8 giugno 2018

Il linguaggio della legge Merlin, silenzi compresi

di Chiara Calori

 

Lina Merlin aveva gli strumenti giusti per leggere la prostituzione e sapeva di dover partire da ciò che realmente era (ed è): una scelta imposta per la donna, la sua mercificazione da parte del sistema. Operò un ribaltamento di prospettiva per scardinare una struttura che, da poco prima dell’Unità d’Italia fino al 1958, partiva all’opposto dalle “esigenze” dell’uomo di soddisfare i suoi istinti sessuali, ben mascherate da false necessità come l’“igiene pubblica” o la “protezione delle donne per bene”, e metteva la donna nella posizione di oggetto al loro servizio. Perfettamente in linea con la struttura patriarcale di allora, non era invece più ammissibile nel 1948 di fronte all’idea di persona vincitrice dopo le guerre mondiali e affermata nella nostra Costituzione, che all’art. 3 parla di “pari dignità” delle persone “senza distinzione di sesso”, inciso per il quale dobbiamo ringraziare ancora una volta Lina Merlin. Nello stesso anno la senatrice iniziò la sua battaglia e dieci anni dopo venne finalmente approvata la legge n. 75, con titolo “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”. Fin dal titolo è chiara la decisione di colpire chi organizza e sfrutta la prostituzione, e non chi si trova a doverla scegliere per necessità, ossia la donna prostituita, con un’operazione che in primo luogo vuole rimuovere lo Stato stesso dal ruolo di regolamentatore e sfruttatore. I luoghi che prima erano serviti ad arricchirlo – per mezzo di un sistema di tariffe, licenze e tasse – vengono chiusi. È la fine delle case, dei quartieri e di qualsiasi altro luogo chiuso configurabile come “casa di meretricio”. Viene soppresso anche il sistema che imbrigliava e teneva schiave le donne, bandendo la loro schedatura e le visite sanitarie coattive cui erano sottoposte, con un divieto generale che impedisce qualsiasi forma di registrazione e di controllo. Lo scopo è quello di eliminare lo stigma sociale che perseguitava la donna durante e dopo la prostituzione, arrivando a colpirne anche i figli, ed è manifestazione espressa di una scelta che permea l’intera legge: coerente con l’idea di persona cui aderisce Lina Merlin, nel testo si parla sempre e solo di “donna” o “persona”, mai di prostituta o donna prostituita, perché tale categoria a parte non esiste. La seconda espressione, donna prostituita, ritengo giusto utilizzarla per parlare della realtà della prostituzione, accogliendo la proposta che fa Rachel Moran nel suo fondamentale libro Stupro a pagamento (edizioni Round Robin, 2017, disponibile in libreria).

La fine della complicità dello Stato non sarebbe però stata completa senza l’assunzione da parte sua di un ruolo attivo nella repressione dello sfruttamento della prostituzione operato dai singoli, ed ecco dunque istituiti i reati di esercizio di case di prostituzione, di reclutamento, induzione, sfruttamento e favoreggiamento della stessa. Si inserisce anche il reato di libertinaggio (ora depenalizzato a illecito amministrativo), che per come usualmente interpretato sembra però allontanarsi dallo schema della legge: lo si riconduce in genere all’attività di adescamento della donna prostituita, che non dovrebbe essere svolta con modalità scandalose o moleste, ma la posizione della norma e il riferimento agli autori dell’illecito come a persone “dell’uno e dell’altro sesso” fanno pensare che l’obiettivo vero fosse invece colpire una particolare forma di induzione al libertinaggio. Lina Merlin conobbe infatti la realtà della prostituzione anche grazie alle numerose testimonianze delle donne che le scrissero nel decennio di gestazione della legge, e dalle loro lettere si capiva come la disperata necessità da sola non bastasse a portarle su quella via, essendoci quasi sempre qualcuno, un fidanzato, una conoscente, o anche dei perfetti sconosciuti, pronto a iniziarle a quel mondo, con l’inganno.

Totale rigetto di una prostituzione organizzata e controllata da altri dunque, ma che ne è della prostituzione svolta in proprio dalla donna? La legge opta per il silenzio, e la donna che la esercita, per strada o in un appartamento privato, non commette un illecito (a differenza di prima, quando la prostituzione su iniziativa di lei era considerata clandestina e non era consentita, a conferma dell’ipocrisia del sistema). Il silenzio non è totale però, e l’ultima parte della legge è rivolta direttamente alle donne che si prostituiscono, e che vogliano uscirne: si appresta una rete di patronati e istituti di rieducazione pronti ad accogliere le donne che escono dalle case chiuse, una volta smantellate, ma anche rivolta a chi pratica la prostituzione al di fuori e vuole comunque cambiare vita. Questo doppio registro, implicito ed esplicito, non è casuale: dire tacendo che la prostituzione è un’attività lecita e affermare invece apertamente l’opzione opposta, l’uscita dalla prostituzione, significa dichiarare che la prostituzione non è una realtà da legittimare, allo stesso modo in cui il cliente – pure lui non nominato dalla legge – non è parte da assolvere, come afferma nel suo articolo Massimo Lizzi (Cliente? Chiamiamolo con il suo nome, 31 maggio 2018, www.libreriadelledonne.it). Una volta assicuratasi che non venisse operata una seconda vessazione delle donne prostituite da parte dell’ordinamento, Lina Merlin ritorna a colpire l’essenza della prostituzione, sfruttamento sessuale della donna vista come oggetto, e la condanna rifiutando di configurarla come modello accettabile di relazione tra i sessi.

 

(www.libreriadelledonne.it, 8 giugno 2018)

 

Questa presentazione sulla legge Merlin è stata fatta in occasione dell’incontro tenutosi in libreria il 20 maggio 2018, Nominare la prostituzione. “Donne prostituite” e “sex workers” possono sembrare sinonimi, ma lo sono veramente? Si parla delle stesse persone, ma di due mondi diversi. In uno ci sono prostitutori e sfruttatori, controllo maschile sui corpi delle donne. Nell’altro ci sono clienti, imprenditori, libere professioniste e autodeterminazione. Il registro linguistico con cui parliamo della prostituzione non è neutrale. Dà già una lettura politica della società in cui siamo e dell’orizzonte che vogliamo aprire per la libertà femminile, il che ci riconduce anche alle leggi che con questo sono compatibili e ci porta a riflettere sulla legge Merlin. Di tutto questo Silvia Baratella e Chiara Calori parleranno con Rachel Moran, autrice del libro «Stupro a pagamento – La verità sulla prostituzione» (ed. Round Robin), racconto emozionante e doloroso con cui ripercorre la propria esperienza, sfatando con precisione analitica i miti sulla prostituzione.

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