14 aprile 2017
L'Osservatore Romano

Il sale e le lacrime

In un libro di Stefania Giannotti

di Lucetta Scaraffia

Oggi siamo assediati dai cuochi e dai libri di cucina: ci perseguitano in mille programmi televisivi, ci sorridono invitanti dalle edicole, in una dura competizione fra di loro perché è in palio un business molto ricco, il successo mediatico, e pure l’ambita attribuzione all’inserimento nella categoria dei creativi, cioè le persone più oggetto di ammirazione nella nostra società. Invece la cucina come momento di relazione umana, di scambio affettivo, come cuore di quell’accoglienza di cui tutti gli esseri umani sentono profonda necessità, sembra sprofondata nel nulla. Muoiono le bisnonne, e le nonne — la pubblicità lo insegna — ti accolgono con i quattro salti in padella e altri cibi pronti.

Non facciamo l’errore di confondere il libro di Stefania Giannotti (Troppo sale, un addio con ricette, Milano, Feltrinelli, 2017, pagine 192, euro 16) con questo mondo alla moda, perché è veramente tutt’altra cosa. E, benché si parli di un addio, e di un addio terribile — la morte dell’unico figlio diciassettenne in un incidente — non è neppure la storia dell’elaborazione di un lutto. Proprio per questo è un libro sorprendente e bellissimo.
Perché l’autrice non vuole elaborare un bel niente, non vuole dimenticare neppure un attimo del suo dolore: non vuole dimenticare perché «questa possibile dimenticanza mi fa paura, mi si porterebbe via nel nulla». E parla anche di «un dolore che devo dosare per non dissiparlo. Penso a te finché posso, poi mi distraggo con mille stratagemmi».
Nel baratro del dolore, tante scoperte: «l’evento è luttuoso, ma non è la morte che non dà tregua, è la vita. Scopri la sua prepotenza. Diventa più intensa, più piena, più forte, vita donata, partecipata, da godere, vita libera, immensa. In una parola vita d’amore assoluto. Persino Dio l’invisibile si manifesta».
Questa potenza dell’esistere, che la meraviglia fin dal primo momento, trova la sua manifestazione più alta e più intensa in quella che è stata sempre la sua grande passione, la cucina. Perché, scrive ricorrendo al verbo nutrire — verbo che non è amato dai nuovi cuochi — «nutrire si accompagna bene con la perdita, ristabilisce un legame con la realtà che sfugge». Per Stefania cucinare è nutrire, entrare in un fecondo contatto con gli altri, «preparo il cibo per il corpo degli altri, lo nutro, cerco di dargli piacere, trasformo la materia senza pensare ad altro». Ma è anche qualcosa di più profondo: «mettersi ai fornelli può essere una modalità di resistenza pacifica, è riconoscere la sconfitta senza soccombere, è opporre al nulla un movimento, lasciando vuoto il nulla che non si può riempire».
È un modo per convivere con le amiche che la soccorrono, con le persone che le stanno intorno cercando di aiutarla, che però «non sanno obbedire al cielo, che non è una decisione da prendere ma un’esperienza improvvisa».
E qui nel libro, fra una ricetta e l’altra, fra la storia del dolore e la storia di un ristorante sui navigli, compare — in fondo non inaspettata — una riflessione su Dio: «Di Dio non me ne intendo ma ne ho esperienza. Lo trovo nell’assenza, nella mancanza, come se stesse proprio nel non esserci, nelle cose che non sono, nel non sapere. E fra tutte le mancanze la più grossa, l’assoluta, l’irrimediabile, la morte. Della morte me ne intendo. Quando mi ritrovai mio figlio fra le braccia, venuto su dal mare bagnato e pallido, sentii Dio nel suo ultimo respiro. Nell’ultimo respiro, non nel primo vagito, che consegna e trascina alla vita, tra le cose sensibili di cui tutto vuoi sapere. È nell’ultimo respiro, che patisci e va, non sai dove…».
È quasi impossibile scrivere una recensione a questo libro, con gli occhi appannati di lacrime, e al tempo stesso con l’intenzione di annotarti con segnalibri le ricette che vuoi provare a cucinare per prime. È difficile soprattutto perché non si può riassumere, non si può rinunciare alla forza delle parole che l’autrice ha scelto, con potenza assoluta, per illuminare il dolore. Oggi scrive, dopo venticinque anni, che il dolore è cambiato. «Mi tocca riconoscerlo, è più gentile. Ha trovato un suo posto piuttosto riservato e ha preso altre forme. È più gentile ma non gli basta niente. E nulla basta a me».

Per concludere che «il dolore può accompagnare l’esistenza e a cercare di farlo fuori o di sconfiggerlo si resta soli». I suoi lettori, sicuramente numerosi, sono tutti con lei. Magari ai fornelli.

(L’Osservatore Romano, 14 aprile 2017)

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