9 settembre 2018
Corriere della Sera

I ragazzi, la matematica e le sfide della scuola. Dialogo tra Lorella Carimali e Guido Tonelli

a cura di Antonella De Gregorio

 

Lui è andato vicino al premio Nobel per la Fisica (2013) per aver partecipato alla scoperta del bosone di Higgs. Lei lo scorso anno ha sfiorato il «Nobel» degli insegnanti, il Global Teacher Prize, arrivando – unica italiana – nei 50 finalisti tra 40 mila candidati. Ma Guido Tonelli, fisico delle particelle, scienziato del Cern di Ginevra, docente all’Università di Pisa, e Lorella Carimali, che insegna matematica al Liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano, hanno molto altro in comune. Personalità, passione e metodo. La convinzione che la matematica sia un’impresa creativa e un’ostentazione di audacia. Oltre a una non comune capacità di innovare. «Anche se gli innovatori vivono periodi difficili e sono soli. Perché quando innovi, nella scuola italiana non c’è nessuno che ti sostiene», dice Carimali, che al palcoscenico di Dubai, tra i prof più meritevoli del mondo, è arrivata grazie al suo approccio pratico e creativo alla materia, fatto di lavori di gruppo, ipertesti, progetti multimediali, sceneggiature teatrali che sono i suoi studenti a scrivere, mettendo in scena la teoria della relatività o la geometria non euclidea.

Adesso, nel suo ruolo di «ambasciatrice» della matematica, pubblica un romanzo (La radice quadrata della vita, Rizzoli) che mette a confronto due generazioni di insegnanti, parla del lavoro instancabile dei docenti e della matematica: come tecnica per affrontare la vita attraverso il ragionamento ed espediente per trovarne gli aspetti positivi. Come la radice quadrata, appunto, che può esistere solo se il numero sotto radice è positivo. Un libro che punta a trasmettere a tutti la bellezza del pensiero matematico, in cui convivono libertà, armonia e rigore.

Anche per Tonelli la matematica insegna ad affrontare i problemi con razionalità ed efficacia. «Ma ha anche la capacità di portare in mondi sconosciuti e strabilianti. Quando immagini che cos’accade accanto a un buco nero, le deformazioni dello spazio-tempo legate alla massa e all’energia, e lo fai con espressioni semplici da scrivere alla lavagna anche se difficili da capire, lì vedi la potenza e la bellezza della matematica».

Com’è nato questo libro, professoressa Carimali? E cosa ci ritrova, professor Tonelli, della sua esperienza?

LORELLA CARIMALI – Volevo stimolare una riflessione sul significato della formazione e l’importanza della condivisione; raccontare un passaggio di consegne tra generazioni di maestri. E andare contro la scissione che resiste tra cultura umanistica e scientifica. Soprattutto, trasmettere l’idea che la scuola è un luogo di relazioni e che il futuro lo si costruisce insieme. Pensando matematicamente.

GUIDO TONELLI – Sì, tutto questo l’ho trovato. Assieme a una questione fondamentale: come esercitare la professione di docente, come farsi rispettare, come esercitare l’autorità. Leggendolo, ho rivissuto il breve periodo in cui insegnai alle superiori. Ricordo un ambiente duro, insegnavo elettronica ed elettrotecnica all’Istituto nautico di La Spezia. Mi stupì quanto rapido fu l’innamoramento dei ragazzi per quest’insegnante, pur giovane come loro, quando avvertirono carisma e passione. La supplente del libro, Bianca, è come un flashback: il primo ingresso in classe, il pregiudizio degli studenti, magari pluriripetenti, quasi coetanei.

Nel libro Donatella, docente esperta, spinge la giovane supplente a volare alto, a confrontarsi con problemi sempre più difficili. È così? L’istruzione offre sfide adeguate agli allievi?

GUIDO TONELLI – Non mi sembra. Ultimamente vedo piuttosto una tendenza a semplificare, come se trattassimo i ragazzi da incapaci. Bisogna invece metterli di fronte a difficoltà anche superiori rispetto a quelle che incontravamo noi dopo l’adolescenza, perché il mondo al quale si affacceranno loro sarà più complicato. Il ruolo della scuola è anche di trasmettere fiducia.

LORELLA CARIMALI – Se penso a ciò che faccio io di diverso in classe, è proprio questo: infondere fiducia, fare in modo che i ragazzi credano in sé stessi. Va liberata l’energia che hanno dentro.

