal partire da sé, dalla verità soggettiva, dunque artificioso e falso o poco credibile. Qualunque peculiarità maschile mi pare essere negativa e la differenza maschile, in sintesi, viene a coincidere con il passo di fuga del maschio descritto da Nadia Fusini e citato da Luisa Muraro tra i percorsi di lettura della serata: quella sua aggressività univoca, o sessuale o egoistica, che lo rende quell’essere imbecille cioè debole e cieco che è. La mia differenza quindi rimane vuota, con una esitante omologazione al femminile. Una posizione troppo comoda, secondo Giordana Masotto.

In effetti, è molto complicato e confuso, per me, immaginare un futuro nel quale i due sessi siano capaci di relazionarsi nella reciprocità e nel riconoscimento dell’altro, in un conflitto asimmetrico, senza però mai degenerare nella violenza e nella guerra. Preferisco pensare una prospettiva più semplice e ordinata. Forse, più adatta ad un uomo. Per tutto il tempo del patriarcato si è creduto fosse l’uomo l’essere umano principale, la donna una sua variazione. La scienza moderna ci ha confermato che uno dei due sessi è l’umano di base, ma non quello che abbiamo storicamente creduto tale. Nella realtà, noi siamo programmati per essere femmine, cioè per essere il corpo sessuale che genera la vita, poi nello sviluppo del feto accade qualcosa, per cui circa la metà di noi si modifica e diventa maschio. Questa inversione scientifica rispetto alla credenza storica, può suggerire a noi uomini di raddrizzare il senso della relazione tra i sessi, per considerare la donna, non solo come l’altra, ma come l’una, e l’uomo come la sua variazione.

Dunque, invece di un’alleanza tra i sessi nella relazione di differenza, un capovolgimento nella relazione tra i sessi? Ne riparleremo alla Libreria delle donne di Milano, un sabato, il 15 settembre, nella seconda puntata sul parlar bene degli uomini.

(www.libreriadelledonne.it, 13 luglio 2018)

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