23 maggio 2018
#VD3

Il bandolo della matassa

 

di Vita Cosentino

 

Alcune hanno interpretato come sospensione del giudizio quello che ha detto Chiara Zamboni nella sua introduzione quando ha affermato che “c’è una disposizione di apertura al mondo che viene logicamente prima dei giudizi positivi e negativi sulla realtà”. Io dissento da quella interpretazione, perché per me l’accento va posto su quel “prima” che è una postura da prendere e che cambia lo sguardo sulla realtà.

Per parte mia ho inteso il parlare bene delle donne come un dispositivo simbolico. Mi spiego con un esempio. Sempre Luisa Muraro e Chiara Zamboni, molti anni fa hanno lanciato l’autoriforma dell’università e della scuola con un’affermazione che ha parecchie analogie con quanto stiamo discutendo oggi. Hanno detto: “partire da quello che c’è e funziona”. Era un punto di vista del tutto inedito nel panorama della sinistra, incastrata nel meccanismo della denuncia per cui vedeva solo ciò che non funzionava. E ha tolto anche me da quell’incastro, facendomi vedere altro. Di mezzo c’è stata una trasformazione interiore. Questo è un punto che non si può saltare. Un dispositivo simbolico non è una pratica, non è una tecnica comunicativa, è una diversa disposizione interiore che ti fa vedere le cose differentemente.

Io, per esempio, partecipavo in precedenza al disprezzo con cui in sala prof si parlava delle maestre: “Non sanno insegnare”, “Ci arrivano che fanno ancora errori di ortografia”, “Non sono laureate”, erano le frasi ricorrenti del parlar male delle maestre. Poi ho capito che sbagliavo e sono riuscita a vedere che era l’ordine di scuola che funzionava meglio e ho cominciato a parlarne bene. E il resto è storia nota. E oggi nessuno più le considera inferiori. Anzi. È risaputa la loro bravura. Un dispositivo simbolico lavora di suo, per strade che non conosciamo.

Proprio perché ho fatto in passato quelle esperienze, sono attirata oggi dal parlar bene delle donne per le potenzialità trasformative che sento ne possono scaturire.

L’altra questione che mi sta a cuore riguarda il conflitto che sarebbe come contrapposto al “parlar bene delle donne”. Sempre riferendomi a quelle mie esperienze posso dire che se si tengono insieme si guadagna in intelligenza politica.

Sappiamo tutte che in questo momento sempre più donne si affacciano sulla scena pubblica in modi che magari non ci piacciono e questo chiede più consapevolezza. Chiara Z. nella sua apertura ha portato come esempio il suo rapporto a Verona con giovani donne del movimento Non una di meno e ci ha detto la sua postura che è quella di “avere fiducia nella potenzialità generativa che è viva”. Ha fiducia e pratica il conflitto circonstanziato su questioni precise. Luisa M. ci ha messo in guardia dal fare le cose per obbligo e nei suoi esempi riguardo al parlar bene delle donne ha mostrato i passaggi della sua trasformazione. Il suo invito è a trovare liberamente una nostra postura, per riuscire a vedere, per riuscire a capire e agire di conseguenza. La sua impostazione indica che il bandolo della matassa è la trasformazione personale.

 

(Via Dogana 3, 23 maggio 2018)

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