3 ottobre 2016

In Viaggio con LeoNilde Carabba

da collezionedatiffany.com

Nata a Monza nel ’38, LeoNilde Carabba

può definirsi “una pittrice ed una viaggiatrice che ama esplorare territori e varcare confini”. Artista di fama internazionale e attiva collaboratrice del Movimento delle Donne, ha mosso i suoi primi passi nella Milano degli anni ’60 lavorando al fianco di artisti come Lucio Fontana, Hsiao Chin, Roberto Crippa, Enrico Baj e Piero Manzoni. Figlia di un ingegnere chimico dalla grandissima cultura umanistica e di una pianista di origine dalmata, LeoNilde Carabba è state tra le poche protagoniste femminili ed emergere in quella che si può definire come una delle stagioni più innovative dell’arte italiana ed internazionale. In questa intervista ci racconta 56 anni di carriera caratterizzati da una continua e instancabile sperimentazione perché, come dice lei stessa, “la vita comincia ad ogni momento”.

 

Fabio Agrifoglio: Come nasce LeoNilde Carabba artista?

 

LeoNilde Carabba: «L’Arte è entrata nella mia vita con la forza di una rivelazione assoluta. Ero ancora al Liceo Internazionale ed ho capito subito che niente sarebbe più stato come prima. Avevo trovato un centro. Una ragione per esistere. Diventare Artista è stato poi un processo lungo e travagliato, con battute d’arresto e crisi, ma il dubbio non si è mai inserito, neppure nei momenti più difficili, in questo costante processo evolutivo che mi ha portato dal Buio alla Luce. E quando parlo del buio mi riferisco alle Opere dei primi anni ’60, ben rappresentate dal catalogo della mostra presentata da Baj, Crippa e Fontana al Cenobio-Visualità di Milano nel 1964. In queste opere si sente l’influenza di Antonio Recalcati, che avevo conosciuto e frequentato all’inizio della mia avventura, così come si percepisce l’influenza di Jean Dubuffet, che avevo visto in una mostra a Parigi. Queste opere rappresentano bene il tormento interiore in cui mi aveva gettato una difficile situazione familiare».

 

F.A.: Hai iniziato giovanissima con un padrino di eccezione: Hsiao Chin. Ci puoi parlare della tua prima personale alla Galleria Numero di Firenze nel 1961?

 

L.C.: «Come dice Angela Vettese nel suo bellissimo libro “Artisti si diventa”, il gruppo all’inizio del proprio percorso artistico è importantissimo. Hsiao Chin, Alfredo Pizzo Greco, Pia Pizzo ed io ci vedevamo moltissimo. Hsiao era certo quello più affermato ed era fidanzato con Pia Pizzo che poi sposò. Con Alfredo, fratello di Pia, avevo una relazione poetica, nel senso che passavamo ore a leggerci a vicenda le nostre poesie ed io conservo ancora le mie scritte a macchina con le annotazioni a matita di Alfredo. Andavamo assieme alle inaugurazioni e discutevamo per ore del nostro lavoro e di quello degli altri. Una fucina di idee e da questo nacque l’opportunità della mia prima mostra alla Galleria Numero di Firenze su indicazione e presentazione poetica proprio di Hsiao Chin».

 

F.A.: Scrisse di te Lucio Fontana: “Da più di un anno conosco gli “esseri” di Carabba, non sono mostri né fantasmi, sono esseri intelligenti che ti fanno meditare, sono opere d’arte riuscite”…

 

L.C.: «Fontana era un signore, generoso ed affabile. Un altro signore era Jean Fautrier, che mi comprò un quadro nel 1964. Una persona importantissima nella mia evoluzione fu poi Pierre Restany, conosciuto da Guido Le Noci della Galleria Apollinaire, una delle gallerie più raffinate di tutta Milano. Da Le Noci incontrai Christo e Jeanne Claude, che poi furono ospiti da me a Roma quando vivevo in una grande casa con Shaila Rubin, cineasta americana. Ho rivisto poi Christo e Jeanne Claude a New York nel 1983, dove fui loro ospite per tre settimane con Serena Castaldi, amica del Movimento delle Donne».

