5 aprile 2018

In difesa dei migranti

di Massimo Lizzi

Nella sua difesa di Simplicio, Luisa Muraro legge il risultato elettorale come una vittoria dei partiti populisti ostili all’immigrazione e una sconfitta della Confindustria, invece favorevole. Concorda con la Confindustria nel ritenere gli immigrati una risorsa economica, ma difende gli elettori populisti, alla luce di due questioni che si pone anche lei: 1) Il benessere da noi guadagnato dobbiamo offrirlo alle ondate di nuovi arrivati, quando ancora ci dibattiamo per sfangarci da una lunga crisi che non passa? 2) A beneficio di chi va la risorsa economica, se i vantaggi sono dei ricchi quando l’economia va bene e gli svantaggi dei poveri quando invece va male? Così, gli elettori populisti, pur votando dei demagoghi, contro i propri interessi, mostrano di rifiutare la razionalità di un capitalismo fine a se stesso.

Di questa lettura condivido la conclusione sul capitalismo fine a se stesso, ma non le premesse, che spesso danno adito a conclusioni sfavorevoli ai migranti. È vero che i populisti si avvalgono della xenofobia, ma l’immigrazione è stato un tema secondario della campagna elettorale. È vero che riceviamo molti immigrati, ma siamo in un mondo in movimento e anche noi emigriamo: 100-200 mila italiani lasciano ogni anno il paese, 60 milioni di italiani sono all’estero. È vero che manca la giustizia distributiva, ma è anche vero che, senza un intervento della politica, i tassi di crescita sono troppo modesti per consentirla, anche quando diciamo che l’economia va bene; dunque le risorse economiche non valgono per arricchirsi, ma per non impoverirsi. Così il dilemma più pertinente mi sembra questo: noi italiani siamo in grado di difendere da soli il nostro livello di benessere?

Pare di no, perché perdiamo 300 mila lavoratori l’anno, a mala pena compensati dai nuovi lavoratori immigrati. Da molti anni, il benessere lo guadagniamo insieme a loro, che svolgono i mestieri più umili, duri, pericolosi e meno pagati, mentre danno in tasse e contributi più di quel che ricevono in servizi e assistenza, tanto da mantenere in attivo il bilancio dell’Inps; con i loro salari, in media più bassi del 20%, permettono l’acquisto di nuovi macchinari, che creano posti di lavoro per la manodopera più qualificata. Sono meno di un decimo della popolazione, ma producono più di un decimo del PIL. Con le rimesse aiutano i paesi di provenienza più della cooperazione allo sviluppo e degli investimenti privati. Nel complesso, l’immigrazione, non è una invasione, ma una trasfusione di sangue.

La paura di essere invasi dai disperati che attraversano il Mediterraneo e sbarcano in Sicilia (in calo del 32% nel 2017 e del 73% nel 2018), forma e allarma una pubblica opinione che si predispone a politiche di chiusura, anche in contrasto con i diritti umani e civili. Perciò, penso sia problematico accreditare questa paura. I migranti africani ci raggiungono per vie illegali e pericolose, perché l’Europa gli ha chiuso ogni possibilità di raggiungerci in modo regolare e sicuro. La Confindustria non è responsabile delle politiche migratorie ed è poco ascoltata. Prima i decreti del centrosinistra, poi e le leggi del centrodestra, tuttora in vigore, hanno ristretto i flussi di ingresso regolare e prodotto centinaia di migliaia di immigrati irregolari, i cosiddetti clandestini, periodicamente regolarizzati in massa, senza un vero governo dell’integrazione, con l’effetto di avere più abusivi, accattoni, micro-criminali.

Anch’io provo disagio per chi vive di espedienti, ma la marginalità non si risolve con l’esclusione delle persone. Peraltro, la realtà prevalente degli immigrati, anche quando sono poveri, è quella di persone rispettabili che conducono una vita dignitosa. Ed io apprezzo quasi sempre la loro presenza che compone una pluralità di voci, colori e simboli, che mi dà respiro con la sensazione di avere il mondo in casa. Ad alcuni di noi (compresa Luisa Muraro) la diversità piace, tanto che il 20% dei matrimoni sono misti. Ad altri invece non piace e non si fanno convincere dagli argomenti razionali. Si tratta di una differenza culturale. Noi nativi, siamo diversi per cultura, interessi, valori e l’immigrazione è motivo di conflitto anche tra noi. Se nell’intolleranza xenofoba c’è una parte di ragione, il miglior modo di comprenderla, per me, è combatterla.

(www.libreriadelledonne.it, 5 aprile 2018)

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