30 giugno 2017

I legami vitali di una politica critica e creativa

di Stefania Tarantino

 

Intervento di Stefania Tarantino, invitata dalla Città Felice di Catania, all’incontro L’Altro vertice in opposizione al G7 di Taormina, tenutosi al cinema King di Catania il 27 maggio 2017.

 

Vengo da Napoli, la città che, come immagino sappiate, è stata recentemente sotto i riflettori mediatici per la contestazione al comizio di Matteo Salvini. Una contestazione portata avanti non solo dai centri sociali e dalla sinistra più radicale, ma anche dai tanti movimenti, dalle tante associazioni e dalla gente comune antifascista e antirazzista della città e dal sindaco in persona che ha cercato di dislocare altrove il comizio del leader leghista. Quando tutto sembrava risolversi nel verso giusto, il Ministro Minniti ha invece riassegnato la sede originaria appellandosi alla libertà di espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione. Di tutta risposta è stata organizzata una manifestazione terminata, come da copione, in guerriglia urbana, con scontri, feriti e qualche arresto. Ecco, se sono partita da Napoli e da ciò che è successo è perché è questo “copione” che dobbiamo sforzarci di modificare. La pratica politica del femminismo e il pensiero delle filosofe che studio mi hanno insegnato che, per dare vita ad una politica che sia veramente altra rispetto a quella vigente, è necessario rompere questo copione che vede schieramenti contrapposti in una dinamica che è essenzialmente tutta interna a una politica solo maschile. In quel momento sarebbe stato sicuramente più spiazzante, ancor di più se indetta direttamente dalla voce del sindaco, invitare la cittadinanza tutta a riunirsi per una grandissima festa della città, colorata, multietnica e interculturale, per ribadire le ragioni di una contestazione legittima. Contraria alle parole e agli slogan di un esponente politico che nulla ha a che fare con il sud. In più, la festa sarebbe stata l’occasione per far esibire dal vivo alcuni musicisti napoletani (Terroni uniti) che avevano scritto un brano ad hoc “Gente do sud”, che narra della capacità di accoglienza e di solidarietà che hanno le donne e gli uomini del sud.

Sono partita da questo fatto che è successo a Napoli perché oggi c’è una necessità, un’urgenza, di dare vita a lotte politiche che siano capaci di spostare, di dislocare diversamente la rabbia, il proprio sentimento di giustizia e di verità e di non ridurlo a parole e azioni “contro”. Questa politica “altra” che agiamo nella nostra vita quotidiana è ciò che va sostenuto e moltiplicato nelle nostre relazioni politiche e non. È vero che è difficile scalzare quel potere mostruoso e punitivo che si muove e che agisce come un carro armato, che spiana ciò che faticosamente giorno dopo giorno tutte e tutti noi cerchiamo di seminare, eppure, non è mettendosi su un piano meramente contrappositivo che le cose cambiano. In questo, il Novecento è stato un banco di prova importante che ci dice molto.

Oggi siamo qui per ragionare insieme sul mondo che vorremmo e sulle priorità che investono il senso stesso delle nostre vite. Non siamo “grandi”, non siamo “potenti”, non siamo i leader-padroni della terra, ma siamo reali, siamo coloro che portano sulle loro spalle la durezza ma anche tutta la bellezza del reale. Questa è una forza preziosa e irrinunciabile. Attraverso la filosofia e la politica, nei miei lavori di ricerca mi sono molto soffermata sul pensiero di alcune filosofe deI secolo scorso. Ho imparato molto in un senso vitale e creativo. Ecco perché sono qui oggi a parlarvi di Simone Weil. Non per farvi una lezioncina su una filosofa lontana nel tempo, ma per condividere sue intuizioni che sono necessarie a delineare un percorso comune. Come molti di voi sapranno, Simone Weil è stata una donna geniale che ha avuto una vita lampo. Nei suoi 34 anni di vita ha cercato, con una coerenza e con un amore per la verità senza pari, di cogliere quei meccanismi che spingono l’essere umano verso gli istinti più bassi e egoistici. Ha cercato di avere una visione precisa di ciò che opprime le anime e i corpi, che ha cancellato storie, altre civiltà, che ha annientato altri esseri umani, che ha saccheggiato e portato a esaurimento le risorse della terra. Ha intuito il punto di non ritorno che oggi è sotto gli occhi di tutti e ha scritto fiumi di parole per capire quali strategie, quali punti di rottura dobbiamo innescare per cambiare direzione. Lei stessa non contenta di un’analisi a distanza è andata nei luoghi dello sradicamento per capire sulla propria pelle ciò che stava accadendo. Oggi lo sradicamento che viviamo è sicuramente diverso da quello da lei vissuto, ha cambiato aspetto, ma non sostanza. Ecco perché quello che ci ha consegnato deve essere messo in pratica adesso perché non c’è davvero più tempo. Il sistema neoliberale in cui ci troviamo a vivere fa sì che le vite costino e così vengono messe al mercato. La soggettività così tanto desiderata nella sua piena libertà e “fioritura” è diventata ancora di più un privilegio per pochi e per poche. E, da che mondo è mondo, i privilegi non sono per tutti, così come la ricchezza è per qualcuno a scapito di molti, troppi. Il femminismo, che ha una storia di ingiustizia alle spalle lunga millenni, un’ingiustizia che ancora si propaga incidendo in forme diverse dappertutto nel mondo, ha mostrato la radice malata di un sistema che ha bisogno nella sua intima ragion d’essere di escludere buona parte dell’umanità dalla vita. C’è molto da eccepire su questo perché, come è stato messo in luce negli interventi che mi hanno preceduta, sfruttamento di un territorio e di forza lavoro non significa ricchezza per le popolazioni locali ma sempre una moltiplicazione a dismisura della povertà. Le ricchezze sono portate altrove, quasi sempre nei paesi dei “grandi” esponenti delle “democrazie” occidentali. Non c’è alcuna equità, ma una logica di rapina. Come da più parti è stato fatto notare, le logiche delle multinazionali funzionano come le modalità della camorra e della mafia. È il sistema di funzionamento mentale per cui ciò che vale per me non vale per te. Nonostante questo sono moltissime oggi le soggettività in campo che, a partire dai loro territori e attraverso azioni efficaci, cercano di smantellare questo sistema e cercano faticosamente di ricomporre i pezzi disarticolati che lascia alle sue spalle sotto forma di resti, rifiuti, scarti.

