10 marzo 2017
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Il “padre” di Trento e l’adozione gay di Firenze: niente in comune tra le due sentenze

di Marina Terragni

Ci sono differenze sostanziali tra la sentenza di Trento, che ha riconosciuto formalmente come padre un uomo che non ha legami né biologici né adottivi con i gemelli avuti dal compagno via utero in affitto, e la sentenza di Firenze che ha riconosciuto anche in Italia l’adozione di due bambini da parte di una coppia gay (l’adozione era avvenuta nel Regno Unito dove la coppia risiede da anni).

Nel primo caso i bambini sono stati messi al mondo da una donna che è stata pagata per condurre la gestazione, partorire e levarsi di torno. Nel secondo caso c’erano dei minori che si trovavano già in stato di abbandono e quindi di adottabilità.

Nel primo caso un atto mercantile e di egoismo assoluto: separare i bambini della madre per mettere in scena un’impossibile omofecondità. Non è stato a causa di un accidente della vita, cioè, che quei bambini non avevano una madre: la “disgrazia” è stata precostituita e pianificata con un contratto di mercato (un enorme mercato). Nel secondo caso un atto di generosità: offrire un nucleo familiare a bambini che per una disgrazia capitata si trovavano a non averlo.

Nel primo caso l’obbrobrio di far coincidere il superiore interesse del minore con la separazione dal corpo della madre, quando ogni consapevolezza in materia di psicologia neonatale, dalla teoria dell’attaccamento a tutto il resto, indica come esclusivo interesse della bambina e del bambino il corpo-a-corpo con la madre con la quale l’appena nata-o si sentirà per lungo tempo un unico corpo. Nel secondo caso un miglioramento oggettivo della situazione di quei bambini, che da una vita in istituto o in comunità -una volta constatate le capacità genitoriali dei richiedenti seguendo l’abituale iter per l’adozione- sono passati a un’esistenza affettivamente più piena e degna.

Nel primo caso si produce un vulnus, nel secondo si cura una ferita.

Nel primo caso un atto di ingiustizia e di discriminazione: per ragioni meramente ideologiche, a un uomo che non è padre né genetico né adottivo è stata consentita l’iscrizione allo stato civile come padre tout court, fatto inaudito e che resta precluso a qualunque altra cittadina o altro cittadino italiano. Un padre del terzo tipo, l’ho definito, che ha semplicemente usurpato il posto della madre, cancellando la donna che ha messo al mondo quei bambini e spalancando le porte al riconoscimento della legittimità dell’utero in affitto, pratica che nel nostro Paese –e praticamente in tutta Europa- è vietata e sanzionata. Nel secondo caso un atto umano e giusto, per la coppia che ha accettato di assumere il rischio genitoriale –per evidenti ragioni, più elevato quando si adotta che con i figli biologici: le creature che hanno vissuto storie di abbandono spesso, anche se non sempre, richiedono una particolare attenzione e dedizione- e soprattutto per i bambini che in una logica di riduzione del danno hanno visto migliorare la propria condizione.

Chiudo con qualche rapida considerazione: un figlio nasce sempre e soltanto da una donna e da un uomo, di qualunque orientamento sessuale siano, fatto che non può essere cancellato e surrogato con leggi, sentenze, opinioni, egoismi, rivendicazioni di diritti.

Non esiste parità riproduttiva tra gli uomini e le donne. Nessuno può impedire a una donna di avere un figlio se lo vuole –o obbligarla ad averlo, se non lo vuole- e sulla scelta di maternità ogni parola pubblica è destinata a restare lettera morta. In fatto di procreazione, l’autodeterminazione femminile non può che essere piena. Viceversa, senza la mediazione di un mercato dove acquistare ovociti e affittare uteri, di una medicina che metta in atto queste pratiche, di una legge che le consenta, nessun uomo può diventare padre cancellando la donna. Una diseguaglianza sostanziale che qualche volta il diritto prova a rappresentare: come in Spagna e in Germania, per esempio, dove una donna può accedere a inseminazione artificiale, mentre un uomo non può ricorrere a utero in affitto. Parlare in generale di omogenitorialità sia per le donne sia per gli uomini è ideologico, perché occulta questa diseguaglianza originaria e inaggirabile. Per questo dico che l’omogenitorialità è degli uomini, e quella delle donne è maternità, da sempre e per sempre. Perché la differenza sessuale esiste. 

Per finire: è sconcertante che i legislatori, ovvero i parlamentari, continuino a ignorare le bio-problematiche e a ficcare la testa sotto la sabbia per evitare di bruciarsi le penne e di rischiare posto ed emolumenti, delegando le decisioni ai tribunali. Un laissez-faire profondamente antidemocratico perché è solo attraverso le loro voci di rappresentanti eletti –e non via sentenze spesso in contraddizione tra loro- che i cittadini possono fare sentire la propria.

Ammesso che sia vero. Ammesso che i rappresentanti non rappresentino solo se stessi e il proprio interesse personale.

(www.marinaterragni.it, 10 marzo  2017)

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