8 settembre 2017

«Immigrati, fate la vostra parte!»

di Gemma Albanese

 

Lavoro quotidianamente con i cosiddetti migranti economici: vengono da paesi africani, dall’Est Europa, più di rado dal Sud America o dal Sud-Est asiatico.

Lavoro allo sportello di microcredito di Mag Verona da 6 anni: accogliamo e accompagniamo quanti hanno bisogno di un piccolo prestito per un’emergenza economica o per avviare un’impresa, sviluppando insieme a loro riflessioni su bilancio familiare e gestione del denaro personale. Il nostro lavoro si fonda sull’ascolto e sulla relazione con queste persone, che molto spesso sono migranti.

Non si tratta di migranti dell’ultima ora, ma di persone arrivate in Italia mediamente dieci anni fa, quando un lavoro ancora lo si trovava. Si rivolgono a noi perché stanno vivendo una difficoltà economica, molti sono degli habitués dei servizi sociali: non sono più poveri di molte famiglie italiane che pure ho incontrato, ma si fanno meno remore a chiedere aiuto, anzi conoscono bene il sistema degli aiuti da parte di Stato, Comune e Associazioni, che considerano una parte fissa delle loro entrate.

Queste sono le persone che incontro ogni giorno e l’esperienza ha portato il mio sentire sui temi dell’immigrazione a maturare.

Tradizionalmente il dibattito sulla questione migranti si divide in due filoni principali, ossia tra quanti sono pienamente a favore dell’accoglienza, perché vedono i migranti come soggetti deboli da supportare e tutelare, e quanti invece – perlopiù movimenti populisti – rifiutano lo straniero portatore di diversità e di problemi che si fatica ad affrontare.

Io da sempre mi annovero nella prima categoria, ma negli anni e con l’esperienza allo sportello di microcredito ho messo a fuoco delle sfumature: sono per l’accoglienza ma sono stanca di inutili buonismi.

Perché noi apriamo le porte ai migranti, ma poi è vero che l’integrazione è poca, con tutto ciò che ne consegue: ghettizzazione, contrasti, ostilità reciproca.

Questo però per responsabilità di entrambe le parti: c’è sicuramente una mancanza di politiche adeguate da parte dello Stato, come anche un clima spesso ostile verso i migranti che certo non crea buone basi per un dialogo, ma dall’altro lato ci sono spesso anche migranti per cui integrarsi semplicemente non è importante. Ad una parte rilevante degli stranieri che incontro non interessa imparare seriamente l’italiano, nemmeno dopo dieci anni di vita qui, né interessa particolarmente conoscere la cultura italiana. Sono piuttosto i figli, la seconda generazione, quelli più propensi a “mischiarsi” con gli Italiani.

Serve quindi a mio parere un’accoglienza che si preoccupi di una sincera integrazione, chiedendo a chi accoglie, ma anche a chi viene accolto di fare la propria parte.

 

Integrazione che per me passa in primis dal riconoscere i migranti come un soggetto attivo. Ad oggi, ad esempio, sono sempre oggetto dei discorsi sull’immigrazione, ma molto di rado interlocutori attivi, quasi mai vengono chiamati ad esprimersi nelle discussioni che li riguardano. Questo li lascia fuori in partenza dalla relazione con la comunità che li accoglie.

Allo stesso modo, l’impostazione assistenzialista del nostro Stato sociale li rende oggetto di aiuti unidirezionali e non protagonisti della relazione di aiuto. Gli interventi di stampo assistenzialista, infatti, si preoccupano di dare supporto senza chiedere una reciprocità, il che in alcuni casi va bene – penso a chi è in difficoltà estrema –, ma in molti altri deresponsabilizza, legittimando chi riceve l’aiuto a pensare che non sia obbligatorio fare la propria parte.

Mi pare quindi importante trovare modalità concrete per rendere i migranti soggetto attivo e non oggetto, perché questa è la premessa per un passo ulteriore: spingerli ad attivarsi nella comunità che li accoglie, all’interno di una relazione paritaria e reciproca.

Personalmente mi piacerebbe che più migranti cercassero di conoscere meglio la comunità in cui vivono e che si chiedessero non solo cosa quella comunità può fare per loro, ma anche come dare un loro apporto. Credo che questo farebbe cadere anche molte ostilità nei loro confronti.

Questo nuovo approccio improntato all’attivazione si sta fortunatamente già diffondendo: sia enti privati e associativi, come quello in cui lavoro, che enti pubblici stanno superando l’idea di assistenzialismo, chiedendo un’attivazione all’interno della relazione di aiuto.

Ad esempio, nei percorsi di bilancio familiare che io e i miei colleghi seguiamo, puntiamo tutti i giorni su questa dimensione: invitiamo le donne e gli uomini migranti (e non) che incontriamo a raccontare le loro abitudini familiari, culturali ed economiche e li incoraggiamo a mettersi in gioco in prima persona con piccoli cambiamenti per migliorare la loro situazione economica.

Il secondo passo però, ossia l’attivazione spontanea verso la comunità di accoglienza, non è certo conseguenza immediata e scontata. Nella mia esperienza, ad esempio, ho preso come un successo la richiesta di un gruppetto di signore nigeriane di imparare le basi della cucina italiana.

Sono perciò consapevole che la strada verso la “reciproca integrazione” è ancora lunga, serviranno tempo e un lavoro dedicato (sia a livello di azioni individuali, che di progetti, che di politiche locali e nazionali), ma sono convinta che in questa direzione si debba perseverare per una risposta finalmente matura e costruttiva sui temi dell’immigrazione.

(www.libreriadelledonne.it, 8 settembre 2017)

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