Simone Weil è così presente oggi in questa mia riflessione perché ha pensato a partire da questi scarti (umani e non) e ha costretto la filosofia a cambiare di segno, a scendere dalla torre d’avorio per assumere una dimensione politica e vitale inedita. Simone Weil ha puntato verso una diminuzione massima dell’ingiustizia attraverso la consapevolezza che il pensiero raziocinante dell’Occidente non ci mette al riparo da nulla, al contrario. In questo suo andare alla radice dei meccanismi politici e psichici comprese che è da una idea di gestione “proprietaria” che ci dobbiamo separare. Viene a noi una impostazione che concepisce le cose del mondo gerarchicamente (della terra, delle risorse, degli altri esseri umani).

La sua analisi lucida fu portata avanti con molta intelligenza. L’intelligenza che intende ciò che tiene insieme mente e cuore e non una razionalità astratta e senza presa su ciò che è e accade. Simone Weil ha cercato di afferrare cosa veramente sostiene il mondo e ha trovato il bandolo della matassa. Più volte ci ricorda che la verità non è qualcosa a cui si arriva previo ragionamento, ma è ciò che letteralmente ci si “pianta” nell’anima. La verità, come il senso di giustizia, non è un processo intellettuale, ma è qualcosa che sentiamo e basta. La forza del suo pensiero si nutre di questo “sentire”.

La politica deve essere critica e creativa come lo è stata lei. Provocare dei punti di arresto in quegli ingranaggi che continuano a falsificare la realtà, come le copertine patinate di quei resort in luoghi paradisiaci che però fuori dai cancelli presentano tutt’altro aspetto. L’ingranaggio si rompe con la propria generosità e con la propria creatività, nei casi più fortunati con la propria genialità, così come è successo, ad esempio, con quel ragazzo, Boyan Slat, che ha ideato un sistema per ripulire gli oceani dalla plastica. Ecco, l’auspicio, è lavorare insieme criticamente e creativamente. È necessario liberarsi da tutti i “legami slegati” che non portano a nulla (come quelli che stanno rappresentando a Taormina?) e creare legami vitali che abbiano a cuore questa realtà così minacciata. Per farlo dobbiamo aprire spazi mentali nuovi che siano radicati nel tempo, un tempo fatto di presente, di memoria e di futuro. Un’altra filosofa a me cara, Maria Zambrano, diceva che, guardando alla storia, si vede bene l’accanimento con cui si è proceduto a distruggere il meglio dell’umano e di ciò che ci circonda. Questo “meglio” non può forse più tornare nella sua condizione originaria ma, anche se sepolto, distrutto, può essere l’orizzonte su cui è possibile ricostruire un nuovo modo di stare a questo mondo. Ciò non sarà possibile se prima non ci liberiamo dalle false promesse e dai falsi accordi perché l’apertura di spazi mentali significa la decolonizzazione delle nostre rappresentazioni e dei nostri privilegi.

Il mondo dei “grandi”, infatti, non è l’unico possibile e noi siamo qui a riflettere insieme proprio per ricordaglielo e rappresentarlo. Non viviamo soltanto una crisi, ma un pericolo che ci fa apparire davanti agli occhi la morte dentro una guerra assurda per noi, ma non per chi l’attraversa nei luoghi dove armi, gas, “effetti collaterali”, nutrono una realtà disperante. L’umanità che varca deserti e mari nella speranza, nell’illusione che la realtà occidentale ha trasmesso loro, è un implacabile nuova guerra mondiale di cui prendere coscienza. Creare una rete per tenere insieme le maglie di vite diverse e comunque umiliate e offese da questa realtà. Non è cosa da poco, certo, ma mi sembra il solo orizzonte di pensiero e di vita, di azione politica che possiamo nominare.

Grazie per la vostra attenzione.

(www.libreriadelledonne.it, 30 giugno 2017)

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