 

F.A.: Sul catalogo della stessa mostra Roberto Crippa scrisse: “E’ nostra intenzione trovare in noi stessi, dopo le esperienze accademiche che hanno determinato la prima formazione pittorica, un discorso da comunicare con mezzi assolutamente nostri, partire spogliandosi completamente da qualsiasi richiamo o suggerimento, che può venire da altri pittori e da altre scuole, interpretare la realtà del nuovo uomo che ci sta davanti e il suo rapporto con l’ambiente in cui si muove”…

 

L.C.: «Roberto era un fratello maggiore. Il nostro era un rapporto semplice, cordiale. Diventare artista nella Milano e nella Roma degli anni ’60 era una grande fortuna. Il mondo dell’Arte era aperto, raggiungibile, generoso. Piero Manzoni fu per me un grande amico. Lo andavo a veder stampare in quella che poi divenne la serigrafia Perini, dove stampai a lungo anch’io. Lo incontravo al bar, io bevevo un cappuccino e lui un Pernod: è come se in questo ci fosse la rappresentazione simbolica della distanza tra l’artista di avanguardia e la ragazza di buona famiglia che si sta inoltrando in questo mondo sconvolgente. Anche Tancredi fu per me molto importante, inizialmente più dal punto di vista umano che pittorico, ma tanti anni dopo, quando lui era ormai morto  ed io vivevo in California, mi accorsi che avevo appreso molto da lui sul piano tecnico delle velature e del lirismo».

 

FA: Risale al ’65, invece, la collettiva alla Bianco e Nero di Roma con Accardi, Afro, Burri, Dorazio, Tancredi, Capogrossi…

 

L.C.: «Nel 1962 mi trasferii a Roma dove conobbi Giulio Turcato, Pino Pascali, Mario Schifano e tutti quelli che gravitavano attorno alla Galleria La Tartaruga. Fui molto amica di Antonino Virduzzo, eccellente incisore italo-americano. Fu lui a presentarmi alla direzione della Galleria il Bianco e Nero. Ero coi “Grandi”, ma lo consideravo naturale e solo ora mi accorgo di quanto fosse eccezionale. A Roma fu molto importante per me l’incontro con Topazia Alliata di Salaparuta. Era direttrice artistica della Feltrinelli e feci con lei una breve, ma entusiasmante mostra: Il quadro della settimana (1964). La considero, come si dice nel Movimento delle Donne, una Madre simbolica. Mi aiutò a crescere come artista e fu un punto di riferimento per la mia famiglia, che era solidale con me, ma inquieta per le mie scelte eterodosse. Tramite lei feci una personale al Bilico con il testo introduttivo di Luciano Inga-Pin».

 

F.A.: Poi, nel ’67, la personale alla Galleria Vismara di Milano seguita, l’anno successivo, da Acrom con Marrocco, Morandini, Fascetti, Del Pezzo, La Pietra…

 

L.C.: «Sì, la mostra dalla Vismara fu un successo di critica, di pubblico e di collezionisti. Ebbi anche una breve nota di Dino Buzzati sul Corriere. Cominciò allora la mia collaborazione con gli Architetti Salvati e Tresoldi. La mostra Acrom, del 1969, fu la diretta conseguenza della mia relazione professionale con lo Studio Salvati Tresoldi, dove si tenne la mostra. Ma più che la mostra Acrom fu importante la mostra Dal Segno all’Oggetto a cura di Gualtiero Schönenberger alla Galleria Cadario di Caravate nel 1969. La mostra era  concepita con Lucio Fontana e Bruno Munari come maestri – ospiti d’onore come dice Schönenberger nell’introduzione – e 35 artisti che in qualche modo appartenevano all’una o l’altra scuola. Per Fontana lo spazialismo e per Munari il Gruppo MAC. Con Fontana troviamo Getulio Alviani, Enrico Baj, Agostino Bonalumi, Lucio Del Pezzo ed altri. Con Munari ci sono io, unica donna, Enrico Castellani, Mario Ceroli, Ugo La Pietra, Mario Schifano, Ettore Sordini, Arturo Vermi ed altri».

 

F.A.: A Capogrossi sembra avvicinarsi il tuo tratto stilistico di questo periodo: il modulo di Nilde Carabba. Puoi descriverci le tue opere di metà anni ’60? 

