5 gennaio 2018

Il nuovo coming out: dirsi uomini dirsi donne. La lezione di gay e lesbiche

di Giordana Masotto
E se stesse finendo la carica identitaria dell’orgoglio gay? Adesso c’è chi sente stretta quell’etichetta. Qualcosa che sta perdendo la sua forza allegra e dirompente, ma piuttosto marginalizza. «Non voglio essere chiamato gay, perché sono un uomo. Mi sembra incredibile che ancora oggi si usi questo termine: sono biologicamente un maschio. Lo stesso vale per una donna, che è una donna punto e basta, al di là di tutto. La parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali». Così si esprime Stefano Gabbana (noto imprenditore della moda, Dolce & Gabbana, in coppia anche nella vita per 20 anni) in una recente intervista sul Corriere della Sera (17 dicembre 2017).

Dunque: qui abbiamo un essere umano di sesso maschile, pubblicamente noto per la sua omosessualità, che nel momento in cui vuole essere compreso in tutta la sua umanità afferma di volersi dire uomo e ritiene che lo stesso valga per le donne. Umanità è: donne e uomini liberi/e. Liberi/e anche nelle loro scelte sessuali che certo non devono discriminarli/e, ma che neppure possono esprimere pienamente e riassumere la loro soggettività.

Guardiamo la cosa dall’altro punto di vista: dirsi uomo, dirsi donna non sono più rigidamente connotati dalla storia patriarcale, ma possono essere usati per indicare una nuova comune umanità, singolare e plurale.

È un segnale interessante, credo, per tutti gli uomini che vogliono ragionare sul proprio essere uomini, che abbiano relazioni omosessuali e/o etero.

È un segnale che va a rinforzare quello che Cristina Gramolini dice da tempo, a costo di conflitti laceranti. Nel congresso di Arcilesbica dell’8-10 dicembre è stata eletta presidente: anche questo un segnale da non sottovalutare. Dice Gramolini con lucida ironia: «La nostra collocazione è nel movimento delle donne. (…) La parola dell’anno è femminismo. E il femminismo non è un pranzo di gay». E precisa: «È  vero che la femminilità ha delle incrostazioni culturali ma non si riduce solo a questo, non è una finzione: la donna esiste. (…) Non è che sotto il genere non ci sia nulla, la differenza esiste».

Mi preme sottolineare questi segnali perché gettano un po’ di luce su quello che ritengo un nodo importante del presente: l’inganno identitario. Ci stiamo immersi. Etichette e appartenenze invadono le vite e lo spazio pubblico, si sedimentano nelle relazioni e nella politica, dai profili dei social alle rivendicazioni nazionaliste. Offrono ancoraggi disperati in tempi di incertezze assolute.

A scuola, tanto tempo fa, mi hanno insegnato che è un errore dire “sono insegnante”, “sono impiegata”, è corretto dire “faccio l’insegnante”, “faccio l’impiegata”. Mi pare una buona regola, anche se giustamente lottiamo per poter aderire a quello che facciamo. Era così anche nel femminismo degli anni ’70: nei gruppi di giovani donne che eravamo allora si parlava moltissimo di sessualità, volevamo andare oltre gli schemi culturali e storici imposti al nostro essere donne. La radicalità non faceva certo difetto, anzi era nello spirito del tempo: si facevano esperienze in molte direzioni, ma non veniva in mente di farsi definire da quelle scelte e da quelle scoperte. Questo non vuol dire che tutto andasse liscio, c’erano problemi e tensioni certo – i piccoli gruppi possono essere anche molto normativi – ma le definizioni identitarie non erano attraenti. Niente è sufficiente a definirci una volta per tutte.

Oggi io vedo segnali di questo inganno identitario anche in campo femminista.

Mi riferisco in particolare al testo di Non Una Di Meno “Abbiamo un piano”. Il testo, frutto di una complessa e ricca scrittura collettiva, afferma di basarsi sui principi del femminismo e del transfemminismo. Dunque lotta contro il “binarismo di genere” come prodotto storico – cioè violenza del maschile che si impone come neutro universale per controllare il corpo femminile e la sua “spaventosa” capacità generativa – ma intende anche cancellare il maschile/femminile per educare invece a “una pluralità, potenzialmente infinita, di differenze”. Da qui la necessità di moltiplicare le sigle delle preferenze sessuali (LGBT*QIA+…) che diventano così inevitabilmente etichette identitarie con relativa rivendicazione di diritti e regole del politicamente corretto.

Al contrario, io credo che possiamo radicarci nelle nostre esperienze, nei punti di vista che ne scaturiscono, nelle pratiche politiche che scegliamo, ma non in etichette identitarie. Possono darci forza per combattere discriminazioni e ingiustizie, ma non oltre. Quello che sta dentro i nostri armadi (da cui il coming out) e quello che vogliamo di volta in volta portare in giro fa parte di una contrattazione continua: teniamoci stretta questa libertà e questa sfida. Siamo andate/i oltre: partendo dalla presa di parola, mettendo in discussione i destini legati a identità sessuali forgiate da secoli di rapporti di potere, possiamo dirci donne libere e uomini liberi che cercano relazioni con donne e uomini. Sessualità e politica sono incontri liberi di soggetti radicati nei propri corpi sessuati. Moltiplicare i sessi all’infinito non rende più aperta e vitale la società, al contrario spegne le dinamiche del desiderio e del conflitto, mette argini e binari a ciò che deve correre libero.

Quando noi parliamo di differenza sessuale non parliamo di identità. Lo ha ribadito di recente Luisa Muraro nell’articolo Possiamo chiamarlo il piano femminista della libertà? commentando “Abbiamo un Piano”.

Voglio solo aggiungere che la “perenne negoziazione” della differenza sessuale ha sì bisogno di agire politico e di conflitto, sia nelle relazioni che nel modificare lo spazio pubblico a tutti i livelli – simbolico e materiale – ma non di trasposizione sociale in quanto tale. Lascio la parola a Judith Butler che lo dice meglio di me: «Questo umano non sarà “uno”, in verità, non avrà una forma definitiva, ma sarà impegnato nella perenne negoziazione della differenza sessuale, secondo modi che non hanno un effetto naturale o necessario sull’organizzazione sociale della sessualità. Nel sottolineare che questa rimarrà una questione persistente e aperta, intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente» (J.B., Fare e disfare il genere, Mimesis 2014).

Noi diciamo “il senso libero della differenza sessuale”. Frase importante perché, a volerla capire fino in fondo, ci dice anche che la libertà non può essere ridotta ad autodeterminazione, ma è sempre in relazione. E questo apre un altro capitolo.

(www.libreriadelledonne.it, 5 gennaio 2018)

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