GUIDO TONELLI – Sì, è vero, per certi versi è una generazione spaventata ma hanno dentro questa forza. Bisogna valorizzarla e allora il destino di tanti non sarà più quello di andarsene dall’Italia. Io ho il privilegio di lavorare circondato da giovani menti brillanti, selezionate nelle migliori università del mondo. Tra di loro, i nostri non sfigurano certo; anzi, corrono veloci come e più degli altri.

 

Qualche mese fa, in una lettera aperta su «la Lettura» alla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, professor Tonelli, ricordava uno dei suoi insegnanti, capace di coltivare negli allievi la logica e la capacità di superare gli ostacoli. E invitava la ministra a trovare e sostenere insegnanti così. Oggi riformulerebbe la richiesta al ministro Marco Bussetti?

GUIDO TONELLI – Certo, continuo a pensare che nelle scuole ci sia bisogno di persone appassionate del proprio mestiere oltre che competenti. Io giro centinaia di scuole per fare divulgazione e ne trovo tanti di insegnanti così. Magari anche guardati con diffidenza dai colleghi, perché spesso chi vuol fare qualcosa di nuovo trova ostacoli. L’istituzione dovrebbe «vedere» queste persone e riconoscerne il ruolo. Allora avevo usato provocatoriamente la questione dei soldi, proponendo retribuzioni adeguate e progressioni di carriera. Ma l’importante è riconoscere le punte di eccellenza e consentire loro di espandersi. Se diamo insegnanti bravi, i nostri ragazzi imparano cose incredibili. È questa la sfida.

LORELLA CARIMALI – I bravi insegnanti non mancano ma tante esperienze si perdono in una scuola che oggi paradossalmente è più indietro rispetto a dieci anni fa. Le lezioni frontali, le bocciature, le prove parallele per classi… che senso hanno? Sono d’accordo con il professor Tonelli, ovviamente: quando un insegnante fa innovazione va sostenuto. Ma penso anche che il rilancio della scuola debba passare attraverso il rilancio della figura dell’insegnante. Bisogna riportarlo al centro, come persona autorevole, di cui si ascoltano i pareri. Per farlo, quello che manca in Italia e che invece ho visto funzionare all’estero è proprio la progressione di carriera.

 

In che modo?

LORELLA CARIMALI – Si potrebbe pensare a un sistema che faccia diventare i professori che hanno maturato esperienze significative una risorsa anche per i colleghi. Per esempio tenendoli metà delle ore in classe e metà nelle università, distaccati nei corsi dove si formano i nuovi insegnanti. Nel periodo di distacco verrebbe riconosciuto quello che hanno fatto di nuovo, la loro produzione intellettuale.

 

In una società in cui i ruoli educativi sono sempre più articolati e segmentati, si trasmette ancora ai ragazzi il rispetto per l’istruzione e per gli insegnanti?

GUIDO TONELLI – Si andava un tempo al colloquio con gli insegnanti con timore e sussiego. Il professore aveva un prestigio sociale che nasceva non dallo stipendio ma dalla funzione. Guardando alla mia esperienza, io sono il primo non solo che si è laureato ma che ha preso un diploma nella mia famiglia: mi han fatto studiare non per diventare una persona importante o guadagnare, ma perché l’istruzione era considerata uno strumento in più per diventare persone libere. Questa cosa si è persa un po’ per motivi culturali, un po’ per azione politica che è mancata nei governi di tutti gli orientamenti. È rarissimo trovare ministri dell’Istruzione che siano persone di grande competenza e professionalità. Manca, nelle famiglie, a livello politico e di opinione pubblica, l’idea che l’innovazione e la conoscenza siano la cosa più importante per il futuro del nostro Paese. E se ne pagano prezzi altissimi.

 

Quali sono i vostri modelli, chi ha dato un imprinting al vostro lavoro?

GUIDO TONELLI – Il professor Tartaglione, di cui si parlava in quello scritto su «la Lettura», che ha fatto appassionare alla storia e alla filosofia tutta la classe. L’imprinting che ci ha dato, il rigore, la ricerca, la passione e il suo impegno intellettuale e civile sono stati decisivi per generazioni di studenti.