 

L.C.: «Ne parla benissimo Riccardo Barletta nella sua presentazione alla mia bi-personale con Thea Vallé sia alla SM 13 di Roma che alla Galleria San Carlo di Napoli. “Una giovane artista che ha sentito dentro di sé l’urgenza dell’archetipo è Nilde Carabba. Il suo archetipo è costituito dalla lettera greca, maiuscola, <fi>. Figurativamente ha la forma di un anello circolare tagliato in mezzo da una verticale. Analogamente a lei Capogrossi usa della lettera greca <psi>: però, direi, minuscola. Due segni, due simboli, antichissimi. L’archetipo di Nilde Carabba tagliato per metà dà l’archetipo di Capogrossi. Naturalmente non vi è altro possibile parallelismo tra la Carabba e Capogrossi: la prima operante su un impianto simmetrico…” Testo di grande cultura e comprensione dell’opera, ma la cosa più interessante e il suo valore, direi quasi di preveggenza, è quando dice: “Nilde Carabba chiede all’arte un contenuto oltre la sensazione che risolva la crisi antropologica sua e dei suoi contemporanei. In concreto, analogamente al <mandala>, produce un oggetto che, sviluppando la contemplazione e la concentrazione, ecciti gli uomini a questi esercizi ormai disusati. Lo scopo è chiaro e preciso. La strada è lunga, difficile ed irta. L’ <illuminazione> – lo scopo del buddismo – viene qui raggiunta soprattutto sul piano oggettivo”. Quello che io considero preveggenza è che in quegli anni io mi consideravo atea, ma poi la ricerca spirituale divenne uno dei cardini della mia vita».

 

F.A.: Un modulo, il tuo, che peraltro sembra rappresentare l’unione del simbolo maschile e del simbolo femminile…

 

L.C.: «Sì certo, ma era ancora del tutto inconscio che, con gli anni, diverrà pienamente consapevole grazie anche alla mia analisi individuale Junghiana ed al mio forte interesse rispetto a tutto quello che era connesso con il simbolo e con la spiritualità. La mia ricerca artistica di quegli anni rifletteva moltissimo la mia ricerca interiore. Il matrimonio mistico divenne molto importante e spesso citato nelle mie dichiarazioni di poetica. E alla base della mia ricerca del “Matrimonio Mistico” è anche nuovo modo che adottati per scrivere il mio nome: LeoNilde. Sottolineando così, nel nome come nel mio destino, la presenza di una radice maschile ed una femminile che si incontrano e, sul piano dell’anima, si sposano. Se, d’altronde, sei un essere consapevole e sei donna nel mondo dell’uomo prima o poi devi porti la domanda se vuoi essere una donna colonizzata, nelle sue varie forme, o se vuoi iniziare quel “Viaggio Alchemico” che ti porterà ad essere totale. Iniziare il viaggio alchemico significa esprimere nella sua totalità sia la parte maschile che la parte femminile di sé.».

 

F.A.: Ci fu un momento di questa tua ricerca interiore che segnò fortemente la tua carriera artistica?

 

L.C.: «Probabilmente fu nel 1974, quando la Galleria Fumagalli di Bergamo, nella persona del suo fondatore Alberto Fumagalli, mi rescisse il contratto perché non ero d’accordo a mantenere per sempre uno stile riconoscibile nell’optical geometrico. Certamente persi una grande occasione sul piano del mercato, ma non ero pronta e disposta ad un’operazione di stile. Il “Viaggio Alchemico” è un incessante labirinto in cui ti perdi e ti ritrovi e stranamente adesso che ho fatto l’intero percorso e permesso a parti vulcaniche di me di venire alla luce, sono di nuovo interessata alle mie geometrie mentalmente lucide degli anni ’70 ed ho intenzione di riprendere dei modelli che allora erano monocromi e rifrangenti e aumentarne la complessità rendendoli non solo rifrangenti, ma anche fluorescenti e fosforescenti. Cosa che ho iniziato a fare nel 1995 come chiara evoluzione proprio delle rifrangenze degli anni ’70 e dell’uso di foglia d’oro, d’argento e di rame. Come dice Cristina Muccioli di me: voglio portare il Cielo sulla Terra per illuminare il cammino».

