1 Giugno 1992
Via Dogana n. 5

La differenza maschile

Clara Jourdan

Molti commenti ha suscitato la notizia della sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee che, in nome dell’uguaglianza dei sessi sul lavoro, impone all’Italia e ad altri paesi di denunciare la convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (01 1) che Yieta il lavoro notturno industriale femminile.
Pur non provocando effetti sulla legislazione italiana in materia – come ha spiegato anche il ministro del Lavoro in un comunicato ufficiale – il fatto giustamente preoccupa. Preoccupa non solo (e forse non soprattutto) chi ha a cuore il riposo notturno, ben piú gravemente ostacolato dagli accordi sindacali, ma chi ha a cuore la parità intesa come miglioramento per le donne, concezione sempre píú contraddetta dai fatti in cui la parità è diventata uno strumento contro le donne.
Non volendo ripiegare su una logica di tutela del lavoro femminile né rinunciare alla parità, alcune hanno cercato una via d’uscita in una nuova visione della parità, che non prenda a modello la condizione lavorativa maschile ma quella (maschile o femminile) piú vantaggiosa per chi lavora: è la cosiddetta “parità in avanti”, di contro alla “parità all’indietro”, detta anche “parità al ribasso”, correntemente praticata. Per esempio, la segretaria Cgil del Piemonte Titti di Salvo dice: “Perché non allargare invece i limiti al lavoro notturno per tutti, uomini e donne?” (L’Unità, 28/2/92). Già, perché no? In fondo, come riconosce Livia Turco, “non è bene per nessuno lavorare di notte” (La Repubblica, 1/3/92), e perfino il Parlamento europeo è d’accordo (risoluzione del 9 aprile). Avremmo cosí finalmente la quadratura del cerchio: se di tutela si tratta, tutela per tutti, e il principio di parità è salvo.
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