23 maggio 2018
Il Quotidiano del Sud

I quarant’anni della legge 194

di Franca Fortunato

Il 22 maggio del 1978 entrava in vigore la legge 194 che contiene “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, approvata sotto la spinta di un grande movimento di donne. Tutto era partito nel 1975 dopo una sentenza della Corte Costituzionale che, contro il codice fascista Rocco che condannava l’aborto come “delitto contro l’integrità della stirpe”, affermava «la non equivalenza fra il diritto non solo alla vita, ma anche alla salute di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione, che persona deve ancora divenire». Le donne allora abortivano di nascosto. Chi aveva i soldi andava all’estero nelle cliniche private. Qualcuna – come racconta Ritanna Armeni nel suo libro La colpa delle donne – beveva infusi di prezzemolo perché – si diceva – provocava emorragie e contrazioni che potevano far espellere l’embrione appena formato. Altre cercavano la “mammana”, la donna che altre conoscevano, che sul tavolo della sua cucina con un ferro da calza penetrava su, nella vagina, raggiungendo l’utero dove era annidato l’ovulo fecondato per provocare un’emorragia che lo mandasse via. A volte erano ostetriche, le stesse che aiutavano le donne a partorire e che, se c’era bisogno, si prestavano a farle abortire. A pagamento naturalmente, anche se non si trattava di cifre alte come quelle pretese dai medici. A volte le emorragie che provocavano erano molto forti e allora si correva in ospedale dove l’aborto era dichiarato spontaneo. A volte non si faceva in tempo ad arrivare in ospedale o non si andava per vergogna e, per aborto, si moriva. In quegli anni, le femministe nei piccoli gruppi di autocoscienza parlavano di maternità, aborto e sessualità a partire dalla loro esperienza. «Noi di Rivolta Femminile – scrisse nel 1971 il gruppo di Milano di Carla Lonzi – sosteniamo che da uno a tre milioni di aborti clandestini calcolati in Italia ogni anno, costituiscono un numero sufficiente per considerare decaduta di fatto la legge antiabortiva. La comunità femminile ha rischiato la vita, l’ostracismo civile e religioso di uno stato patriarcale affrontando clandestinamente le pratiche abortive alle quali tutt’ora è affidata l’ultima parola per sottrarsi a un processo di gestazione non voluta… Noi accederemo alla libertà di aborto, e non a una legislazione su di esso». Depenalizzazione dell’aborto e non legalizzazione fu la richiesta delle femministe che affermavano il principio – divenuto coscienza condivisa – che non si può obbligare una donna a diventare madre e che questa lo diventa solo dopo aver pronunciato il suo sì. Aggiungevano che la legalizzazione – come è avvenuto in questi quarant’anni – non avrebbe responsabilizzato gli uomini che portano la contraddizione di una sessualità erotico-procreativa che mette incinta le donne e poi vieta loro di abortire o li lascia sole. «L’uomo ha lasciato la donna sola di fronte a una legge che le impedisce di abortire, sola, denigrata, indegna della collettività. Domani finirà per lasciarla sola di fronte a una legge che non le impedirà di abortire: sola, gratificata, degna della collettività». Prevalse – come sappiamo – la posizione delle radicali e delle donne dell’Udi (Unione donne italiane), sostenute da un grande movimento di donne, dalle comuniste e dalle socialiste, che chiedevano una legge in nome di un diritto, quello delle donne a interrompere una gravidanza non voluta. Parlare di aborto come un diritto non solo è sbagliato in termini, perché ad ogni diritto corrisponde una positività mentre l’aborto è un rifiuto, un ripiego, una necessità, una violenza, nessuna donna che abbia abortito nell’illegalità o nella legalità ha mai festeggiato, ma è sbagliato anche perché carica la responsabilità solo sulle donne e priva gli uomini di ogni consapevolezza e coscienza della loro sessualità nell’atto della fecondazione, che viene prima della volontà di interrompere una gravidanza non voluta. A meno che non si pensi che la donna si ingravidi da sola. La legge 194 fu un compromesso tra Dc e Pci e non ha eliminato del tutto il reato di aborto che resta tale se praticato fuori dagli ospedali pubblici e ha introdotto la figura dell’obiettore di coscienza (oggi lo è il 70% degli operatori sanitari con punte del 90% e 100% come in Calabria), due armi potenti contro l’applicazione della 194. In questi anni le donne sono state continuamente messe sulla difensiva, costrette a parlare della 194 più che di ciò che sta prima dell’aborto: sessualità e rapporto tra i sessi. I nemici della legge e delle donne non hanno mai accettato i risultati del referendum del 1981 dove l’80% delle/i votanti confermò con il 63% di No la legge 194. Le hanno tentate tutte e continuano a farlo con crociate e campagne a volte macabre o con cosiddette “Marcia per la vita” come quella di qualche giorno fa a Roma con cui preti suore, vescovi e cardinali e compagnia bella hanno chiesto l’abrogazione della legge e la revoca di tutti i fondi per che permettono alle donne di accedere alla ospedalizzazione gratuita. Che fine ha fatto la sessualità maschile, la sola in cui piacere e procreazione si identificano? Quanto è ancora forte il dominio della sessualità maschile? Quale assunzione di responsabilità sul prima della fecondazione c’è stata in questi anni da parte degli uomini? Ci sono uomini che rifiutano l’uso del preservativo perché ritenuto riducente della propria virilità, che ritengono l’uso dell’anticoncezionale da parte della donna un atto dovuto, scaricandosi di ogni problema e responsabilità. C’è bisogno di non chiudersi nella difesa della legge ma di andare oltre, sapendo che questo è il momento giusto per farlo, perché le donne stanno riscrivendo il patto sessuale con gli uomini dopo il grande movimento globale #MeToo, seguito allo scandalo Weinstein. È il momento di tornare a riflettere e guardare collettivamente alla sessualità e alla cultura sessuale maschile che precede l’aborto, chiamare in causa gli uomini, che non possono rimanere ai margini, privi di responsabilità e di consapevolezza o, nel peggiore dei casi, mettersi alla testa di crociate e marce contro la legge e le donne.

(Il Quotidiano del Sud, 23 maggio 2018)

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