 

F.A.: Ma esiste anche un tratto sociale comune e costante della tuo percorso. Penso per esempio alla vicinanza al Movimento delle Donne.

 

L.C.: «Il “Viaggio Alchemico” è iniziato nei primi anni ’70 con il mio coinvolgimento nel Movimento delle Donne dove porto anche il mio essere artista. Nel 1975 organizzai e curai l’edizione di una cartella di grafiche di 9 donne per collaborare al reperimento di fondi per la creazione della Libreria delle Donne. La cartella venne presentata da Lea Vergine. Nel 1976 a Roma con Carla Accardi, Suzanne Santoro, Eva Menzio e altre fondai la Cooperativa Beato Angelico:  una proposta “irregolare” per recuperare uno spazio al “femminile” per le donne che si muovono nell’ambito delle arti figurative. Attualmente, per continuare il discorso, sono da circa due anni Curatrice di mostre di Donne per una piccola galleria all’interno del centro L’Alveare».

 

F.A.: Se non ricordo male esiste anche un tuo momento di riflessione interiore che sfocerà in una profonda revisione, anche stilistica, delle tue opere…

 

L.C.: «Il Movimento delle Donne aveva messo così in crisi la mia idea di me che nel luglio 1976 iniziai una terapia Reichiana di gruppo con Alberto Torre, grande maestro. Questa terapia mi condurrà a recuperare le parti di me negate. Nello stesso periodo, si inserirà l’analisi Junghiana individuale con la compianta Rosanna Mannini, spirito lucido e ironico che mi ha insegnato a sdrammatizzare e a raffinare le mie capacità di pensiero. Contemporaneamente alle terapie psicologiche fui influenzata dal rapporto con Tina Sicuteri, anche lei compianta, che mi condusse allo studio dell’astrologia, che tanto arricchirà il mio lavoro creativo e poi mi porterà a recuperare le mie lontane origini ebraiche con lo studio della Cabala».

 

F.A.: La Cabala divenne peraltro centrale nella tua espressione artistica…

 

L.C.: Sì, lo studio della Cabala si ripercosse nella mia pittura, composi La Stella Polare e l’Albero della Vita, presentato la prima volta alla bella mostra: “Misure Celesti” a cura di Viola Lilith Russo per D’ARS alla ex-chiesa di San Francesco a Como. A questa mostra parteciparono molti artisti di livello internazionale tra cui Tobia Ravà, Héléne Foata, Anna Finetti, Marco Brianza ed altriPoi realizzai i grandi quadri della Mostra La Musica delle Sfere, presentata dalla Bossaglia alle Segrete di Bocca. Questi quadri sono ispirati e dedicati agli Arcangeli della Cabala con la chiara intenzione di creare, entrando in uno spazio di comunione con le forze spirituali attivate dagli Arcangeli. Studio più che altro da sola, ma ho anche fatto esperienze di gruppo: un gruppo di calligrafia ebraica di dieci giorni nei Pirenei, alcune lezioni con Nadar Crivelli».

 

F.A.: Come ti vedi oggi dopo oltre cinquanta anni di carriera artistica?

 

L.C.: «Sono un essere fortunato, ho avuto Grandi Maestri in famiglia e fuori, nel grande mondo, e sono grata perché il mio sentiero è ancora in piena evoluzione e ancora non so bene cosa sarò da grande. Mi riconosco, però, il coraggio che, essendo un po’ esagerata, è spesso sfociato nell’incoscienza. Per questo ho pagato grandi prezzi, ma ne valeva la pena perché senza crisi non si evolve. Nella mia vita ho fatto, visto, capito, creato, amato, sofferto così tanto che potrei anche morire e proprio perché potrei morire posso vivere e continuare il cammino, esplorando nuove forme che già percepisco, ma ancora precisamente non so».

 

Fabio AgrifoglioNato ad Arenzano nel 1962, libero professionista, si occupa principalmente di progettazione di sistemi intranet. Vive e lavora tra la Brianza e la Lunigiana ed è presidente della ‘Fondazione Mario Agrifoglio’, organizzazione nata per preservare e valorizzare le opere di Mario Agrifoglio e per promuovere tutte le espressioni artistiche della black light art.

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