15 settembre 2018

Il filo che corre tra stereotipi e la ricerca di sé

Sara Gandini

 

Essere riconosciuta come donna è un piacere di cui desidero che il mondo tenga conto. Negli anni ho imparato ad essere orgogliosa di quello che significa per me essere donna e vorrei che che questo mio modo di muovermi possa essere contagioso. A lungo molte donne – lo vedo nel mio posto di lavoro ad esempio – per non incappare in quell’immaginario misogino, secondo cui essere troppo femminili vuol dire essere poco credibili o professionali, si sono omologate ad un modo di agire, di vestire, di muoversi nello spazio che non avesse tracce della femminilità.

Ora, grazie al femminismo, la libertà delle donne non deve passare per la rinuncia alla femminilità. Cosa intendo per femminilità? Ha a che fare con la cultura, l’epoca storica, l’educazione ma sempre più per molte riguarda una ricerca personale su come si vuole significare soggettivamente l’essere donne.

Le donne hanno cominciato a pretendere di essere nominate al femminile nelle professioni perchè il fatto di essere donne sia visto e riconosciuto, non sia un fatto indifferente. La ricerca su come manifestare la femminilità ha a che fare con il desiderio di essere viste e riconosciute anche in quanto donne, per non finire nel neutro maschile.

Nascere maschi o femmine si presta all’attribuzione di significati e a me preme farne una ricerca libera, anche giocando con l’immaginario che viene da lontano, perché la nostra storia è intrisa di patriarcato ma si possono scorgere anche grandi esempi di espressione libera della soggettività femminile. Proprio rivisitando la nostra storia con un altro sguardo l’immaginario stesso si modifica e può aiutarci a far sì che il libero senso della differenza sessuale si renda visibile, anche dove meno ce l’aspettiamo, e sappia ispirare in ciascuna il proprio ‘voler essere’.

Le lotte che le donne hanno condotto negli ultimi 50 anni hanno permesso che si diffondesse maggiore consapevolezza e forza e credo che ora possiamo giocare con l’immaginario senza troppi timori di rimanerne incatenate. Ora potremmo provare ad usare l’immaginario comune per spiazzare i nostri interlocutori e non farci trovare dove si aspettano di trovarci.

Un bell’esempio di femminilità che spiazza è quello di un paio di fortunate serie televisiva americane (‘Good wife’ e poi ‘Good fight’) che raccontano le vicende di studi di avvocatura in cui le avvocate sono donne di successo che incarnano diverse figure di femminilità. Le brave attrici di questa serie, che ha vinto parecchie nomination e premi, tra cui quattro Emmy e un Golden Globe, raccontano della possibilità di essere donne di successo, ad ogni età ed orientamento sessuale, senza dover rinunciare alla femminilità. In particolare amo una personaggia creata da Carrie Preston, Elsbeth Tascioni, che è valsa all’attrice l’Emmy Award come Miglior Guest Femminile. E’ un personaggio ironico e intelligente che in qualche modo sfrutta gli stereotipi sulle donne: non è la classica donna emancipata e professionale, che sa come comportarsi da avvocata. Sembra un po’ persa, ha un comportamento ricco di stranezze, che le conferisce una certa vulnerabilità e poca credibilità. Si fatica a prenderla sul serio e questo aspetto si rivela un punto di forza, in quanto i suoi avversari abbassano la guardia, e lei spiazzando tutti riesce a fare giustizia.

La ricerca del senso libero della differenza ovviamente non si limita all’uso degli stereotipi che confinano gli uomini, e più spesso le donne, in schemi predeterminati e definiscono in modo categorico femminilità e mascolinità. Tuttavia i luoghi comuni, proprio in quanto tali, rappresentano un terreno conosciuto, il terreno che abbiamo in comune, da cui quindi possiamo partire, allontanarci, ma da cui non possiamo prescindere. Prescindere dai luoghi comuni è infatti prescindere da ciò che ci dà un immaginario, un vestito, una rappresentazione di noi visibile agli altri e a noi stessi. Contrastare i luoghi comuni può significare cadere nel non essere, nel niente di definito e mostrabile.

Le creature piccole ci insegnano a non essere schematici nella lotta agli stereotipi. Nelle fasi di crescita e di ricerca per capire chi vogliono essere le creature generalmente si riferiscono all’azzurro e al rosa, al gioco delle principesse e dei cavalieri (nel caso anche sovvertendo colori e ruoli) nonostante tutte le lotte contro gli stereotipi. Questo accade perché sono passaggi che mostrano una ricerca che riguarda la loro identità, da esplorare senza preconcetti e ideologie. Grazie al femminismo ora possiamo affrontare i nodi della crescita e della ricerca di sé in modo meno semplicistico, interrogandoci sul filo che corre tra lo stereotipo e la ricerca che tutti abbiamo la necessità di fare, fin da bambini, in quanto esseri sessuati che si muovono in un mondo profondamente mutato dalla libertà femminile.

Mostrare le differenze anche nel senso della ricerca di immagini positive della femminilità diviene di fatto un’opportunità per fornire un simbolico differente e di valore e per fa sì che ci si interroghi su come significare quel semplice e imprescindibile fatto di nascere maschio o femmina. Cosa vogliamo farne di questo fatto? Che donne e uomini vogliamo essere? Il mondo può cambiare se teniamo conto di questo fatto? Specifico che con i termini “donne” e “uomini” indico qualcosa non sta solo sul piano della cultura o della biologia, ma della “realtà”, nel senso di fare i conti con quel che in profondità la nostra verità soggettiva ci dice di noi.

Quelle domande orientano le scelte che riguardano il mio muovermi nel mondo, dal lavoro alla politica, dalla sessualità alla famiglia. Non mi faccio mettere in scacco da un mondo pensato a misura maschile, ma mi fido del mio sentire e mostro con orgoglio la mia differenza.

(www.libreriadelledonne.it, 15/09/2018)

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