9 marzo 2018

Il gesto di McDormand

 

di Chiara Calori

 

Il film Tre manifesti a Ebbing, Missouri continua a fornire spunti di riflessione, questa volta indirettamente, grazie a Frances McDormand e al suo discorso di ringraziamento per l’Oscar alla migliore attrice protagonista.

Questo tipo di occasione solitamente è il momento perfetto per dichiarazioni sensazionali, epiche, che devono però il clamore che suscitano più alle circostanze che alla sostanza delle parole. Temevo fosse anche questo il caso. Mi sbagliavo. Non ha usato parole McDormand, si è rivolta alle altre candidate come lei e ha chiesto loro, semplicemente, di alzarsi in piedi, di mostrarsi, di rendersi visibili alla platea. Prima alcune, poi tutte, l’hanno ascoltata e si sono alzate. E si sono emozionate.

Perché mai tante donne, attrici, registe, sceneggiatrici, che godono di fama e popolarità, che magari sono già state premiate nella loro carriera e che sicuramente hanno avuto molti riconoscimenti, davanti a questo gesto si commuovono a tal punto? Perché sentono che quello è riconoscimento, quello e non invece tutto il resto che fino a quel momento avevano ricevuto e che riconoscono forse improvvisamente come un apprezzamento ingannevole, non vero fino in fondo? Con quella semplice richiesta McDormand ha dato uno spazio a ciascuna di quelle donne e mi ha fatto capire quanto possa essere liberatorio ricevere qualcosa di giusto, senza averlo dovuto prima strappare con la lotta. Gratitudine era ciò che si leggeva nei loro occhi.

C’è stata un’altra cosa bella secondo me: quell’alzarsi in piedi le offriva come spettacolo a tutta la platea, è vero, ma forse chi è stato più colpito da quella visione non erano gli altri, erano loro stesse, nel reciproco guardarsi, nel reciproco prendere atto della propria esistenza come soggetti. È il capovolgimento di prospettiva di cui si parla in Non credere di avere dei diritti, con le donne che si mettono «nella posizione di soggetto che pensa a partire da sé la storia e la società»1. Ed è anche la fine del separatismo necessario: per esprimere la differenza sessuale servì spostare fisicamente in un luogo altro le portatrici di quella differenza, così identificandola e significandola, non venendo vista altrimenti. Ora possiamo dire che non serve più quell’atto estremo per palesare la differenza, ma non possiamo ancora dire che si palesi da sé: serve comunque un gesto che la renda visibile. Serve indicarla, affermarla, dirle di mostrarsi.

Forse per questo le politiche paritarie servono così male la donna: cancellando la differenza vanno esattamente nel senso opposto. E le parole con le quali McDormand ha salutato la platea avevano un po’ il sapore di quella logica: ad essa appartiene la inclusion rider, la clausola contrattuale che lei cita, la quale consente ad attrici e attori di pretendere una rappresentazione equa dei due sessi nel contesto sociale che fa da sfondo alla narrazione del film. È una chiusura che potrebbe far pensare, lì per lì, che il messaggio ne esca indebolito, ma un’ulteriore riflessione mi porta a dire che invece lo arricchisce. Dal solo accostamento di due diversi approcci – pensiero della differenza e politica del simbolico da un lato, logiche paritarie dall’altro – appare chiaro come la potenza del primo si sprigioni oscurando il secondo, che passa in secondo piano e sbiadisce.

 

1Non credere di avere dei diritti, 1987 Rosenberg&Sellier, p. 26.

 

(www.libreriadelledonne.it, 8 marzo 2018)

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