LORELLA CARIMALI – Per il mio stile di insegnamento il modello è stata forse un’anziana maestra delle elementari, rigorosa ma dolcissima, che dopo avermi dato un’insufficienza per un compito tutto corretto ma disordinato, tornò sui propri passi: la mia reazione di sconforto le fece capire che non aveva usato lo strumento giusto. Mi ha insegnato che dobbiamo guardare sempre chi abbiamo davanti. I miei studenti sentono che non li giudico e che sono lì per aiutarli a far uscire quello che hanno dentro.

 

Veniamo alla ricerca, grande ammalata del sistema Italia, dove gli investimenti sono tra i più bassi dei Paesi del G7. Di recente, professor Tonelli, ha fatto discutere la sua affermazione riguardo agli investimenti europei in ambito scientifico, inferiori di almeno tre volte rispetto agli Usa. Ma quando si arriva al tempio della ricerca, il Cern, si gode di giusta considerazione?

GUIDO TONELLI – Nel ranking internazionale la fisica delle alte energie occupa un ruolo di rilievo e si avverte meno la mancanza di investimenti. Ma è vero, non si è compreso a sufficienza a livello europeo e soprattutto in Italia che nel XXI secolo avranno da dire qualcosa nel mondo i Paesi che producono innovazione, tecnologia e cultura. In Italia, in particolare, gli investimenti sono discontinui, manca una visione strategica dell’innovazione e della ricerca. E sì che le condizioni di base ci sono: creatività accumulata, un’enorme tradizione, soprattutto nella fisica e nella matematica. Ma non c’è nessuna visione politica che metta al centro un serio potenziamento della ricerca.

 

Su cosa deve puntare l’istruzione per formare le giovani generazioni?

LORELLA CARIMALI – Molte ricerche oggi dicono che i lavori basati solo sulle conoscenze saranno in futuro sostituiti da robot, dunque una scuola che insegni solo nozioni è destinata a formare infelici senza possibilità di inserirsi nella vita. Dobbiamo invece impegnarci per costruire una scuola che formi alle «4C»: Critical Thinking, Comunicazione, Collaborazione e Creatività.

 

E che dia più spazio alle discipline Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica)?

GUIDO TONELLI – Non credo nell’eccessiva specializzazione: viviamo in una società tumultuosa in cui le cose cambiano rapidamente e dobbiamo aspettarci nuove rivoluzioni nei prossimi decenni, per le quali bisogna essere preparati. Serve una formazione di base molto solida, con la capacità di adattarsi alle novità. La creatività in fondo è capacità di risolvere problemi nuovi e a noi italiani viene particolarmente bene. Quando nelle grandi aziende internazionali ci si trova davanti a una crisi, a un oggetto tecnico che non funziona, spesso sono gli italiani, nel team, quelli che trovano le soluzioni. Forse perché la storia così complessa del nostro Paese ci ha permesso di selezionare, nel nostro Dna, la capacità di sopravvivere, di trovare la via d’uscita.

 

Che fare contro lo stereotipo che vuole le ragazze più brave nelle materie letterarie o creative che in matematica?

LORELLA CARIMALI – Che le ragazze «non siano portate per la matematica» è uno stereotipo molto italiano: va combattuto con convinzione. Così come il pregiudizio che la matematica sia una materia per pochi. Il pensiero matematico va allenato come ci si allena in palestra.

GUIDO TONELLI – All’università ho visto cambiare drasticamente la situazione negli ultimi vent’anni: a Fisica più della metà degli studenti sono ragazze; a ingegneria informatica, dove si contavano sulle dita di una mano, ora sono almeno il 30%. E sono determinate e preparate spesso più dei colleghi maschi. Aumenta la presenza femminile ai piani alti delle istituzioni scientifiche. Nella fisica abbiamo visto un fiorire di personalità di rilievo: Fabiola Gianotti direttore del Cern produce effetti a valanga. Penso che l’Italia sia destinata a cambiare rapidamente.

LORELLA CARIMALI – Non sono così ottimista: ho fatto molte ricerche, da donna e da insegnante che vuole dare a tutti gli stessi strumenti e che vede la matematica come fondamentale per esercitare il proprio diritto di cittadinanza. Il gap tra maschi e femmine scompare solo in quei Paesi dove il lavoro di cura viene considerato al livello degli altri lavori.

(Corriere della sera-La lettura, 9 settembre 2018)

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